psicopatologia – Psicologa a Palermo Noemi Venturella https://www.psicologa-noemiventurella.it Psicologa a Palermo Thu, 15 Aug 2024 11:55:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.7.2 https://www.psicologa-noemiventurella.it/wp-content/uploads/2020/04/cropped-favicon-venturella-psicologa-palermo-3-32x32.png psicopatologia – Psicologa a Palermo Noemi Venturella https://www.psicologa-noemiventurella.it 32 32 “Trauma”: capiamoci qualcosa! https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicopatologia/trauma-capiamoci-qualcosa/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicopatologia/trauma-capiamoci-qualcosa/#respond Thu, 15 Aug 2024 11:55:25 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1838 La parola “trauma” è oggi entrata nell’uso comune, se non abusata. La buona abitudine, in questi casi, è sempre quella di provare a interrogare le parole per capire cosa contengono e utilizzarle in buona coscienza! Il termine deriva dal greco trayma, letteralmente “trafittura, perforazione”, ma anche “ferita”. Le esperienze traumatizzanti creano in effetti un turbamento [...]

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La parola “trauma” è oggi entrata nell’uso comune, se non abusata. La buona abitudine, in questi casi, è sempre quella di provare a interrogare le parole per capire cosa contengono e utilizzarle in buona coscienza!

Il termine deriva dal greco trayma, letteralmente “trafittura, perforazione”, ma anche “ferita”. Le esperienze traumatizzanti creano in effetti un turbamento dell’omeostasi psichica cui la mente reagisce difensivamente con una frattura tra parti del sé o della personalità.
Per citare qualche definizione clinica, per
Laplance e Pontalis “trauma psichico” è “un evento della vita della persona che è caratterizzato dalla sua intensità, dall’incapacità del soggetto di rispondervi adeguatamente, dalla viva agitazione e dagli effetti patogeni durevoli che esso provoca nell’organizzazione psichica”. Similmente, Selye collega il trauma alla mancata capacità di un soggetto di adattarsi alle situazioni della vita; e Tagliavini aggiunge come le dinamiche di traumatizzazione si basino sul modo unico e individuale con cui un individuo esperisce un evento, una serie di eventi o un insieme di condizioni durature nelle quali è sopraffatta la sua capacità di integrare la propria esperienza.

Ma cosa rende un evento potenzialmente traumatizzante un trauma vero e proprio in grado di far questo alla psiche di un individuo?

Per comprendere la dinamica di traumatizzazione, è sicuramente necessario indagare l’evento-cardine che può aver generato tale destrutturazione; tuttavia, ciò non è sufficiente!
A fronte di un evento potenzialmente traumatico, bisogna prendere in esame anche la storia e le caratteristiche personologiche della persona.

Tutti gli eventi stressanti, infatti, sono potenzialmente traumatizzanti; è la presenza di una SOGGETTIVITA’ più resiliente o più vulnerabile ad influire sul generare la dinamica di traumatizzazione!

  • Se il paziente è “resiliente”, ovvero possiede una serie di solide risorse (biologiche, emotive, psicologiche, relazionali, affettive, sociali, massimizzate da uno stile di attaccamento sicuro) in grado di attivarsi in situazioni più o meno stressanti legate alla sua sopravvivenza e al suo benessere, egli sarà tendenzialmente capace di ripristinare la risposta fisiologica che il corpo mette in atto di fronte a condizioni che potrebbero soverchiare il suo funzionamento. Al contrario, in assenza di resilienza, sorgeranno più facilmente problemi di adattamento.
  • Una condizione pregressa di vulnerabilità renderà un evento stressante meno fronteggiabile e quindi più facilmente traumatico (e tendente a tradursi in sintomi); ciò è spesso esito di un attaccamento non responsivo e protettivo e o di una relazione precoce incoerente e contraddittoria con i caregivers.

In quest’ultimo caso, come scrive Herman, “la risposta ordinaria alle atrocità è di bandirle dalla coscienza”. Se infatti, come dicevamo, la potenza del trauma esonda rispetto alle risorse elaborative dell’individuo, egli percepisce un attacco al senso di sicurezza che genererà “una divisione del sé o della personalità del paziente in parti che hanno ognuna un proprio senso di sé e che sperimentano troppo o troppo poco” (G. Tagliavini). I pazienti traumatizzati tendono infatti a difendersi trovando una “fuga quando non c’è via di fuga” (Putnam, 1997) e portano nel corpo i segni degli eventi traumatici; si tratta di memorie emotive post-traumatiche che vengono però dissociate: emozioni intense e violente, traumatiche e corporeizzate, che Bromberg ha equiparato all’effetto di uno TSUMAMI poiché corrispondono a “un’inondazione di stati affettivi caotici tale che la mente non è in grado di elaborare attraverso i processi cognitivi” e tali da generare una profonda destabilizzazione del senso di Sé. Questa “ombra dello tsunami”/trauma si riattualizza continuamente nel presente e “tormenta la persona da quel momento in poi, ne depreda il presente e il futuro, soprattutto quando l’origine dello ‘tsunami’ si colloca nelle fasi precoci dello sviluppo individuale”.
Più grave è il trauma e più gravi saranno queste manifestazioni, le quali “possono potenzialmente colpire ogni area del funzionamento psicologico” (O. Van De Hart).

 

ATTENZIONE PERO’ A NON PATOLOGIZZARE TUTTO!

E’ sempre importante evitare diagnosi troppo facili e riduttivistiche. Le difese dissociative, infatti, non sono di per sé un fenomeno negativo, in quanto permettono di mantenere un equilibro psicosomatico in risposta a situazioni di stress (ad es., impediscono di essere travolti da emozioni particolarmente intense o dolorose).

Divengono patologiche quando si ricorre eccessivamente e in modo ricorrente ad esse, caso in cui è importante salvaguardare il proprio benessere chiedendo aiuto a dei professionisti qualificati!

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Genitori: un “mestiere impossibile”? https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/psicologia-dello-sviluppo/genitori-un-mestiere-impossibile/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/psicologia-dello-sviluppo/genitori-un-mestiere-impossibile/#respond Sat, 27 Apr 2024 13:02:33 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1828 La Genitorialità può essere definita come un insieme di competenze complesse e in evoluzione che riguardano la capacità di prendersi cura e di proteggere un Altro al di fuori di sé. Un altro individuo che, per età, livello di sviluppo, condizioni fisiche e/o psichiche, necessiti di qualcuno in grado di leggere i suoi bisogni e [...]

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La Genitorialità può essere definita come un insieme di competenze complesse e in evoluzione che riguardano la capacità di prendersi cura e di proteggere un Altro al di fuori di sé. Un altro individuo che, per età, livello di sviluppo, condizioni fisiche e/o psichiche, necessiti di qualcuno in grado di leggere i suoi bisogni e di rispondervi in modo adeguato (ovvero in base alle sue caratteristiche specifiche).
L’articolazione della genitorialità dipende dal funzionamento di ogni singolo individuo (es.: storia, storia familiare, esperienze e fantasie preponderanti aspettative, ideali, etc.) e del suo contesto di riferimento (es.: caratteristiche della coppia e del mondo sociale, lavorativo, culturale).

Un bel seminario con Massimo Recalcati mi ha aiutato a trovare le parole migliori per scrivere sull’argomento.

