famiglia – Psicologa a Palermo Noemi Venturella https://www.psicologa-noemiventurella.it Psicologa a Palermo Sat, 27 Apr 2024 13:06:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.7.2 https://www.psicologa-noemiventurella.it/wp-content/uploads/2020/04/cropped-favicon-venturella-psicologa-palermo-3-32x32.png famiglia – Psicologa a Palermo Noemi Venturella https://www.psicologa-noemiventurella.it 32 32 Genitori: un “mestiere impossibile”? https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/psicologia-dello-sviluppo/genitori-un-mestiere-impossibile/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/psicologia-dello-sviluppo/genitori-un-mestiere-impossibile/#respond Sat, 27 Apr 2024 13:02:33 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1828 La Genitorialità può essere definita come un insieme di competenze complesse e in evoluzione che riguardano la capacità di prendersi cura e di proteggere un Altro al di fuori di sé. Un altro individuo che, per età, livello di sviluppo, condizioni fisiche e/o psichiche, necessiti di qualcuno in grado di leggere i suoi bisogni e [...]

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La Genitorialità può essere definita come un insieme di competenze complesse e in evoluzione che riguardano la capacità di prendersi cura e di proteggere un Altro al di fuori di sé. Un altro individuo che, per età, livello di sviluppo, condizioni fisiche e/o psichiche, necessiti di qualcuno in grado di leggere i suoi bisogni e di rispondervi in modo adeguato (ovvero in base alle sue caratteristiche specifiche).
L’articolazione della genitorialità dipende dal funzionamento di ogni singolo individuo (es.: storia, storia familiare, esperienze e fantasie preponderanti aspettative, ideali, etc.) e del suo contesto di riferimento (es.: caratteristiche della coppia e del mondo sociale, lavorativo, culturale).

Un bel seminario con Massimo Recalcati mi ha aiutato a trovare le parole migliori per scrivere sull’argomento.

Innanzitutto bisogna sottolineare che la genitorialità è una funzione necessaria alla vita! Entro essa, l’esercizio della funzione paterna e materna sono alternate, non derivano da un genere o da un singolo individuo, ma sono fondamentali entrambe! “Madre” e “padre”, infatti, sono funzioni (e NON incarnazioni personali): c’è una fluidità, una complessità che trascende il piano della determinazione biologica.
Il modo analitico di guardare alla famiglia prescinde infatti dall’idea che esista una famiglia naturale derivante da stirpe, sesso, genealogia, biologia. Il legame familiare è una costruzione sociale, familiare, culturale. Non ha le sue radici nel biologico!

Secondo Recalcati:

  • Il Materno è un’esperienza di decentramento finalizzata ad accogliere la cura del figlio. Esso prevede 3 funzioni principali:
     (1) Cura: il 1° atto di cura della madre è rispondere al grido del bambino; in questo, ella assume la funzione primaria del “soccorritore”, di colei che, col suo “eccomi!”, si mette a disposizione, offre la presenza di Sé per la cura dell’Altro.
    (2) Trasmissione del sentimento della vita: affinché la vita del figlio sia “vita viva”, accesa, soggettiva, è necessario che la madre desideri la differenza da sé del figlio e il futuro scioglimento del legame. Al tal fine, ella deve accettare di “partorire Dio”, ovvero un figlio che non è suo, sul quale non può esercitare padronanza; il sentimento del materno è infatti un’“ospitalità senza esercizio di proprietà”, una postura di donazione di sé che implica un decentramento e che non può essere dissociata dalla perdita. Quel famoso dare al figlio sia le radici che le ali per volar via verso la sua strada, insomma!
    (3) L’accoglienza verso il “figlio unico”: l’amore materno tutela l’unicità ed evita l’anonimità. ovvero rende la vita del figlio insostituibile e vede ogni figlio come “unico”; in questo senso, esso tutela il “segreto del nome” (Derrida), è “amore per il nome” (Lacan), e destina al figlio delle “cure particolarizzate”, specifiche, appunto uniche.
  • I principali compiti del Padre sono quelli di:
     (1) Separare: per Lacan, “il padre è un principio di separazione”, poiché la sua parola “sottrae il figlio dal servizio della madre”, evita che egli sia un oggetto consolatorio, di godimento, che completa l’essere della madre; con ciò, il padre restituisce al figlio, attraverso lo scioglimento del legame simbiotico, una potenziale indipendenza.
    (2) Trasmettere la sostanza, il senso della legge, ovvero che non tutto è possibile. Ciò esorbita le regole: il sentimento dell’impossibile non serve solo a disciplinare la vita del figlio, ma anche a inscrivere in lui la dimensione del desiderio; “compito della funzione paterna è unire (e non opporre) il desiderio alla legge” (Lacan). Difatti, testimoniando al figlio che la vita guidata dal desiderio unito al senso di realtà ha un senso e che può essere “ricca di vita”, il padre lo aiuterà a trovare la propria “vocazione”/scelta!

 

Facile? Affatto.
Spesso vedo genitori pervasi dai sensi di colpa e o di onnipotenza per i destini dei figli… E incontro figli schiacciati dalle aspettative o dall’assenza di presenza dei propri cari. Per ben cominciare a “curarsi” di tutto ciò, forse bisognerebbe accettare che, come diceva Freud, fare i genitori è un mestiere impossibile, nel senso che è impossibile non sbagliare! Per questo, quando in studio arrivano delle famiglie o dei singoli che parlano del loro essere figli o genitori, li invito sempre ad aprirsi alla tenerezza e ad un grosso lavoro di conoscenza della storia familiare. Ciò favorisce la comprensione del motivo per cui certe dinamiche si sono verificate e permette nel tempo di aprirsi all’Altro superando, con un po’ di ovvia fatica, le recriminazioni e i giudizi. Tuttavia, per farlo è necessario avere il coraggio di conoscere, ad esempio di riconoscere in sé e nella propria storia…

…le possibili criticità nell’esercizio della genitorialità.

