cura – Psicologa a Palermo Noemi Venturella https://www.psicologa-noemiventurella.it Psicologa a Palermo Thu, 15 Aug 2024 11:55:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.7.2 https://www.psicologa-noemiventurella.it/wp-content/uploads/2020/04/cropped-favicon-venturella-psicologa-palermo-3-32x32.png cura – Psicologa a Palermo Noemi Venturella https://www.psicologa-noemiventurella.it 32 32 “Trauma”: capiamoci qualcosa! https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicopatologia/trauma-capiamoci-qualcosa/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicopatologia/trauma-capiamoci-qualcosa/#respond Thu, 15 Aug 2024 11:55:25 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1838 La parola “trauma” è oggi entrata nell’uso comune, se non abusata. La buona abitudine, in questi casi, è sempre quella di provare a interrogare le parole per capire cosa contengono e utilizzarle in buona coscienza! Il termine deriva dal greco trayma, letteralmente “trafittura, perforazione”, ma anche “ferita”. Le esperienze traumatizzanti creano in effetti un turbamento [...]

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La parola “trauma” è oggi entrata nell’uso comune, se non abusata. La buona abitudine, in questi casi, è sempre quella di provare a interrogare le parole per capire cosa contengono e utilizzarle in buona coscienza!

Il termine deriva dal greco trayma, letteralmente “trafittura, perforazione”, ma anche “ferita”. Le esperienze traumatizzanti creano in effetti un turbamento dell’omeostasi psichica cui la mente reagisce difensivamente con una frattura tra parti del sé o della personalità.
Per citare qualche definizione clinica, per
Laplance e Pontalis “trauma psichico” è “un evento della vita della persona che è caratterizzato dalla sua intensità, dall’incapacità del soggetto di rispondervi adeguatamente, dalla viva agitazione e dagli effetti patogeni durevoli che esso provoca nell’organizzazione psichica”. Similmente, Selye collega il trauma alla mancata capacità di un soggetto di adattarsi alle situazioni della vita; e Tagliavini aggiunge come le dinamiche di traumatizzazione si basino sul modo unico e individuale con cui un individuo esperisce un evento, una serie di eventi o un insieme di condizioni durature nelle quali è sopraffatta la sua capacità di integrare la propria esperienza.

Ma cosa rende un evento potenzialmente traumatizzante un trauma vero e proprio in grado di far questo alla psiche di un individuo?

Per comprendere la dinamica di traumatizzazione, è sicuramente necessario indagare l’evento-cardine che può aver generato tale destrutturazione; tuttavia, ciò non è sufficiente!
A fronte di un evento potenzialmente traumatico, bisogna prendere in esame anche la storia e le caratteristiche personologiche della persona.

Tutti gli eventi stressanti, infatti, sono potenzialmente traumatizzanti; è la presenza di una SOGGETTIVITA’ più resiliente o più vulnerabile ad influire sul generare la dinamica di traumatizzazione!

  • Se il paziente è “resiliente”, ovvero possiede una serie di solide risorse (biologiche, emotive, psicologiche, relazionali, affettive, sociali, massimizzate da uno stile di attaccamento sicuro) in grado di attivarsi in situazioni più o meno stressanti legate alla sua sopravvivenza e al suo benessere, egli sarà tendenzialmente capace di ripristinare la risposta fisiologica che il corpo mette in atto di fronte a condizioni che potrebbero soverchiare il suo funzionamento. Al contrario, in assenza di resilienza, sorgeranno più facilmente problemi di adattamento.
  • Una condizione pregressa di vulnerabilità renderà un evento stressante meno fronteggiabile e quindi più facilmente traumatico (e tendente a tradursi in sintomi); ciò è spesso esito di un attaccamento non responsivo e protettivo e o di una relazione precoce incoerente e contraddittoria con i caregivers.