Innanzitutto bisogna sottolineare che la genitorialità è una funzione necessaria alla vita! Entro essa, l’esercizio della funzione paterna e materna sono alternate, non derivano da un genere o da un singolo individuo, ma sono fondamentali entrambe! “Madre” e “padre”, infatti, sono funzioni (e NON incarnazioni personali): c’è una fluidità, una complessità che trascende il piano della determinazione biologica.
Il modo analitico di guardare alla famiglia prescinde infatti dall’idea che esista una famiglia naturale derivante da stirpe, sesso, genealogia, biologia. Il legame familiare è una costruzione sociale, familiare, culturale. Non ha le sue radici nel biologico!

Secondo Recalcati:

  • Il Materno è un’esperienza di decentramento finalizzata ad accogliere la cura del figlio. Esso prevede 3 funzioni principali:
     (1) Cura: il 1° atto di cura della madre è rispondere al grido del bambino; in questo, ella assume la funzione primaria del “soccorritore”, di colei che, col suo “eccomi!”, si mette a disposizione, offre la presenza di Sé per la cura dell’Altro.
    (2) Trasmissione del sentimento della vita: affinché la vita del figlio sia “vita viva”, accesa, soggettiva, è necessario che la madre desideri la differenza da sé del figlio e il futuro scioglimento del legame. Al tal fine, ella deve accettare di “partorire Dio”, ovvero un figlio che non è suo, sul quale non può esercitare padronanza; il sentimento del materno è infatti un’“ospitalità senza esercizio di proprietà”, una postura di donazione di sé che implica un decentramento e che non può essere dissociata dalla perdita. Quel famoso dare al figlio sia le radici che le ali per volar via verso la sua strada, insomma!
    (3) L’accoglienza verso il “figlio unico”: l’amore materno tutela l’unicità ed evita l’anonimità. ovvero rende la vita del figlio insostituibile e vede ogni figlio come “unico”; in questo senso, esso tutela il “segreto del nome” (Derrida), è “amore per il nome” (Lacan), e destina al figlio delle “cure particolarizzate”, specifiche, appunto uniche.
  • I principali compiti del Padre sono quelli di:
     (1) Separare: per Lacan, “il padre è un principio di separazione”, poiché la sua parola “sottrae il figlio dal servizio della madre”, evita che egli sia un oggetto consolatorio, di godimento, che completa l’essere della madre; con ciò, il padre restituisce al figlio, attraverso lo scioglimento del legame simbiotico, una potenziale indipendenza.
    (2) Trasmettere la sostanza, il senso della legge, ovvero che non tutto è possibile. Ciò esorbita le regole: il sentimento dell’impossibile non serve solo a disciplinare la vita del figlio, ma anche a inscrivere in lui la dimensione del desiderio; “compito della funzione paterna è unire (e non opporre) il desiderio alla legge” (Lacan). Difatti, testimoniando al figlio che la vita guidata dal desiderio unito al senso di realtà ha un senso e che può essere “ricca di vita”, il padre lo aiuterà a trovare la propria “vocazione”/scelta!

 

Facile? Affatto.
Spesso vedo genitori pervasi dai sensi di colpa e o di onnipotenza per i destini dei figli… E incontro figli schiacciati dalle aspettative o dall’assenza di presenza dei propri cari. Per ben cominciare a “curarsi” di tutto ciò, forse bisognerebbe accettare che, come diceva Freud, fare i genitori è un mestiere impossibile, nel senso che è impossibile non sbagliare! Per questo, quando in studio arrivano delle famiglie o dei singoli che parlano del loro essere figli o genitori, li invito sempre ad aprirsi alla tenerezza e ad un grosso lavoro di conoscenza della storia familiare. Ciò favorisce la comprensione del motivo per cui certe dinamiche si sono verificate e permette nel tempo di aprirsi all’Altro superando, con un po’ di ovvia fatica, le recriminazioni e i giudizi. Tuttavia, per farlo è necessario avere il coraggio di conoscere, ad esempio di riconoscere in sé e nella propria storia…

…le possibili criticità nell’esercizio della genitorialità.

 

Secondo Recalcati, ad esempio, per la maternità sono soprattutto 2:
 – Essa non si attiva o si disattiva laddove il padre non sia intervenuto a separare il bambino dalla madre o riveli una carenza di fondo nel creare questa separazione; può lì verificarsi straripamento “incestuale” del desiderio materno (che diventa cannibalico) e o dei desideri simbiotico-onnipotenti del figlio.
 – Derivano da una carenza della madre che non riesce a tenere insieme la funzione materna della cura e la funzione del proprio desiderio come donna. La relazione tra la madre e la donna può scompensarsi in una direzione o in un’altra: (a) Quando essere madre significa annientare e mortificare la donna, essa scompare in una madre che è “tutta madre” (per Lacan si tratta di un “coccodrillo cannibale che mangia la vita del figlio”). In questo caso, il bambino diventa prigioniero di quel mondo e perde il diritto alla separazione; al tempo stesso, anche il desiderio della donna è prigioniera di ciò e i due si divorano in definitiva a vicenda (Lacan). (b) Quando la donna fa fatica a contenere la madre: diventare madre è qui concepito come una perdita dell’essere donna che può generare un rifiuto inconscio del materno.

Le distorsioni del paterno si verificano soprattutto quando il padre non tiene insieme la legge e il desiderio e genera l’eclissi dell’uno o dell’altro, ad es. laddove cerchi di trasmettere la regola, la legge-dovere in assenza del desiderio e del senso della legge stessa.
Assistiamo oggi purtroppo ad un tempo del vuoto, dell’“evaporazione del padre” classicamente inteso (il padre del patriarcato). Si verificano così fenomeni attuali come eclissi del senso e del desiderio, trasgressioni, de-sostanzializzazione, interdizioni e perversioni della legge. L’angoscia oggi arriva spesso nel pensare il vuoto, la sua inconsistenza della legge, al pensiero che si può fare tutto, anche uccidere, e non succederà nulla. E’ allora necessario evitare il rifiuto dei padri e creare dei nuovi modi di incarnare il paterno che testimoni una nuova legge: quella frutto della consistenza e del senso della vita!

 

Buon lavoro!

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L’ardua impresa dell’Adolescenza https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/lardua-impresa-delladolescenza/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/lardua-impresa-delladolescenza/#respond Sun, 13 Jun 2021 15:29:26 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1767 Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia falsa, che sia vera Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia vinta, che sia persa (Tre allegri ragazzi morti). Il momento adolescenziale costituisce uno snodo verso la dimensione adulta. Come esprime l'origine della parola (da “adolescere”, crescere, e da “alĕre”, nutrire), l’adolescenza è un periodo di [...]

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Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia falsa, che sia vera
Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia vinta, che sia persa

(Tre allegri ragazzi morti).

Il momento adolescenziale costituisce uno snodo verso la dimensione adulta. Come esprime l’origine della parola (da “adolescere”, crescere, e da “alĕre”, nutrire), l’adolescenza è un periodo di grande variabilità, mobilità, fluidità. E’ un momento in cui il confluire del biologico, dello psichico e del sociale impongono al giovane un transito maturativo dal paradiso degli amori infantili, dove non occorre scegliere e rinunciare alla megalomania, all’età adulta; su di esso graveranno la storia dei genitori e la loro cultura sociale.