 

Secondo Recalcati, ad esempio, per la maternità sono soprattutto 2:
 – Essa non si attiva o si disattiva laddove il padre non sia intervenuto a separare il bambino dalla madre o riveli una carenza di fondo nel creare questa separazione; può lì verificarsi straripamento “incestuale” del desiderio materno (che diventa cannibalico) e o dei desideri simbiotico-onnipotenti del figlio.
 – Derivano da una carenza della madre che non riesce a tenere insieme la funzione materna della cura e la funzione del proprio desiderio come donna. La relazione tra la madre e la donna può scompensarsi in una direzione o in un’altra: (a) Quando essere madre significa annientare e mortificare la donna, essa scompare in una madre che è “tutta madre” (per Lacan si tratta di un “coccodrillo cannibale che mangia la vita del figlio”). In questo caso, il bambino diventa prigioniero di quel mondo e perde il diritto alla separazione; al tempo stesso, anche il desiderio della donna è prigioniera di ciò e i due si divorano in definitiva a vicenda (Lacan). (b) Quando la donna fa fatica a contenere la madre: diventare madre è qui concepito come una perdita dell’essere donna che può generare un rifiuto inconscio del materno.

Le distorsioni del paterno si verificano soprattutto quando il padre non tiene insieme la legge e il desiderio e genera l’eclissi dell’uno o dell’altro, ad es. laddove cerchi di trasmettere la regola, la legge-dovere in assenza del desiderio e del senso della legge stessa.
Assistiamo oggi purtroppo ad un tempo del vuoto, dell’“evaporazione del padre” classicamente inteso (il padre del patriarcato). Si verificano così fenomeni attuali come eclissi del senso e del desiderio, trasgressioni, de-sostanzializzazione, interdizioni e perversioni della legge. L’angoscia oggi arriva spesso nel pensare il vuoto, la sua inconsistenza della legge, al pensiero che si può fare tutto, anche uccidere, e non succederà nulla. E’ allora necessario evitare il rifiuto dei padri e creare dei nuovi modi di incarnare il paterno che testimoni una nuova legge: quella frutto della consistenza e del senso della vita!

 

Buon lavoro!

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L’ardua impresa dell’Adolescenza https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/lardua-impresa-delladolescenza/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/lardua-impresa-delladolescenza/#respond Sun, 13 Jun 2021 15:29:26 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1767 Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia falsa, che sia vera Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia vinta, che sia persa (Tre allegri ragazzi morti). Il momento adolescenziale costituisce uno snodo verso la dimensione adulta. Come esprime l'origine della parola (da “adolescere”, crescere, e da “alĕre”, nutrire), l’adolescenza è un periodo di [...]

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Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia falsa, che sia vera
Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia vinta, che sia persa

(Tre allegri ragazzi morti).

Il momento adolescenziale costituisce uno snodo verso la dimensione adulta. Come esprime l’origine della parola (da “adolescere”, crescere, e da “alĕre”, nutrire), l’adolescenza è un periodo di grande variabilità, mobilità, fluidità. E’ un momento in cui il confluire del biologico, dello psichico e del sociale impongono al giovane un transito maturativo dal paradiso degli amori infantili, dove non occorre scegliere e rinunciare alla megalomania, all’età adulta; su di esso graveranno la storia dei genitori e la loro cultura sociale.

In quest’ottica, l’adolescenza non è solo un’età della vita; essa è un’esperienza i cui effetti vanno al di là della prima giovinezza.

E’ infatti il punto da cui può strutturarsi la patologia, ma anche la possibilità che il soggetto si organizzi per approdare funzionalmente all’età adulta.

Negli anni dell’adolescenza, il cambiamento fisico è rapido, sconvolgente e appariscente: il giovane nota ogni giorno nuovi segnali del suo divenire un individuo adulto. Ma per divenire davvero adulto, l’adolescente deve assolvere a complessi compiti di sviluppo:

  • deve raggiungere gradualmente l’indipendenza dai genitori;

  • accettare i cambiamenti tumultuosi del proprio corpo e adattarsi alla maturazione sessuale;

  • stabilire buoni rapporti di collaborazione tra i coetanei;

  • elaborare una propria filosofia di vita e un senso di identità personale.

Pertanto, l’adolescenza è anche un periodo di lutto per l’infanzia ed una seconda fase di separazione-individuazione dai genitori, le cui metamorfosi possono anche essere traumatiche. La pubertà crea infatti uno sconvolgimento dei punti di riferimento e del modo di pensare e conoscere il mondo.

La strada che l’adolescente dovrà percorrere prevede un transito dall’area familiare agli spazi esterni. Il lavoro dell’adolescenza procede infatti attraverso continue articolazioni tra passato e presente, dentro e fuori, vecchie e nuove identificazioni, permanenza e cambiamento. Meltzer lo descrive come il partecipare dell’adolescente, al tempo stesso, a 4 diverse comunità separate:

  1. comunità dei pari;

  2. comunità degli adulti;

  3. famiglia e suo essere bambino;

  4. isolamento (megalomania e onnipotenza).

In quest’ottica, un adolescente non è realmente ancorato in nessun posto (Meltzer); è in continuo movimento tra le diverse comunità perché il processo di crescita gli procura tanto dolore che egli può tollerarlo solo per un po’.

In questo viaggio, l’adolescente ricerca il sostegno degli adulti, ha come compagno il piccolo gruppo e come equipaggiamento il suo corpo.

Attraverso il suo nuovo corpo, egli può visualizzare la misura del suo progressivo cambiamento e dimostrare ciò che è in grado di fare; ma deve imparare a gestire la propria trasformazione e le proprie fantasie aggressive e distruttive. Di fronte allo scompiglio interno ed esterno, alle regressioni, alla confusione, ha perciò bisogno di adulti competenti che lo aiutino a riorganizzare il proprio mondo interno. L’adolescente si rivolge così allo sguardo dei suoi caregivers per scorgere l’effetto dell’impresa che sta compiendo; inoltre, ha bisogno di essere ammirato mentre si allontana.

Se la distanza tra il familiare e l’estraneo è avvertita come incolmabile, egli può mettere a rischio la nascita della propria identità. Per questo e per molti altri motivi, l’adolescenza di un figlio è un passaggio evolutivo critico per tutta la famiglia.

OGGI

L’adolescente di oggi incontra maggiori difficoltà nel processo di identificazione poiché privato di punti di riferimento stabili e flessibili: rituali di iniziazione socio-culturali, credenze condivise dai gruppi di riferimento, stabilità familiare.

Non a caso, nei nostri studi arrivano sempre più spesso giovani pazienti con disturbi comportamentali e personologici profondi. In queste patologie, la strategia difensiva consiste nello spostare all’esterno e, quindi sul sintomo, le esigenze interne, stabilendo, quindi, relazioni con oggetti sostitutivi più controllabili e garantendosi così un equilibrio psichico. L’effetto finale sarà un sintomo, ad es.:

  • comportamenti difensivi che vanno verso la noia, l’indifferenza, l’anestesia emozionale;
  • il ritiro su di sé (si parla sempre più spesso oggi di Hikikomori) o su oggetti sostitutivi facilmente padroneggiabili (droghe, cibo, corpo, agiti e varie altre anomalie della condotta).

In questi casi, il sintomo acquista un potere organizzatore sulla personalità e diviene il condensato attorno al quale l’individuo crea le sue relazioni e la sua interiorità, impoverendole.

Il caso di Gaia

Gaia (nome di fantasia) arriva in studio coi genitori e con una lunga lista di sintomi. E’ esile eprorompente allo stesso tempo, con delle forme che dominano lo spazio e, dice, ingombrano la mente. Non ha mai accettato il suo corpo come non lo hanno accettato gli altri; in effetti, è bullizzata fin dalla prima pubertà per via di una sviluppo fisico stupefacente, cui si accompagnava invece una grande ingenuità. La sua insicurezza di base si è trasformata nel tempo in sintomi somatici (deperimento, depressione immunitaria, etc.) e in paura a causa di contesti scolastici iper(s)valutanti e aggressivi, accompagnati da relazioni intime a tratti abusanti. Mentre gli adulti di riferimento erano impegnati nelle loro vicende personali (malattie, lutti, workaholisme), Gaia si dimenava come poteva in mezzo a tutto questo, arrivando ai 20 anni con sintomi ansiosi, ritiro relazionale e necessità di controllo che permeano la sua vita. E’ estremamente intellettualizzante, iper-adultizzata, curante verso gli altri, con uno spiccato desiderio di giustizia e di etica che sfoga sui social. Ma è anche fragile, sola, atterrita da ogni cambiamento. Come potrebbe crescere e diventare la giovane donna dotata che intravedo in lei, se restasse prigioniera dei suoi malesseri?

Questi sintomi vanno ascoltati e ben attenzionati. Il desiderio di vivere che anima la parte sana di Gaia la porta in terapia e a spoilerare a poco a poco le proprie difficoltà. Insieme, possiamo lentamente vedere come i suoi sintomi siano preziose comunicazioni che nascondono ciò che lei non può accettare, i suoi conflitti interni, le sue debolezze, le sue paure, le difficoltà che ha con le sue figure fondamentali.

In questi casi, è necessario ripercorrere a ritroso la strada che collega i sintomi ai conflitti interiori con la guida di un adulto di riferimento; e ciò al fine di aiutare l’adolescente a sviluppare la capacità di gestire il suo nuovo Sé senza averne una paura schiacciante. Per farlo, egli ha bisogno di adulti in grado di sostenerlo e per aiutarlo a coltivare autonomamente la sua nascente soggettività!

Dobbiamo essere una base sicura da cui il paziente possa esplorare i diversi aspetti infelici e dolorosi della sua vita, molti dei quali trova impossibile riconsiderare senza un compagno di cui abbia fiducia e che gli fornisca sostegno, incoraggiamento, comprensione e che, nel caso, faccia da guida. (J. Bowlby).

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Dalla coppia alla neo-famiglia https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/dalla-coppia-alla-neo-famiglia/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/dalla-coppia-alla-neo-famiglia/#respond Thu, 11 Mar 2021 22:42:49 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1689 Una coppia matura, una di quelle che guarda insieme nella stessa direzione, deve svolgere dei compiti di sviluppo funzionali alla sua crescita. Possiamo individuarne principalmente di 3 tipi: 1) Compiti di sviluppo nei confronti dell’Ambiente Esterno: - Condividere le relazioni amicali; - Trovare uno spazio per le amicizie individuali; - Supportare e valorizzare l’impegno sociale [...]

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Una coppia matura, una di quelle che guarda insieme nella stessa direzione, deve svolgere dei compiti di sviluppo funzionali alla sua crescita.

Possiamo individuarne principalmente di 3 tipi:

1) Compiti di sviluppo nei confronti dell’Ambiente Esterno:

– Condividere le relazioni amicali;
– Trovare uno spazio per le amicizie individuali;
– Supportare e valorizzare l’impegno sociale del partner.

2) Compiti di sviluppo come Figli:

Il matrimonio coinvolge non soltanto i coniugi, ma anche le famiglie d’origine. E’ infatti necessario che la coppia si impegni per trasformare le relazioni e per rimodulare le distanze con le rispettive famiglie. In particolare, la coppia dovrà:
– Realizzare un equilibrio tra lealtà verso i genitori e lealtà verso il partner;
– Operare la differenziazione e il distacco dalle famiglia d’origine, pur restando consapevole di quali aspetti delle rispettive famiglie è importante conservare;
– Definire confini di coppia chiari e permeabili; è questo un requisito indispensabile affinché la coppia trovi una propria unità e intimità. Infatti, sia l’interruzione dei rapporti con le rispettive famiglie sia l’invischiamento con esse rimandano a problemi irrisolti coi propri genitori che si ripercuoteranno sulla neo-famiglia. Solo chi ha raggiunto una buona individuazione e separazione dalla propria famiglia d’origine è in grado di aprirsi a una nuova relazione, conservando allo stesso tempo un legame positivo (che sia non un vincolo, ma una risorsa!) con i genitori.
Bisogna qui sottolineare che non è soltanto la nuova coppia che deve regolare la distanza-vicinanza con la famiglia d’origine; anche queste devono operare dei cambiamenti nei loro modelli relazionali, elaborare il movimento di uscita del proprio figlio e accettare l’esclusività del rapporto tra i giovani coniugi.