In quest’ottica, l’adolescenza non è solo un’età della vita; essa è un’esperienza i cui effetti vanno al di là della prima giovinezza.

E’ infatti il punto da cui può strutturarsi la patologia, ma anche la possibilità che il soggetto si organizzi per approdare funzionalmente all’età adulta.

Negli anni dell’adolescenza, il cambiamento fisico è rapido, sconvolgente e appariscente: il giovane nota ogni giorno nuovi segnali del suo divenire un individuo adulto. Ma per divenire davvero adulto, l’adolescente deve assolvere a complessi compiti di sviluppo:

  • deve raggiungere gradualmente l’indipendenza dai genitori;

  • accettare i cambiamenti tumultuosi del proprio corpo e adattarsi alla maturazione sessuale;

  • stabilire buoni rapporti di collaborazione tra i coetanei;

  • elaborare una propria filosofia di vita e un senso di identità personale.

Pertanto, l’adolescenza è anche un periodo di lutto per l’infanzia ed una seconda fase di separazione-individuazione dai genitori, le cui metamorfosi possono anche essere traumatiche. La pubertà crea infatti uno sconvolgimento dei punti di riferimento e del modo di pensare e conoscere il mondo.

La strada che l’adolescente dovrà percorrere prevede un transito dall’area familiare agli spazi esterni. Il lavoro dell’adolescenza procede infatti attraverso continue articolazioni tra passato e presente, dentro e fuori, vecchie e nuove identificazioni, permanenza e cambiamento. Meltzer lo descrive come il partecipare dell’adolescente, al tempo stesso, a 4 diverse comunità separate:

  1. comunità dei pari;

  2. comunità degli adulti;

  3. famiglia e suo essere bambino;

  4. isolamento (megalomania e onnipotenza).

In quest’ottica, un adolescente non è realmente ancorato in nessun posto (Meltzer); è in continuo movimento tra le diverse comunità perché il processo di crescita gli procura tanto dolore che egli può tollerarlo solo per un po’.

In questo viaggio, l’adolescente ricerca il sostegno degli adulti, ha come compagno il piccolo gruppo e come equipaggiamento il suo corpo.

Attraverso il suo nuovo corpo, egli può visualizzare la misura del suo progressivo cambiamento e dimostrare ciò che è in grado di fare; ma deve imparare a gestire la propria trasformazione e le proprie fantasie aggressive e distruttive. Di fronte allo scompiglio interno ed esterno, alle regressioni, alla confusione, ha perciò bisogno di adulti competenti che lo aiutino a riorganizzare il proprio mondo interno. L’adolescente si rivolge così allo sguardo dei suoi caregivers per scorgere l’effetto dell’impresa che sta compiendo; inoltre, ha bisogno di essere ammirato mentre si allontana.

Se la distanza tra il familiare e l’estraneo è avvertita come incolmabile, egli può mettere a rischio la nascita della propria identità. Per questo e per molti altri motivi, l’adolescenza di un figlio è un passaggio evolutivo critico per tutta la famiglia.

OGGI

L’adolescente di oggi incontra maggiori difficoltà nel processo di identificazione poiché privato di punti di riferimento stabili e flessibili: rituali di iniziazione socio-culturali, credenze condivise dai gruppi di riferimento, stabilità familiare.

Non a caso, nei nostri studi arrivano sempre più spesso giovani pazienti con disturbi comportamentali e personologici profondi. In queste patologie, la strategia difensiva consiste nello spostare all’esterno e, quindi sul sintomo, le esigenze interne, stabilendo, quindi, relazioni con oggetti sostitutivi più controllabili e garantendosi così un equilibrio psichico. L’effetto finale sarà un sintomo, ad es.:

  • comportamenti difensivi che vanno verso la noia, l’indifferenza, l’anestesia emozionale;
  • il ritiro su di sé (si parla sempre più spesso oggi di Hikikomori) o su oggetti sostitutivi facilmente padroneggiabili (droghe, cibo, corpo, agiti e varie altre anomalie della condotta).

In questi casi, il sintomo acquista un potere organizzatore sulla personalità e diviene il condensato attorno al quale l’individuo crea le sue relazioni e la sua interiorità, impoverendole.

Il caso di Gaia

Gaia (nome di fantasia) arriva in studio coi genitori e con una lunga lista di sintomi. E’ esile eprorompente allo stesso tempo, con delle forme che dominano lo spazio e, dice, ingombrano la mente. Non ha mai accettato il suo corpo come non lo hanno accettato gli altri; in effetti, è bullizzata fin dalla prima pubertà per via di una sviluppo fisico stupefacente, cui si accompagnava invece una grande ingenuità. La sua insicurezza di base si è trasformata nel tempo in sintomi somatici (deperimento, depressione immunitaria, etc.) e in paura a causa di contesti scolastici iper(s)valutanti e aggressivi, accompagnati da relazioni intime a tratti abusanti. Mentre gli adulti di riferimento erano impegnati nelle loro vicende personali (malattie, lutti, workaholisme), Gaia si dimenava come poteva in mezzo a tutto questo, arrivando ai 20 anni con sintomi ansiosi, ritiro relazionale e necessità di controllo che permeano la sua vita. E’ estremamente intellettualizzante, iper-adultizzata, curante verso gli altri, con uno spiccato desiderio di giustizia e di etica che sfoga sui social. Ma è anche fragile, sola, atterrita da ogni cambiamento. Come potrebbe crescere e diventare la giovane donna dotata che intravedo in lei, se restasse prigioniera dei suoi malesseri?

Questi sintomi vanno ascoltati e ben attenzionati. Il desiderio di vivere che anima la parte sana di Gaia la porta in terapia e a spoilerare a poco a poco le proprie difficoltà. Insieme, possiamo lentamente vedere come i suoi sintomi siano preziose comunicazioni che nascondono ciò che lei non può accettare, i suoi conflitti interni, le sue debolezze, le sue paure, le difficoltà che ha con le sue figure fondamentali.

In questi casi, è necessario ripercorrere a ritroso la strada che collega i sintomi ai conflitti interiori con la guida di un adulto di riferimento; e ciò al fine di aiutare l’adolescente a sviluppare la capacità di gestire il suo nuovo Sé senza averne una paura schiacciante. Per farlo, egli ha bisogno di adulti in grado di sostenerlo e per aiutarlo a coltivare autonomamente la sua nascente soggettività!

Dobbiamo essere una base sicura da cui il paziente possa esplorare i diversi aspetti infelici e dolorosi della sua vita, molti dei quali trova impossibile riconsiderare senza un compagno di cui abbia fiducia e che gli fornisca sostegno, incoraggiamento, comprensione e che, nel caso, faccia da guida. (J. Bowlby).

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Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (D.O.C.) https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicopatologia/il-disturbo-ossessivo-compulsivo-d-o-c/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicopatologia/il-disturbo-ossessivo-compulsivo-d-o-c/#respond Sat, 01 May 2021 19:27:54 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1746 Presenterei il Disturbo Ossessivo-Compulsivo attraverso uno dei miei film preferiti: „Qualcosa è cambiato“.   https://www.youtube.com/watch?v=fw0o5uCDUcY&ab_channel=HOMECINEMATRAILER Come lascia intuire il trailer, il film racconta di Melvin Udall, un mitico Jack Nicholson trattenuto e iper-controllato, con comportamenti scostanti e bizzarri per via della paura del diverso e della contaminazione. Ciò si traduce in una radicata ritrosia [...]