3) Compiti di sviluppo come Coniugi:

– Costruire una nuova identità di coppia;
– Creare un rapporto di reciprocità e mutuo rispetto;
– Prefigurare un progetto generativo, contribuendo così a dare continuità alla storia familiare;
– Negoziare sui vari aspetti della vita, imparando a gestire insieme eventuali problemi di adattamento e di organizzazione quotidiana (es.: gerarchie, ruoli, compiti, regole, spazi, regolazione delle distanze), la Comunicazione, l’ascolto, i conflitti e la loro stessa relazione.

La relazione di coppia è infatti al contempo:

  • complementare (ci sono 2 ruoli diversi, ma su piani paritari);

  • simmetrica (relazione tra 2 partner sullo stesso piano).

Attualmente, in una coppia sana i primi 2 tipi di relazione si alternano, con diritti e doveri, ruoli e funzioni definiti in modo sempre più paritario e flessibile in base alla fase del ciclo di vita della coppia. Al contrario, in una coppia disfunzionale non c’è flessibilità e ci si cristallizza su una delle 2 polarità o su modalità asimmetriche (relazione tra persone poste su piani diversi).

Uno spazio particolare merita qui la gestione dei Conflitti, poiché essa è dei compiti più difficili per la giovane coppia. Cigoli parla del matrimonio come di uno specifico “contesto conflittuale”; bisogna, però, sottolineare che il conflitto può essere:
Costruttivo, se avviene in un contesto relazionale cooperativo e aperto al nuovo;
Distruttivo, se avviene in un contesto competitivo e tende a mettere in discussione aspetti vitali come l’autostima o la definizione del potere nella relazione.

Spesso, soprattutto nelle prime fasi del matrimonio, possono essere messe in atto strategie di evitamento del conflitto per cercare di preservare un clima idilliaco. Tuttavia, a lungo andare ciò si rivela disfunzionale, in quanto si creano argomenti non elaborati e tabù di cui non si può parlare. Il risentimento ed il disaccordo che ne derivano possono essere espressi solo indirettamente, attraverso manifestazioni di disagio; ciò conduce alcune coppie a scontri aperti ed a sentimenti negativi anche su questioni di scarsa importanza.

I conflitti distruttivi possono scatenare delle vere e proprie escalation, ovvero delle interazioni prive di una conclusione costruttiva, che non portano alla soluzione del problemi, ma che finiscono per sfinimento. Per altro, alla prima occasione in cui la questione si ripresenta, la coppia mette nuovamente in atto le medesime dinamiche, ancora una volta senza arrivare a una soluzione positiva; la discussione si trasforma in una vera e propria lotta, in cui il contenuto cessa di avere importanza: ciò che conta è solo prevalere sull’altro.

Anche entro coppie funzionali che però nel tempo si irrigidiscono, ad es. con ruoli immutabili pur non più adeguati alla situazione presente, il conflitto aperto è impossibile, bloccato sul nascere per via delle premesse fondative della relazione (= mito dell’unione familiare). In questi casi, si struttura un crescente senso di frustrazione che può dare vita anche a accadimenti improvvisi e violenti o a sensi di estraniazione.

Questi 3 modelli disfunzionali tendono ad auto-perpetuarsi. Per uscire da questo circolo vizioso è allora necessario che i partner imparino a comunicare anche in merito alle loro disfunzioni relazionali, cercando di accettare e comprendere il punto di vista dell’Altro.

Se la coppia riesce ad assolvere a questi compiti, possiamo affermare che essa creerà quella felice condizione in cui 1+1 non fa 2, ma “una famiglia”!

In caso contrario, nel tempo la coppia diventerà sempre più disfunzionale, fino allo “scoppio” di un sintomo. Quel membro della famiglia che esprime il disagio di tutto il nucleo è detto “Paziente Designato”, in quanto è appunto colui che è “designato” dal gruppo a mettere in luce una qualche problematica ed a manifestare l’andamento negativo della situazione familiare, su cui si rende a quel punto necessario intervenire.

Amare non è guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione”
(Antoine de Saint-Exupéry).

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“Che Cossè l’Amor”? https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/che-cosse-lamor/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/che-cosse-lamor/#respond Sun, 28 Feb 2021 20:05:45 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1679 "Lo sapevate che la malattia più diffusa al mondo è l'amore?" (dal film “Tutta colpa di Freud”) Come illustrano la canzone che dà il titolo all'articolo e questo film, l'amore è molto più di quella passione, avventura e attrazione iniziale. Amore, alla lunga, è anche stabilità, noia, liti, ciò che c'è dopo la luna di [...]

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“Lo sapevate che la malattia più diffusa al mondo è l’amore?”
(dal film “Tutta colpa di Freud”)

Come illustrano la canzone che dà il titolo all’articolo e questo film, l’amore è molto più di quella passione, avventura e attrazione iniziale. Amore, alla lunga, è anche stabilità, noia, liti, ciò che c’è dopo la luna di miele. “Nella gioia e nel dolore”, appunto.

Ma come resistere alle intemperie quando alla gioia si unisce questo famoso e odioso “dolore”?

Partiamo dal dire che in questa fase più stabile (es.: convivenza o matrimonio) la coppia inaugura un continuo e delicato processo di mediazione dei desideri e dei bisogni, delle storie e delle culture familiari dei singoli, nonché di norme, valori, vincoli sociali propri di ognuno dei due partner. Infatti, un rapporto maturo prevede una relazione dinamica e interattiva che si costruisce e si modifica nel tempo, in base a numerose variabili interne ed esterne alla coppia.

E’ necessario sottolineare che, qualunque sia stato il rapporto tra i due partner prima di questo passaggio, con questo impegno più significativo le caratteristiche della coppia cambiano.

A livello simbolico, anche il rituale della cerimonia nuziale e o tutti i riti collegati a questo momento (ad esempio la creazione di una casa condivisa e un riconoscimento sociale della solidità della coppia) hanno la funzione di sancire un passaggio, un’importante linea di demarcazione con le precedenti fasi del ciclo vitale.

In questa fase, infatti, la coppia si trova ad affrontare una serie di compiti che implicano la costruzione di una relazione fondata sul “noi”, sulla costruzione di una sempre più forte identità di coppia, sulla condivisione, sull’empatia, sulla collaborazione e su un impegno reciproco prolungato nel tempo.

Ovviamente, tuttavia, ciò non implica di per sé che la coppia sia pronta ad assolvere i compiti che è chiamata ad affrontare.

Solo se questi processi sono già attivi e pensati dai due partner prima di questo passaggio, il legame può evolvere dall’innamoramento all’amore e ad un rapporto fondato sulla condivisione, sulla comprensione, sulla cooperazione, sulla reciprocità dell’impegno comune, e può al contempo consentire anche l’espressione della propria individualità.

Bisogna, inoltre, considerare che esistono alcuni fattori ostacolanti e alcune situazioni a rischio che possono inficiare l’adattamento della coppia. Nominiamone alcuni che necessitano di particolare cura, attenzione e a volte aiuto per NON diventare difficoltà insormontabili:

  • L’età dei coniugi: se la coppia si è sposata prima dei 20 anni può essere maggiormente instabile. Se dopo i 40 anni può avere minore flessibilità. Differenze troppo elevate nelle età tra i partner determinano l’attraversamento di fasi diverse e approcci differenti alla vita.

  • I due partner dipendono ancora dalla famiglia d’origine dal punto di vista economico, affettivo, relazionale.

  • La coppia va a vivere con una delle famiglie d’origine.

  • I partner si incontrano o si sposano in corrispondenza di un lutto significativo.

  • La coppia si sposa con il parere contrario di una o entrambe le famiglie d’origine.

  • I partner provengono da famiglie separate/conflittuali (in questo caso, possono aver introiettato un modello di coppia disfunzionale).

  • I partner provengono da famiglie molto diverse sul piano culturale, religioso, politico, economico, etnico, etc.

Compiti di Sviluppo

I compiti che la neo-coppia si trova ad affrontare in questa fase si snodano su due assi parallele, ma complementari:

  1. Orizzontale: compiti cui ciascuno deve adempiere nei confronti dell’altro membro della coppia.

  2. Verticale: compiti che ognuno deve continuare a svolgere con l’ambiente esterno e come figlio nei confronti dei propri genitori.

Li approfondiremo in seguito. Innanzitutto è però fondamentale sottolineare che, per assolvere funzionalmente ad essi, è necessario tollerare e comprendere le esigenze ed i bisogni dell’Altro, riconoscendo l’importanza della negoziazione, del compromesso e di un rapporto di reciprocità e di ascolto reciproco.

Inoltre, per far fronte con successo a questa fase, i partner devono aver risolto i compiti di sviluppo precedenti; in particolare, devono aver elaborato lo svincolo e la separazione dalle famiglia d’origine. Se ciò è adeguatamente avvenuto, ognuno dei due membri della coppia percepirà un senso di reciprocità e collaborazione e darà il suo contributo alla stabilità affettiva del rapporto senza perdere il senso della propria identità. E’ questo il caso in cui, “nelle gioie e nei dolori”, si può davvero dire che

Omnia vincit amor et nos cedamus amori”:
“L’amore vince tutto, arrendiamoci anche noi all’amore”!
(Publio Virgilio Marone)

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Il gioco delle coppie https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/il-gioco-delle-coppie/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/il-gioco-delle-coppie/#respond Sun, 07 Feb 2021 20:37:35 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1663 Una coppia "funzionale" condivide un legame dall’importante valore trasformativo, promosso all’intimità corporea e psicologica. Inoltre, è caratterizzata da momenti di fusione con l’altro e momenti di differenziazione. In genere, è importante che avvengano continue oscillazioni tra questi due momenti e che ognuno di essi sia transitorio. Solo in questo modo la coppia potrà adattarsi alle situazioni della vita e modificare il proprio assetto acquisendo giorno dopo giorno nuove abilità e competenze che la aiutano a crescere.

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Quello della relazione con la tanto desiderata “anima gemella” è tra i temi più presenti in terapia.

I miei pazienti sono spesso afflitti dalle difficoltà e dalle sofferenze che si incontrano nel cercare di far funzionare la propria coppia in modo sano. Spesso, come C., soffrono la solitudine e desiderano la relazione, ma non riescono a so-stare dentro essa. Oppure vivono l’amore come dipendenza in cui si dissolvono, come V. o come P. O ancora, come faceva S., tendono a nascondere dietro la coppia molti dei loro problemi esistenziali. In altri casi, in coppia litigano costantemente per non affrontare problemi più profondi e o le fasi di cambiamento che stanno attraversando, come per N. Fino alle situazione in cui rivivono pesantemente nella coppia i propri fantasmi e paure familiari, come capita a O. …Insomma, in psicoterapia si parla tanto di coppie e spesso con le coppie ci si lavora anche insieme! Motivo per cui mi sembra importante approfondire l’argomento.

 

Caratteristiche della Coppia:

La parola “Coppia” deriva dal latino cōpŭla, che significa non a caso «legame, congiunzione» tra due esseri uniti, considerati “insieme”, spesso perché legati da un rapporto amoroso. A sua volta, la parola “amore” risale al sanscrito kama, cioè «desiderio, passione, attrazione» (da dove anche kama-sutra); da qui il verbo (c)amare, cioè «desiderare in maniera viscerale, in modo integrale, totale». Queste potenti emozioni, però, definiscono solo una parte di cosa è una coppia.

La coppia è innanzitutto un sistema, ovvero un insieme di parti interagenti che costituiscono “un tutto organico” e funzionalmente “unitario”. Il sistema-coppia è…

  • “aperto”, ovvero sta in una relazione di continuo scambio e interazione col suo ambiente di riferimento (es.: contesto, città, famiglie allargate, parenti, etc.);
  • diverso dalla somma delle singole caratteristiche di ciascun partner. In esso, infatti, non si verifica la semplice unione tra due individui, ma “un incontro tra due storie”.

Esistono almeno due tipi di relazioni di coppia:

(1) In una l’altro è l’oggetto delle nostre proiezioni e la storia della coppia è l’espressione dell’esternalizzazione di una relazione interna (…si è quasi “copie”, non “coppie”!).

(2) L’altro tipo di relazione è rappresentata dal legame tra i partner. In quest’ottica, la coppia è una struttura solo apparentemente diadica; infatti, se, da una parte, essa si configura come un’unità integrata (tanto che si può parlare di un “Sé” della coppia), dall’altra il legame che unisce i membri va considerato come un 3° elemento significativo. In questo senso, si può dire che la coppia è composta da tre parti:

  • Io;
  • Tu;
  • Noi, ovvero il senso di identità e di legame della coppia, direttamente derivante dalla storia e dalle aspettative di ciascun partner. Tale legame è un elemento nuovo, creativo, co-creato nell’incontro e capace di estrarre dal singolo una versione del sé complementare all’altro e funzionale al legame stesso.