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Presenterei il Disturbo Ossessivo-Compulsivo attraverso uno dei miei film preferiti: „Qualcosa è cambiato“.

 

Come lascia intuire il trailer, il film racconta di Melvin Udall, un mitico Jack Nicholson trattenuto e iper-controllato, con comportamenti scostanti e bizzarri per via della paura del diverso e della contaminazione. Ciò si traduce in una radicata ritrosia a lasciarsi andare che lo porta a una vita solitaria. Melvin infatti teme il contatto con gli altri, con le righe del marcipiede, con le posate del ristorante; la sera deve chiudere più volte tutte le serrature di casa e deve lavare le mani più e più volte, ogni volta con acqua bollente e con saponi sempre diversi.

Sembrano inspiegabili stranezze, invece si tratta di un disturbo molto noto: il disturbo ossessivo compulsivo. Esso è tipico di persone incapaci di gestire l’ANSIA con difese adattative. Ricorrono perciò inconsciamente a Meccanismi di Difesa che la convogliano verso oggetti o idee specifiche e che la risolvono (apparentemente) con azioni di controllo e di eliminazioni del pericolo. Il D.S.M.5 parla nello specifico di ossessioni e/o compulsioni, sintomi che, come mostra il film, sono molto disturbanti e capaci di generare un’intensa sofferenza psichica e una grave limitazione della libertà individuale.

Ma cosa sono le Ossessioni?

Si tratta di idee persistenti e disturbanti che invadono automaticamente il soggetto. Esse intralciano il normale corso del pensiero: la persona che ne è preda, ha difficoltà a orientare diversamente i suoi pensieri; sperimenta così una spiacevole sensazione di disagio che può arrivare a livelli molto elevati, fino a una sorta di paralisi dell’attività ideativa. Altro carattere dell’idea ossessiva è l’iterazione, cioè il suo ripetersi continuo e afinalistico; ne deriva la sensazione di non averne possibilità di controllo. Il soggetto, inoltre, avverte questi contenuti come irrazionali ed indipendenti dalla propria volontà.

Le ossessioni possono essere costituite da semplici parole, motivi musicali, immagini, frasi.
In base ai TEMI, se ne possono inoltre distinguere vari tipi:

  1. DUBITATIVE: dubbio di avere compiuto o no una certa azione („ho chiuso o no la porta?“) o di non averla eseguita perfettamente bene; ne consegue la necessità compulsiva di controllare più volte l’esecuzione della stessa.

  2. INTERROGATIVE: riguardano problemi metafisici o di difficile risoluzione o anche di scarsa importanza che angustiano la persona e “occupano” la sua mente.

  3. di DANNO: consistono nel timore di aver involontariamente nuociuto a qualcuno; la persona torna di continuo con la propria mente su tali episodi ed è tormentato dalla possibilità dell’eventuale danno causato.

  4. MNESTICHE: il soggetto è assillato dal bisogno di ricordare qualcosa senza che ciò sia strettamente necessario o finalizzato.

  1. di CONTAGIO o CONTAMINAZIONE: timore di essere contagiato e di contagiare a propria volta.

E cosa sono le Compulsioni?

Si tratta delle strategie utilizzate per attenuare la morsa dei pensieri ossessivi: il soggetto è spinto verso atti, gesti o pensieri che non può fare a meno di realizzare per gestire il suo forte stato di ANSIA. Tali comportamenti consentono l’attenuazione della tensione psichica e rappresentano un drammatico compromesso tra l’aspetto razionale e quello irrazionale. Infatti, la persona ha la consapevolezza del loro aspetto illogico e afinalistico, ma ha egualmente bisogno di compiere quell’azione, pena un peggioramento dell’angoscia. Si tratta infatti di una sorta di rituale liberatorio. Queste condotte tendono a diventare ripetitive e stereotipe e a volte assumono una complessità via via maggiore nel tempo, sottraendo al paziente tempo ed energie mentali e creando disturbo ai familiari e all’intero funzionamento sociale.

La Terapia del D.O.C. →

Se non trattato, il disturbo può essere profondamente angoscioso per la persona e può intaccare significativamente la capacità di gestire gli aspetti più basilari della vita (es. svolgere il proprio lavoro, intrattenere relazioni sociali equilibrate, etc.). Esso necessita di una cura ad ampio spetto, basata sulla farmacoterapia per il controllo dei sintomi parassitari e sulla psicoterapia.

La psicoterapia psicodinamica è utile per approfondire il significato simbolico dei sintomi e per esplorare l’area conflittuale dalla quale emerge la patologia. Tramite essa, sarà possibile nel tempo sciogliere i nodi che ingabbiano il paziente entro rigide ossessioni e compulsioni ritualistiche. Difficile per quanto sembri, infatti, Qualcosa può sempre cambiare!

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VideoIntervista su Disturbo da Accumulo & Pet https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/videointervista-su-disturbo-di-accumulo-pet/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/videointervista-su-disturbo-di-accumulo-pet/#respond Sun, 11 Apr 2021 19:10:44 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1724 Questo articolo prende spunto da un'intervista realizzata lo scorso 25 febbraio, dal titolo „Accumulo. Quando salvare non salva“. Troverete quindi allegato un video in cui chiacchiero con Franco Lannino, responsabile del gattile di Palermo, e con Veronica Anastasio, volontaria animalista e curatrice della pagina Pillovet & friends, del Disturbo da Accumulo, e in particolare di [...]

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Questo articolo prende spunto da un’intervista realizzata lo scorso 25 febbraio, dal titolo „Accumulo. Quando salvare non salva“.

Troverete quindi allegato un video in cui chiacchiero con Franco Lannino, responsabile del gattile di Palermo, e con Veronica Anastasio, volontaria animalista e curatrice della pagina Pillovet & friends, del Disturbo da Accumulo, e in particolare di quella sua sottocategoria in cui si accumulano NON sono oggetti, bensì animali. Si parla in questi casi di „Sindrome dell’Arca di Noé“.

Non accetto spesso queste proposte, ma in questo caso non ho potuto tirarmi indietro!

  • Innanzitutto poiché grazie a Ediga ho adottato i miei Gina e Telemaco.
  • Inoltre poiché si tratta di una chiacchierata informale, capace di raggiungere molti utenti e quindi di condividere e co-costruire – come amo fare – idee, riflessioni e saperi.
  • E infine perché, in effetti, nella stanza di terapia gli animali hanno un posto importantissimo:
    aiutano a esplorare vissuti troppo forti per i pazienti; a scoprire sentimenti che rivolti agli Altri esseri umani a volte sono spaventanti; esercitano al legame e alla responsabilità verso l’Altro; rappresentano supporti importanti, parti di noi stessi, figli o fratelli vicari… E tanto ancora.
    Spesso allora li ospito simbolicamente in studio con racconti, sogni e narrazioni e altre volte anche in zampe e ossa, sicura che ci aiuteranno nel faticoso e prezioso lavoro della terapia… Non hanno mai deluso!

Per tutte queste ragioni, ho ritenuto importante esserci e approfondire con Veronica, con Franco e con gli ascoltatori quelle situazioni in cui la funzione “curante” degenera nell’accumulo e o in disagi per il singolo, per i cuccioli stessi e per la collettività, magari inconsapevolmente.