Una coppia “funzionale” condivide un legame dall’importante valore trasformativo, promosso all’intimità corporea e psicologica. Inoltre, è caratterizzata da momenti di fusione con l’altro e da momenti di differenziazione. In genere, è importante che avvengano continue oscillazioni tra questi due momenti e che ognuno di essi sia transitorio. Solo in questo modo la coppia potrà adattarsi alle situazioni della vita e modificare il proprio assetto acquisendo giorno dopo giorno nuove abilità e competenze che la aiutano a crescere.

 

Esistono però coppie in cui si ha paura di evolversi…

In questi casi, uno dei partner realizza, con la complicità dell’altro, un completo inglobamento fusionale che ha come obiettivo quello di evitare la presa di coscienza di aspetti dell’altro indesiderati. Il partner è allora trattato come una parte del Sé ed è negato in tutto ciò che si differenzia. Il legame perde in questi casi le caratteristiche creative e costruttive di cui abbiamo prima parlato e diviene più un “legaccio”. E’ questa la situazione tipica di coppie che si presentano con un’aria di armonia sospesa, immobile e quindi ben controllabile da entrambi i partner. Si tratta di coppie con un alto grado di prevedibilità e rigidità che spesso esclude il mondo esterno, considerato pericolosa fonte di differenziazione. In quest’ottica, il cambiamento è vissuto come minaccioso e determina ansie di perdita del senso di identità dei singoli e della coppia stessa.

 

Approfondiremo in seguito gli affascinanti processi che portano alla formazione della coppia e i rischi che essa corre nel suo farsi.

Intanto è però centrale puntualizzare che la cura della qualità della coppia è fondamentale!

Il Sé della coppia, il “noi”, non è infatti un involucro statico e sempre identico a se stesso; esso è una “membrana” deve sempre ristrutturarsi in funzione dei cambiamenti cui la coppia è soggetta. Significative sono la sua elasticità e permeabilità, elementi che parlano della salute della relazione. In particolare, la resistenza e la flessibilità della coppia e dei suoi confini garantiscono il buon funzionamento della possibile neo-famiglia, che va sempre attenzionato. La vita quotidiana prevede infatti continue micro-transizioni ed eventi critici che vanno ben affrontati per potersi evolvere al contempo con singoli, come coppia e come famiglia!

“E da allora sono perché tu sei,
e da allora sei, sono e siamo,
e per amore sarò, sarai, saremo”
(Pablo Neruda).

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Riflessioni psicologiche sulla Violenza Umana https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicopatologia/riflessioni-psicologiche-sulla-violenza-umana/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicopatologia/riflessioni-psicologiche-sulla-violenza-umana/#respond Sun, 20 Dec 2020 21:53:01 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1596 Un bambino estremamente vulnerabile diviene quindi un adulto aggressivo e violento per una sorta di necessaria, ma patologica, difesa alle violenze che ha a sua volta subito nella sua vita.

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In tv oggi sono frequentissimi i programmi a sfondo violento: documentari sugli omicidi che hanno interessato l’opinione pubblica, approfondimenti su rapimenti e morti famose, focus su eminenti assassini e serial killers. Non sto parlando di film horror, ma di scene forti e sanguinarie reali, autorizzate a passare sui nostri schermi come “intrattenimento” mascherato da “approfondimento”.
L’illusione trasmessa da queste trasmissioni è quella di soddisfare curiosità sulla natura umana e sul funzionamento della mente.
In realtà però per comprendere la psiche, anche quella più violenta, bisogna andare oltre alle generalizzazioni, alle ricostruzioni dei delitti, alle fotografie, agli interrogatori e alle indagini.

Dal punto di vista psicologico, il fenomeno della violenza umana è molto interessante, non solo perché, seppur in modi molto variegati e spesso non nocivi, la rabbia e gli atti aggressivi appartengono a tutti… ma anche perché è possibile considerare questi “personaggi” non come mostri! Si tratta infatti di “persone” con una storia difficile che ha generato in loro un disturbo psichiatrico e o relazionale.

 

In questi casi, le alterazioni psicopatologiche più frequenti sono:

  • Disturbi Ossessivo-Compulsivi, caratterizzati da idee reiterate che costringono a condotte compulsive, in questo caso a carattere etero-aggressivo, finalizzate a scaricare la tensione interna;
  • Disturbi della Sfera Sessuale;
  • Disturbi Schizofrenici, soprattutto il sottotipo Paranoide della schizofrenia, che presenta di rabbia, ansia, distacco, atteggiamento polemico, allucinazioni uditive e o deliri di persecuzione, grandezza e onnipotenza che si sostituiscono progressivamente alla realtà;
  • Disturbi dissociativi (amnesia dissociativa, fuga dissociativa, disturbo di depersonalizzazione e disturbo dissociativo dell’identità, ovvero il classico disturbo da personalità multipla);
  • Disturbi correlati ad abuso di Sostanze, frequenti nella storia dei serial killer in almeno il 50% dei casi (C. Lucarelli, M. Picozzi, 2003);
  • Disturbi di Personalità, soprattutto Disturbo Antisociale, Borderline e Narcisistico (con particolare riferimento alla cosiddetta “Sindrome di Narcisismo Maligno”).

 

Queste però sono solo etichette diagnostiche da manuale.
Cosa c’è realmente dietro?

Per comprendere come funzionano gli esseri umani, è questo che bisogna sempre chiedersi!

Nel caso della violenza a sfondo omicidiario, le ricerche mostrano che è la coincidenza tra fattori “costituzionali”, familiari e sociali a generare un disagio esistenziale in grado di predisporre certi individui ad agire con ferocia e brutalità.