Come vedrete, sono stata accolta dentro una bella esperienza di Rete: si è parlato dei nostri animali, compagni di vita, di gioie&coccole e a volte anche di mancanze, sofferenze, difficoltà.
E si è parlato insieme di temi come salute, cura, comunità, cittadinanza attiva e prevenzione.

…Tutte robe fondamentali oggi, che – se condite dall’ascolto, dalla condivisione e dal rispetto reciproco – possono guidarci verso il Benessere e la Bellezza!

 

Buona visione (clic sull’immagine per accedere al link dell’intervista):

 

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La Personalità Narcisistica https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/la-personalita-narcisistica/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/la-personalita-narcisistica/#respond Sat, 20 Mar 2021 19:43:45 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1699 A chi non è capitato di avere a che fare con persone che si definiscono “il più grande esperto di una roba ics”? Che si auto-elogiano continuamente, che dimenticano di chiederti come stai e che parlano instancabilmente solo di se stessi? O che si descrivono come eroi e che si comportano come se tutto il [...]

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A chi non è capitato di avere a che fare con persone che si definiscono “il più grande esperto di una roba ics”? Che si auto-elogiano continuamente, che dimenticano di chiederti come stai e che parlano instancabilmente solo di se stessi? O che si descrivono come eroi e che si comportano come se tutto il mondo girasse intorno a loro? E ancora, che hanno continue pretese e giustificano ogni loro sbaglio? O che puniscono sottilmente ogni volta in cui non vengono accontentati?

Non si tratta di mostri, no. Sono semmai comportamenti oggi molto diffusi!

Molti Autori parlano non a caso di “era del narcisismo” riferendosi all’attuale società occidentale, in cui le personalità e i comportamenti narcisistici sono in crescente espansione (pensiamo ai selfie, alla vanità, alla competizione, all’individualismo, all’egoismo imperante,…).

Ma di preciso, quando usiamo la parola “narcisismo” di cosa stiamo parlando?

Come dice il mito greco, la storia di (ogni) Narciso è quella di chi nutre un amore smisurato per se stesso. I narcisisti sono infatti soggetti con una sproporzionata preoccupazione per sé e per la propria immagine, ovvero per quella che Jung definiva la “persona” (l’apparenza inautentica che si mostra al mondo), che prende qui il posto dell’“eidos”, dell’essenza più autentica dell’essere umano. Quando i tratti narcisistici diventano estremi, si parla di “Disturbo narcisistico di personalità”, caratterizzato, secondo il D.S.M., da un persistente complesso di superiorità, organizzato intorno al mantenimento dell’autostima tramite conferme provenienti dall’esterno. Esso presenta almeno tre elementi tipici:

  • grandiosità irrealistica;
  • desiderio di essere ammirati;
  • mancanza di empatia.

Secondo la letteratura clinica, questo tipo di personalità si sviluppa un clima familiare di continua valutazione (di per sé nociva per lo sviluppo di un’autostima realistica) nei confronti di un bambino costituzionalmente più sensibile di altri ai messaggi subliminali: questo piccolo percepirebbe qualsivoglia affetto, atteggiamento, aspettativa e giudizio, anche quelli non dichiarati.

Inoltre, questi bambini sarebbero spesso vissuti dai genitori come individui-funzione necessari a sostenere l’autostima degli adulti; questo significa che avrebbero un’importanza centrale per i loro caregiver per la funzione che svolgono per loro, piuttosto che per ciò che realmente sono! Ne consegue che il bambino è amato e apprezzato solo in relazione al ruolo che svolge e al suo grado di cooperazione con gli obiettivi del genitore. Come dice Nancy McWilliams, ciò porta allo sviluppo NON di un Sé autentico, ma di un “Falso Sé”, di una identità basata su aspetti socialmente desiderabili.

In realtà, come esprime il quadro di Dalì “La metamorfosi di Narciso”, in ogni narcisista vive un doppio:

  • Da un un lato, il loro Vero Sé, insicuro e vulnerabile, il loro mondo interno è povero, abitato da un senso di vuoto e da una costante paura di perdere l’autostima. Nella relazione più “intima” con se stessi, queste persone provano sentimenti di incompletezza, vergogna, terrore dell’inadeguatezza, invidia, debolezza, inferiorità e scarsa autostima. Si percepiscono inconsciamente deboli, brutti, impotenti ed hanno timore di essere scoperti nelle proprie mancanze e di essere svergognati e ridicolizzati.
  • Dall’altro lato, un Falso Sé usato inconsciamente per difendersi dai suddetti vissuti con atteggiamenti opposti: ipocrisia, orgoglio, disprezzo, vanità e superiorità, svalutazione verso i soggetti invidiati e idealizzazione verso quelli che li soddisfano. Il narcisista mostra al mondo un Sé perfetto, che Kohut ha definito “grandioso” per sottolineare il senso di ingigantimento e superiorità che li caratterizza. Otto Kernberg condusse un noto studio su narcisisti ricoverati e dedusse che hanno un Sé avido, pretenzioso e patologico, caratterizzato da esibizionismo, distacco, inaccessibilità emotiva, fantasie di onnipotenza e tendenza a giudicare aggressivamente gli altri. Jones parla addirittura di “Complesso di Dio”.

Tuttavia, per mantenere un senso di validità, i narcisisti hanno bisogno di continue conferme esterne!

Il loro bisogno dell’altro è quindi profondissimo, ma superficiale: c’è un’estrema necessità di usare gli altri come oggetti da manipolare per i propri scopi, e principalmente per ottenere ammirazione e approvazione. Per questo, si legano a soggetti fragili e dipendenti che tendono a controllare e su cui esercitano il proprio potere (spesso anche sadico). A ciò si accompagna una scarsa capacità empatica, che li rende refrattari ad identificarsi con il prossimo e ad avvertirne i bisogni. Ogni rapporto interpersonale risulta pertanto deformato dalle esigenze del Sé narcisistico, cosicché la fisiologica funzione di creare legami è assente; scrive infatti la McWilliams:

“Il costo più pesante di un orientamento narcisistico è l’arresto dello sviluppo della capacità di amare”.

Infelice e bisognoso di aiuto è spesso chi si lega a un narcisista. Ma, per tornare al mito, infelice è anche il destino di (ogni) Narciso, che perde la vita perché ama perdutamente solo il proprio riflesso.

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Vivere con una persona depressa https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicopatologia/vivere-con-una-persona-depressa/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicopatologia/vivere-con-una-persona-depressa/#respond Sun, 29 Nov 2020 18:06:52 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1577 E' fondamentale che chi vive a stretto contatto col soggetto depresso cerchi di capirlo e di aiutarlo, avendo però ben chiari alcuni meccanismi di funzionamento della depressione; non dimentichi di prendersi cura di sé.

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Vivere con qualcuno afflitto dalla depressione non è facile!

 

In questi casi, spesso ci si arrovella su come aiutare la persona in difficoltà. Tuttavia, il blocco depressivo non è facilmente gestibile solo attraverso l’affetto e la buona volontà dei congiunti; il depresso, infatti, è un soggetto “difficile” e chi se ne prende cura rischia di essere indirettamente anch’egli vittima del malessere.

E’ allora fondamentale che chi vive a stretto contatto col soggetto depresso: (a) cerchi di capirlo e di aiutarlo, avendo però ben chiari alcuni meccanismi di funzionamento della depressione; (b) non dimentichi di prendersi cura di sé.

 

Come posso quindi aiutare una persona depressa?

  • Bisogna aver chiaro che, se non si è provata, non si può capire questa malattia. È meglio, perciò, non dire frasi come “ti capisco”, evitare le rassicurazioni facili (es.: “ogni cosa andrà per il meglio”, “E’ tutto nella tua testa”, “C’è chi sta peggio di te”) o di minimizzare, banalizzare (es.: “Non hai nessun motivo per sentirti così”, “Basta non pensarci”, “Il mondo non è poi così brutto”) e sdrammatizzare (“Tirati su! Fuori c’è il sole!”, “Sorridi e il mondo ti sorriderà!”). Allo stesso modo, espressioni che direttamente o indirettamente facciano riferimento ad una mancanza di volontà, di impegno o di collaborazione (es.: “Non ti impegni abbastanza”, “Te lo sei cercato”, “Basta volerlo, con la volontà si può ottenere tutto”) possono avere un effetto anche drammatico. In tutti questi casi, anche se le intenzioni sono buone, il depresso si sentirà non capito e si chiuderà ancor di più in se stesso.
  • Esplicitare chiaramente che la si vuole aiutare; è importante essere empatici, mostrarsi semplicemente e sinceramente disponibili, ascoltare senza giudicare, offrire sostegno e far capire che su di voi potrà sempre contare.
  • Sono necessarie pazienza e perseveranza: la cura (sia psicologica che farmacologica) richiede tempo e non ha mai un effetto immediato. E’ allora importante accogliere e tollerare anche a lungo (seguendo le indicazioni degli specialisti) il suo dolore interiore. Lo stress e la pressione, al contrario, peggiorano la depressione.
  • Informarsi sulla depressione. E’ importante innanzitutto tenere a mente che la depressione è una malattia, che non corrisponde alla “pazzia” e che per essa esistono diverse cure possibili; il depresso non è senza speranza e va aiutato a non vergognarsi della propria sofferenza: tutti si ammalano! I disturbi depressivi possono esordire ad ogni età ed anche in condizioni di vita socialmente interpretate come normali (una bella famiglia, un lavoro, tanti amici).
    La persona depressa non si sente solo triste (qui maggiori dettagli sul disturbo): pensa che il suo mondo sia andato distrutto e non riesce ad uscire dal vuoto esistenziale nel quale è entrata. Spesso si sente senza energie, sola e incompresa e il più delle volte deve lottare duramente per fare delle cose che chiunque esegue senza sforzo, come alzarsi dal letto o fare una doccia. Vive inoltre il suo disturbo e tutto ciò che gli accade come una colpa o come una punizione per le sue colpe e si sente giudicato dagli altri o comunque non compreso. Se accade qualcosa di brutto o inaspettato, è fisiologico che il nostro umore ne risenta: è “normale” essere tristi se qualcosa va storto o se una persona ci delude; è “naturale” sentirsi impotente se non si trova lavoro; è “ovvio” rispondere a una perdita o a un lutto con la tendenza a piangere. Quello che deve preoccupare è la persistenza di un umore deflesso.
  • Bisogna incoraggiare la persona a cercare un aiuto professionale (gli specialisti più indicati sono gli psichiatri e gli psicoterapeuti; in caso di gravi sintomi depressivi e di idee suicidarie, ci si può rivolgere anche al pronto soccorso). La depressione infatti NON è una semplice tristezza che può essere allontanata con qualche buona parola: è qualcosa di molto più profondo che da soli non possiamo guarire. E’ bene NON coltivare l’idea di poter curare il nostro parente o amico, onde evitare di andare incontro a delusioni ed a frustrazioni, rischiare inoltre di provocare dei danni al soggetto sofferente. E’ però molto utile sostenere il proprio caro, ad es. offrendosi di accompagnarlo agli appuntamenti o, se viene prescritto qualche farmaco, aiutandolo nella somministrazione corretta. O ancora, aiutarlo con le attività quotidiane e ad avere regolari abitudini alimentari e di sonno-veglia, incoraggiarlo a fare regolare esercizio fisico e attività sociali e a concentrarsi sul positivo, piuttosto che sul negativo. Tutto ciò però facendo attenzione a non stimolarlo/a eccessivamente, oltre a quelle che sono le sue possibilità in quel momento.
  • E’ fondamentale che il caregiver trovi dei modi per rilassarti e per continuare a fare le cose che gli piacciono. La depressione è infatti una patologia “invadente” e “contagiosa”, che coinvolge spesso anche il sistema familiare del soggetto sofferente: essa proietta il suo alone su tutti coloro che stanno intorno al depresso e può trascinarli entro il suo blocco evolutivo. Per questi motivi, è molto importante conoscerla bene in modo da tutelarsi e da aiutare al meglio chi ne soffre!

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La Cura di A. e della sua Depressione https://www.psicologa-noemiventurella.it/cura/psicoterapia/la-cura-di-a-e-della-sua-depressione/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/cura/psicoterapia/la-cura-di-a-e-della-sua-depressione/#respond Sun, 22 Nov 2020 15:46:47 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1568 Un esempio senza età dell’importanza di trovare la forza per fare i conti con i nodi della propria esistenza!

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La terapia di A. (qui la sua storia) è stata molto fruttuosa.

 

Dopo un paio d’anni in cui ci siamo incontrate ogni settimana, i sintomi principali causati dalla sua depressione (insonnia con sonnolenza diurna, tristezza, trascuratezza, senso di colpa opprimente, perdita di interesse e piacere per la vita) si erano molto ridotti.
Questa non è stata tuttavia la parte più importante del lavoro psicoterapeutico fatto insieme, che si è concentrato soprattutto sull’elaborazione dei problemi familiari della paziente e delle loro antiche radici. A poco a poco, rassicurata e “pungolata” dalla mia “presenza”, questo ha permesso ad A. di comprendere il senso delle sue emozioni, ma anche di ciò che è accaduto nella sua vita e dei suoi sintomi, che grazie al percorso terapeutico sono quasi del tutto scomparsi.

Vi sono infatti state delle importanti modificazioni della struttura psichica di A.:

  • risoluzione del conflitto intrapsichico con l’antica eredità ricevuta dalla famiglia: “Devi sempre occuparti dei tuoi fratelli e della casa”;
  • netto miglioramento dell’umore;
  • migliori relazioni interpersonali, come risultato di una maggiore comprensione delle proprie relazioni interiorizzate (ad es. coi genitori e coi fratelli);
  • maggiore comprensione di se stessi e capacità di costruire il significato nella propria vita;
  • ricerca attiva del proprio desiderio vitale;
  • sviluppo della mentalizzazione, crescita psicologica e più soddisfacente equilibrio esistenziale.

 

La psicoterapia è stata per questa paziente un’Esperienza Trasformativa!

L’ha aiutata infatti a conquistare una vita migliore, di qualità e più serena.

 

Com’è stato possibile arrivare a questi risultati?

 

E’ vero ciò che scrivono alcuni utenti sul web:

 La depressione è un luogo oscuro, inevitabile. È come essere bloccati in una stanza senza luce, finestre o porte. È così buio che non riesci neanche a vedere le tue mani, figuriamoci una via d’uscita.