Innanzitutto, è necessario dire che, come ogni essere umano, anche “il serial killer è il prodotto della famiglia di provenienza e del sistema di pensiero genitoriale” (R. De Luca, 2001). Esperienze infantili dolorose e poco accudenti e comunicazioni genitoriali distorte, svalutanti e violente privano ogni bambino di quella fiducia in se stesso essenziale per crescere, lasciandolo una “Persona Incompiuta” (U. Callari, 1989) estremamente fragile. Un bambino che cresce in questo tipo di ambiente carente ha spesso enormi insicurezze; se inoltre ha temperamento predisposto a reagire con rabbia, potrebbe accadere che, per provare piacere, efficacia personale e stima di sé, egli ricorra a estreme forme di violenza. L’omicidio, in particolare, è quell’atto che permette il totale controllo della vita altrui: in esso, si sperimenta il potere di dare la morte. Uccidere è, in questo senso, un estremo, soddisfacente, atto di onnipotenza!

Un bambino estremamente vulnerabile diviene quindi un adulto aggressivo e violento per una sorta di necessaria, ma patologica, difesa alle violenze che ha a sua volta subito nella sua vita. Le caratteristiche dell’era capitalistica (es.: elevato livello di isolamento e di alienazione, stress, frammentazione del sistema familiare, mancanza di empatia e competizione sfrenata) complicano ulteriormente questo quadro, rendendo maggiormente vulnerabili questi individui.

 

In estrema sintesi, è questo che non dobbiamo dimenticare di fronte alle semplificazioni dei programmi tv.

Perché questo tipo di persone rappresentano qualcosa della natura umana: “sono gli epigoni antropologici di un mondo primitivo le cui spore, presenti in ognuno di noi, germogliano per motivi tutt’ora poco chiari solo in un numero limitato di individui” (G. Magnarapa e D. Pappa, 2003).

E perché è da qui, dalle origini della violenza, che inizia la cura!

 

“Il passato è il Prologo”
(G. O. Gabbard, 2007).

“Il bambino è il padre dell’uomo”
(W. Wordsworth, 1802).

 

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BIBLIOGRAFIA

Callari, U. (1989), Violenza morale sui minori, Criminologia e psicopatologia forense, 1989, 1, pp. 409-410
De Luca, R. (2001), Anatomia del serial killer, Giuffrè Editore, Milano

Gabbard, G. O. (2007), Psichiatria psicodinamica, Cortina, Milano

Lucarelli C., Picozzi M., (2003), Serial killer. Storie di ossessione omicida, Arnoldo Mondadori Editore, Milano

Magnarapa G., Pappa D., (2003), Teoria e pratica dell’omicidio seriale, Armando Editore, Roma

Wordsworth, W. (1802), Poems – Poesia (1798-1807), Milano, Mursia, 1997.

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Gli esseri umani e l’Altro #2 – Il ruolo della famiglia https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/gli-esseri-umani-e-laltro-2-il-ruolo-della-famiglia/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/gli-esseri-umani-e-laltro-2-il-ruolo-della-famiglia/#respond Sat, 29 Aug 2020 12:59:15 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1480 La mente e la personalità individuale si costruiscono all’interno di relazioni (familiari, tra pari, culturali, etc.).

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Fin dalla nascita, ogni individuo è in relazione con una rete collettiva che…

“lo fonda nei suoi piaceri, nei suoi saperi, nel suo linguaggio e nella sua coscienza” (Napolitani D., in Lo Verso G., 1994).

Come dicevamo qui,

“Ogni essere umano ha origine in una relazione. La famiglia rappresenta lo spazio elettivo di tale processo, il gruppo primario di riferimento entro cui l’individuo viene pensato e concepito ed entro cui poi nasce, cresce e si ammala”.

Infatti, la mente e la personalità individuale non sono un “quid” dato a priori, non esistono di per sé, ma si costruiscono all’interno di relazioni (familiari, tra pari, culturali, etc.).

In particolare, la famiglia ricopre un ruolo centrale per il bambino non solo in termini di accudimento. Essa fa da tramite tra cultura collettiva e singolo e per questo può essere definita come quel luogo contemporaneamente mentale e sociale che plasma il bambino. Per Foulkes (in Giannone F., Lo Verso G., 1999) “la famiglia originaria è la rete gruppale primaria in cui si formano in modo decisivo la personalità e le strutture mentali del futuro individuo”. Anche Menarini e Pontalti (in Giannone F., Lo Verso G., 1999) hanno definito la famiglia come quel contesto basico, “elementare”, in grado di forgiare le strutture mentali che organizzeranno l’esperienza del soggetto nel mondo. La famiglia ha il compito di “in-segnare”, ovvero di “segnare dentro”, di creare, nella stabilità della relazione di accudimento, la primordiale “rete di significazione” che imbastisce le trame del pensiero del bambino. Il bambino, infatti, plasma se stesso grazie all’interiorizzazione di modalità di pensiero e di temi di tipo culturale: miti e riti della famiglia, fiabe, sogni, racconti sulla storia familiare, desideri, aspettative, valori, obiettivi, etc.; essi rappresenteranno i temi basici del suo pensiero! Inoltre, questi temi e pensieri svolgono un’altra funzione molto importante per il piccolo: essi si sono come un ponte tra la famiglia attuale, le famiglie d’origine e la cultura di un determinato contesto (nazione, regione, città, paese d’origine), di cui i familiari tramandano norme, valori e modalità relazionali, trasmettendoli ai propri figli.

Tutto ciò costituisce la base dell’individuazione, ovvero di come un bambino, piuttosto che essere una copia dei propri familiari, diviene un soggetto autonomo!

 

Questo processo è fondamentale, poiché da essa dipende il benessere personale.

La possibilità che esso avvenga dipende alla qualità “satura” o “insatura” del pensiero familiare (Nucara G., Menarini R., Pontati C., in Giannone F., Lo Verso G., 1999):

  •  In una famiglia “insatura” il campo di pensiero è organizzato in modo “sano”, “aperto”; ciò consente di essere diversi ad es. da un nonno o da un genitore, di attribuire un proprio senso ad accadimenti nuovi e, soprattutto, di dare al mondo significati “liberi”, personali e originali;
  • Al contrario, una famiglia “satura”, “chiusa”, NON offre all’individuo uno spazio mentale che gli consente di pensarsi come “altro” rispetto ai congiunti, né di differenziarsene; ciò determina una predominanza fantasmatica dell’uguale e del passato che:
  1. ostacola il processo di individuazione, destinando il soggetto ad essere un replicante degli intenzionamenti familiari;
  2. apre la strada al disagio soffocante, alla sofferenza psichica e alla psicopatologia.