Per me la depressione è come avere la mente rimpiazzata da un’altra che ti fa sentire inutile e intorpidita verso la vita, anche verso mio marito e mio figlio. Mi strappa via la possibilità di sentire altro all’infuori di una tristezza costante, senza conoscerne la causa. La depressione mi ha rubato la sicurezza e ora non mi sento più degna dell’amore altrui. La depressione si prende gioco di me e mi fa venire pensieri orrendi. Ci sono state volte in cui ha vinto e sono andata in overdose.

La depressione è uno stato in cui nulla ha sapore, odore, nulla ti sembra giusto e tu sei incapace di pensare o di prendere decisioni. Eppure devi ancora andare avanti e fare tutto. E la maggior parte delle volte non ne hai l’energia o il desiderio, ma vai avanti lo stesso.

Ma, come diceva Jung, è anche vero che “La depressione è una signora vestita di nero che bisogna far sedere alla propria tavola ed ascoltare”.

In effetti, ciò che io ed A. abbiamo fatto insieme è stato innanzitutto creare un clima caldo e sereno ed una relazione terapeutica stabile e affidabile entro la quale raccontarsi con fiducia. In questo contesto “protetto”, fatto di uno spazio e di un tempo dedicato solo ad A., abbiamo con pazienza ricostruito il suo vissuto depressivo, lo abbiamo accolto e lo abbiamo a lungo ascoltato e analizzato. Come scrivevo qui, esso infatti ha molto da dirci di noi stessi, del nostro dolore, della nostra storia!

In questi casi, la psicoterapia (affiancata, se è il caso, da un’adeguata cura farmacologica a cura di un collega psichiatra) può accompagnare i pazienti lungo “un meraviglioso seppure doloroso viaggio nella propria interiorità alla scoperta del proprio valore e della propria forza” (V. Andreoli). Tuttavia, pare che in Italia solo il 29% dei soggetti depressi ricorra a un trattamento psicologico…

Quando mi pongono domande su cosa fare di fronte alla depressione, io racconto sempre la storia terapeutica di A.: è un esempio senza età dell’importanza di trovare la forza per fare i conti con i nodi della propria esistenza! Affrontare i propri fallimenti e sconfitte spesso permette una svolta importante che, nel tempo, consentirà di prendersi cura di sé e di liberare le proprie potenzialità; di avere sì anche a che fare con i propri limiti, ma in modo diverso, più consapevole, più saggio e soprattutto vitale!

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La storia di A. e della sua Depressione https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/la-storia-di-a-e-della-sua-depressione/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/la-storia-di-a-e-della-sua-depressione/#respond Sat, 14 Nov 2020 19:40:50 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1559 L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che la depressione è la seconda malattia più diffusa al mondo dopo l’infarto (O.M.S., 1999). Conoscerla per curarla...

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A. è una donna di 60 anni che vive una deflessione dell’umore generata da varie “situazioni grilletto”: un linfoma e un corpo trasformato dalla radioterapia, diversi lutti, un’elevata conflittualità con la famiglia d’origine per  eredità mai risolte. A. sembra dolce e paziente. Si presenta in sovrappeso, poco curata, rime labiali e palpebrali in giù, tono di voce monocorde, mimica leggermente rallentata; si protende sulla scrivania appoggiandovisi di peso, quasi reificando col corpo la sua richiesta di aiuto.

Racconta di soffrire d’insonnia, ma di dormire spesso di giorno e di indossare anche per due/tre giorni di fila il pigiama, di non si sentirsi gratificata dalla sua vita presente e passata, di avere molti rimpianti ed una sensazione di anormalità, di irregolarità: il figlio che lavora fuori, le liti continue coi fratelli, i genitori morti precocemente,…

Ma questo non ci dice ancora tutto di lei. A., infatti, è la maggiore di una famiglia numerosa, rigida (seppur affettiva) e di sani principi. I genitori, gran lavoratori, la responsabilizzano fin dalla più tenera età: lei è la più grande, ha il dovere di badare ai fratellini, non sempre si può giocare! A. sa che è giusto così, che deve essere obbediente e buona e pensare innanzitutto alla famiglia. Così, cresce aiutando la mamma con i fratelli e le sorelle, lava, cucina, rinuncia alla privacy: occuparsi di altro è pensato come “sbagliato”. Poi si sposa e lascia l’università per metter su una famiglia tutta sua.

Nel tempo, la sua famiglia d’origine va incontro a tanti lutti, a delusioni reciproche e a molte liti. Di fronte a ciò, A. si sente responsabile, ma anche impotente e sconfortata e vive nel doloroso ricordo della sua famiglia idilliaca. Per questo si è molto trascurata ed oggi è infelice… Il cancro le ha insegnato cosa è veramente importante; ciò nonostante, è stanca, disillusa e non sa proprio come recuperare il tempo perduto.

 

Cosa affligge A.?

La sua diagnosi è di “depressione”, “[…] una condizione dell’anima che si registra quando il mondo circostante non ci dice più nulla e il mondo immaginifico, quello dei nostri sogni e dei nostri progetti, tace avvolto da un silenzio così cupo e impenetrabile da impedire anche il più timido degli sguardi che osi proiettarsi nel futuro” (U. Galimberti).

La depressione, diceva Indro Montanelli, “è una malattia democratica”, nel senso che colpisce tutti, senza distinzioni geografiche, antropologiche, di età o di ceto sociale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che è la seconda malattia più diffusa al mondo dopo l’infarto. Inoltre, è il più diffuso tra i disturbi mentali: si stima che ogni anno si ammalino di depressione circa 100 milioni di persone (O.M.S., 1999; qui altri dati).

Secondo i manuali diagnostici, essa si caratterizza:

  • per uno stato di tristezza profonda (diversa da quella “normale” poiché non è proporzionale agli eventi di vita reali);
  • per la riduzione o perdita dei propri interessi, affiancata da intensa sofferenza e dalla diminuzione dell’iniziativa e della partecipazione sociale.

Questo disturbo coinvolge quattro aspetti fondamentali del funzionamento di ogni individuo:

  1. Affettività: il depresso si trova in una condizione di tristezza, pessimismo e scoraggiamento; non c’è più capacità di desiderare, di sperare, ma anche di provare emozioni: “Il depresso è incapace di provare gioia, così come è incapace di provare dolore. La depressione è l’assenza di ogni tipo di emozione […]” (E. Fromm). Il paziente è apatico e non prova nessun piacere; anche la vita relazionale è compromessa: l’affettività si scolorisce sempre più e si esperisce un vissuto di desertificazione interiore.
  2. Cognizione: la maggior parte delle funzioni cognitive subisce un rallentamento; l’eloquio è povero e stentato e c’è un forte senso di confusione mentale, con difficoltà a formulare i pensieri e ad esercitare attenzione, concentrazione e memoria. L’individuo non è abitato da pensieri speranzosi, ma di auto-svalutazione, di colpa e di perdita, di disastri e a volte anche di morte.
  3. Psicomotricità: la persona depressa si presenta stanca, sofferente e con un rallentamento generale, ad esempio nella gestualità e nella mimica.
  4. Funzionamento somato-vegetativo: anche il corpo è molto implicato nei disturbi depressivi; sono spesso presenti astenia (mancanza di forza), diffusa sensazione di malessere fisico, cefalea, disturbi digestivi e alterazione dell’appetito (inappetenza o iperfagia), disturbi del sonno (insonnia, risveglio precoce o ipersonnia), perdita del desiderio sessuale e simili. Il disturbo depressivo fiacca anche la funzione immunitaria, diminuendone l’efficacia!