Ovviamente, l’individuo è inconsapevole di tutti questi processi. Ciò che è importante però sapere è che NON siamo esseri passivi, in mano alle decisioni e ai destini delle nostre famiglie d’origine! …In ogni momento (ho pazienti di ogni età), possiamo conquistare la nostra soggettività!
Per farlo, è però necessario iniziare a lavorare su noi stessi per imparare a scegliere chi vogliamo essere. Come infatti diceva Sartre (1972) e come ripeto spesso ai miei pazienti incoraggiandoli,

“Noi siamo ciò che facciamo di ciò che gli altri hanno fatto di noi”!

 

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BIBLIOGRAFIA

Giannone F., Lo Verso G. (1999), Il self e la polis, il sociale e il mondo interno, Franco Angeli, Milano
Lo Verso G. (1994), Le relazioni soggettuali, Bollati Boringhieri, Torino
Sartre J.P. (1972), Santo Genet, commediante e martire, Il Saggiatore, Milano.

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Gli esseri umani e l’Altro #1 – Come nasce un bambino? https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/gli-esseri-umani-e-laltro-1-come-nasce-un-bambino/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/gli-esseri-umani-e-laltro-1-come-nasce-un-bambino/#respond Wed, 19 Aug 2020 17:44:27 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1471 “I rapporti familiari sono il succo della vita"!

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L’uomo è un animale sociale, diceva Aristotele:

ha bisogno dell’Altro e tende per natura alla socialità. Un bambino appena nato e la sua costante ricerca del calore materno ce lo dimostrano con disarmante tenerezza!

Tuttavia, poiché la psicologia è scienza e non improvvisazione, per sostenere queste evidenze con dati empirici sono stati svolti molti studi. Storicamente, gli esperimenti sui primati di Harlow mostrarono come il cucciolo di scimmia separato dalla madre tenda a stare vicino a un fantoccio di morbido e caldo tessuto piuttosto che ad un fantoccio con un biberon pieno di nutrimento ma di freddo fil di ferro. Bowlby studiò invece bambini separati dai genitori e messi in ospedali o istituti: lì spesso morivano in breve tempo o restavano sotto peso e mostravano un ritardo mentale …nonostante fossero stati accuditi adeguatamente sul piano fisico.

Cosa significa questo?

Che ai cuccioli interessa ricevere calore e amore, e solo secondariamente cibo! Inoltre dice Harlow:

la Deprivazione Materna produce nei cuccioli vistose Anomalie comportamentali: le scimmie isolate vedevano gravemente compromessa la loro capacità di recepire i segnali sociali, non riuscivano a rispondervi, mostravano comportamenti sociali anormali e diventavano madri grossolanamente inadeguate. Il grado di danneggiamento del comportamento sociale dipendeva in parte dalla quantità di tempo passato in isolamento e in parte dall’età in cui i piccoli venivano isolati.

Ogni essere umano (e non solo!) è quindi fin dalle sue origini orientato verso l’Altro da un amore disinteressato, da un semplice desiderio di relazione, che Bowlby  chiamò “attaccamento”. L’Attaccamento è il SISTEMA MOTIVAZIONALE maggiore del comportamento umano, ciò che lo orienterebbe fin dalle origini della vita. Secondo questo approccio, siamo fin dall’inizio organismi in interazione che hanno bisogno l’uno dell’altro: per sopravvivere e crescere in salute non si può fare a meno degli altri! I bambini crescono serenamente solo all’interno di relazioni funzionali!

attaccamento e sviluppo del bambinoPer spiegare questo concetto, ho raccontato ai miei alunni di bambino di nome Johann (lo vedete nell’immagine a fianco), trovato in mezzo ad un gruppo di scimmie dove ha probabilmente vissuto i primi 7 anni della sua vita; all’età di circa 8 anni Johann non aveva ancora detto una parola ed anche l’uso dei gesti e delle mani era poco sviluppato!

Infatti, le interazioni precoci giocano un ruolo importante nello sviluppo di ogni bambino:

  • influiscono sulla regolazione biologica e psicologica;
  • hanno implicazioni sul comportamento interpersonale;
  • orientano la personalità e lo sviluppo di funzioni cerebrali fondamentali.

Uno storico psicoanalista che amo molto, Donald Winnicott, diceva in merito che “il bambino da solo non esiste” (1965), ovvero che la sua regolazione biologica ed emotiva avviene innanzitutto attraverso la relazione.

In effetti, dalle ricerche delle neuroscienze emerge che lo sviluppo del Sistema Nervoso è un processo “esperienza-dipendente”: le relazioni significative delle prime fasi della vita plasmano direttamente lo sviluppo del cervello!

E insomma, ogni individuo è fin dalla nascita in rapporto con una struttura collettiva che, come afferma Diego Napolitani (in Lo Verso G., 1994), “lo fonda nei suoi piaceri, nei suoi saperi, nel suo linguaggio e nella sua coscienza”. Per questo anche la cura del disagio non può che essere una cura relazionale!

 

“I rapporti familiari sono il succo della vita, desideri, frustrazioni, legami fedeli. E’ da quei rapporti che ricaviamo la nostra forza, li godiamo anche se ci danno dolore. Naturalmente, anche i nostri problemi in parte vengono da lì, ma anche la capacità di sopravvivere a quei problemi ci viene dalla famiglia. […] Se alla famiglia si dedicasse altrettanta attenzione quanta ne abbiamo per le armi da fuoco o per il gioco del calcio, questo paese sarebbe infinitamente più sano e più felice” (U. Bronfenbrenner).

 

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BIBLIOGRAFIA

  Bowlby, J. (1988), Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Cortina, Milano
  Bronfenbrenner U., in S. Byrne (1978), Urie Bronfenbrenner – L’erosione della famiglia americana, Psicologia contemporanea, 1978, 2, pp. 31-37
  Lo Verso G. (1994), Le relazioni soggettuali, Bollati Boringhieri, Torino
  Winnicott D. (1965), Sviluppo affettivo e ambiente, Armando Editore, Roma.

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