 

Ma cosa trasforma una persona vitale in un individuo depresso?

Come nel caso di A., spesso il disturbo dipende dal combinarsi di diversi fattori, tra cui principalmente un Sé fragile, eventi di vita difficili (ad es. lutti e perdite) ed un ambiente infantile insicuro; questi elementi possono aumentare la vulnerabilità della persona nei confronti di situazioni stressanti, difficoltà ed esperienze dolorose. Può così svilupparsi un disturbo che si articolerà, col passare degli anni, attorno ad un Sé mancante e difettuale, meritevole di rifiuti e di fallimenti. Queste persone sono costantemente ed “inspiegabilmente” infelici, hanno una bassa autostima e grossi sentimenti di colpa e di inferiorità: “mi succedono brutte cose perché me le merito”; o, come racconta A., “perché non sono stata capace di risolvere le cose!”. Sono tuttavia molto sensibili e donative: empatizzano con la tristezza, comprendono le ferite altrui, tendono ad aiutare gli altri, cercano la vicinanza e si oppongono alla perdita.

Quella che definiamo “depressione” è dunque una modalità di esistenza pregna di sofferenza che spesso affligge persone piene di risorse nascoste, attente più all’Altro che a sé, affettive e donative che meriterebbero un sano ed “egoistico” “risveglio”.

 

(La storia di A. e della sua cura continua QUI!)

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Gli esseri umani e l’Altro #6 – Gli Stili Comunicativi https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/gli-esseri-umani-e-laltro-6-gli-stili-comunicativi/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/gli-esseri-umani-e-laltro-6-gli-stili-comunicativi/#respond Sun, 11 Oct 2020 10:42:52 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1517 Conoscere i principali stili comunicativi è fondamentale per rendere fruttuosa ogni comunicazione

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Come dicevamo in un articolo precedente, esistono molti modi di comunicare.

Scegliere i più appropriati alla situazione in cui ci troviamo ci aiuta molto ad entrare in una relazione positiva, di scambio e rispetto reciproco con gli altri. E’ dunque necessario “mettere un pensiero” sui nostri modi di stare con gli altri a livello verbale, non verbale e paraverbale. Per farlo, il primo passo è conoscere i principali stili comunicativi, che elencheremo di seguito, per poi approfondire – nei prossimi articoli – gli aspetti più fruttuosi della comunicazione!

 

  • Stile Aggressivo: “io Ok – tu Non Ok”

– Si esprime in modo violento: ricatta, minaccia, usa l’intimidazione, non rispetta l’altro;

– Impone le proprie idee;

– E’ intollerante, intransigente, rigido, iper-critico e giudicante;

– Provoca conflitti;

– Usa l’autorità, ordina e impone invece di concordare e di cercare un dialogo;

– Iper-valuta se stesso/a e sottovaluta gli altri (si concentra sui lati negativi degli altri).

Lo troviamo, ad esempio, in soggetti estremamente fragili e spaventati come quelli affetti da psicosi e paranoia (in cui può essere una reazione difensiva!) o in persone controllanti come gli ossessivi, nelle personalità borderline o con tendenze antisociali e in coloro che per vari motivi (ad es. la maniacalità) sono incapaci di provare empatia e di vedere e ascoltare l’Altro.

 

  • Stile Manipolativo: “io Non Ok – tu Non Ok”

– Comunica in modo vago, poco chiaro, ma apparentemente affascinante;

– Non ammette i propri errori;

– Tende a raggirare l’interlocutore;

– Altera, distorce, trasmette in modo parziale e non pertinente le informazioni;

– Seduce, dissimula emozioni, ignora sentimenti, attribuisce pensieri, desideri, intenzioni, stimola sensi di colpa, di inadeguatezza, di vergogna, di vulnerabilità, di orgoglio, di prestigio… a seconda della propria convenienza;

– Si focalizza sui propri lati positivi e usa i lati negativi degli altri a suo favore.

Possiamo vederlo (anche se in realtà la difficoltà sta proprio nel “vedere”, nell’accorgersi della manipolazione!) in soggetti borderline, con difficoltà empatiche, tendenze isteriche e narcisistiche.

 

  • Stile Passivo: “Io Non Ok – tu Ok”

Rinuncia a esprimere le proprie idee e tende a non prendere posizione;

– Ha paura di offendere;

– Teme di essere criticato;

– Non si difende;

– Evita le responsabilità e rifugge i rischi;

– Evita conflitti o contrapposizioni forti;

– Lascia decidere gli altri, compiace e protegge;

– Si concentra sui propri lati negativi e su quelli positivi degli altri.

Possiamo osservarlo ad esempio in soggetti ansiosi, dipendenti, con tratti depressivi o infantili e con carenza di autostima. Ma perché queste persone fanno così? Se ci pensiamo, con questo stile comunicativo ottengono due vantaggi: (1) eludere situazioni potenzialmente ansiogene; (2) acquistare l’approvazione e la lode degli altri in quanto persona molto gradita. A lungo termine, tuttavia, possono perdere la stima di sé, nutrendo risentimento, irritazione, senso di rabbia crescenti e continuamente repressi, sentimenti spesso somatizzati, ad es. con dolori alla testa, sintomi depressivi, disturbi di stomaco e simili.

 

  • Stile Assertivo: “io Ok – tu Ok”

–  Riconosce e fa valere i propri diritti e riconosce e rispetta quelli degli altri;

Esprime le proprie posizioni (idee, sentimenti, diritti) senza ansietà non necessarie, in modo chiaro, trasparente ed efficace, senza tentare di prevaricare gli altri;

– Discrimina e contestualizza;

– Ha un comportamento partecipe e attivo;

– Rispetta regole di cortesia, di cooperazione e di reciprocità;

– Usa l’autorevolezza (e mai l’autorità), non dà ordini, semmai chiede;

– Ammette i propri errori e si assume le proprie responsabilità;

Comunica in maniera chiara e diretta, ma non minacciosa o aggressiva;

Ascolta gli altri in maniera attiva, rispettosa e partecipe;

– Possiede quel coraggio e quella decisione che derivano da una buona STIMA di SE’;

– Ha un atteggiamento caratterizzato da una piena fiducia in sé e negli altri.

Lo stile assertivo è proprio di chi sta bene con se stesso ed ha un buon grado di conoscenza di sé, dei propri limiti e delle proprie risorse, ma anche di quelli degli Altri.
Oggi – nel mondo individualista che viviamo, dove sono molto più frequenti i primi tre stili comunicativi – la vera assertività è difficile da trovare, imparare e praticare; tuttavia, essa permette relazioni rispettose e fruttifere, bilanciate e positive! Per questo la approfondiremo nel prossimo articolo (:

 

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BIBLIOGRAFIA

Mecacci L. (a cura di) (2001), Manuale di psicologia generale. Storia, teorie e metodi. Cervello, cognizione e linguaggio. Motivazione ed emozione, Giunti, Firenze

Watzlawick P., Beavin J. H., Jackson D. D. (1971), Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi, Astrolabio, Roma.

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