In quest’ultimo caso, come scrive Herman, “la risposta ordinaria alle atrocità è di bandirle dalla coscienza”. Se infatti, come dicevamo, la potenza del trauma esonda rispetto alle risorse elaborative dell’individuo, egli percepisce un attacco al senso di sicurezza che genererà “una divisione del sé o della personalità del paziente in parti che hanno ognuna un proprio senso di sé e che sperimentano troppo o troppo poco” (G. Tagliavini). I pazienti traumatizzati tendono infatti a difendersi trovando una “fuga quando non c’è via di fuga” (Putnam, 1997) e portano nel corpo i segni degli eventi traumatici; si tratta di memorie emotive post-traumatiche che vengono però dissociate: emozioni intense e violente, traumatiche e corporeizzate, che Bromberg ha equiparato all’effetto di uno TSUMAMI poiché corrispondono a “un’inondazione di stati affettivi caotici tale che la mente non è in grado di elaborare attraverso i processi cognitivi” e tali da generare una profonda destabilizzazione del senso di Sé. Questa “ombra dello tsunami”/trauma si riattualizza continuamente nel presente e “tormenta la persona da quel momento in poi, ne depreda il presente e il futuro, soprattutto quando l’origine dello ‘tsunami’ si colloca nelle fasi precoci dello sviluppo individuale”.
Più grave è il trauma e più gravi saranno queste manifestazioni, le quali “possono potenzialmente colpire ogni area del funzionamento psicologico” (O. Van De Hart).

 

ATTENZIONE PERO’ A NON PATOLOGIZZARE TUTTO!

E’ sempre importante evitare diagnosi troppo facili e riduttivistiche. Le difese dissociative, infatti, non sono di per sé un fenomeno negativo, in quanto permettono di mantenere un equilibro psicosomatico in risposta a situazioni di stress (ad es., impediscono di essere travolti da emozioni particolarmente intense o dolorose).

Divengono patologiche quando si ricorre eccessivamente e in modo ricorrente ad esse, caso in cui è importante salvaguardare il proprio benessere chiedendo aiuto a dei professionisti qualificati!

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E se ti dicessi che il tuo Corpo parla? https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/e-se-ti-dicessi-che-il-tuo-corpo-parla-2/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/e-se-ti-dicessi-che-il-tuo-corpo-parla-2/#respond Sat, 05 Mar 2022 11:05:26 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1802 A cura della dott.ssa Dominga Gullì e della dott.ssa Noemi Venturella 1.3 L’Ansia Somatizzata L’ansia è tra i motivi più frequenti per cui è richiesto un aiuto psicoterapeutico; spesso, infatti, dopo averla rimandata per anni, l'ansia dice “BASTA!”. E’ questo il momento in cui i suoi sintomi si acuiscono e divengono sempre più forti e [...]

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A cura della dott.ssa Dominga Gullì e della dott.ssa Noemi Venturella

1.3 L’Ansia Somatizzata

L’ansia è tra i motivi più frequenti per cui è richiesto un aiuto psicoterapeutico; spesso, infatti, dopo averla rimandata per anni, l’ansia dice “BASTA!”. E’ questo il momento in cui i suoi sintomi si acuiscono e divengono sempre più forti e persistenti.

Per comprendere la potenza dei sintomi ansiosi, possiamo subito notare come lo stesso termine “Ansia” (che deriva dal greco “Anchein” e dal latino “Angere”, ovvero “stringere”, “soffocare”, “angosciare”) riporti a un concetto di sofferenza fisica, a un senso di oppressione, di soffocamento, di impossibilità a respirare. L’ansia infatti è tra i disturbi con i maggiori sintomi corporei, comportamentali ed emozionali: tremori, vertigini, difficoltà respiratorie, paure specifiche e/o generiche, preoccupazioni, palpitazioni, dolori al petto, sudorazione, nausea, addormentamento degli arti, confusione mentale, pensieri rimuginanti e ripetitivi, scarsa memoria dovuta alla difficoltà di concentrazione e simili.

L’Ansia è comune a molte situazioni di disagio psichico ed è soprattutto il sintomo fondamentale dei Disturbi d’Ansia (disturbo d’ansia da separazione, mutismo selettivo, agorafobia, ipocondria, fobie specifiche, disturbo d’ansia generalizzata, disturbo di panico, fobia sociale, disturbo d’ansia indotto da sostanze, disturbo d’ansia causato da altre situazioni mediche).

Può essere definita come un sentimento di tensione, apprensione e inquietudine che nasce dalla rappresentazione di un pericolo (reale o immaginario, oggettivo o soggettivo); esso è però anticipato e amplificato nei suoi effetti, che sono vissuti in modo minaccioso. Il soggetto ansioso, dunque, TEME ANTICIPATAMENTE qualcosa che non è ancora presente, ma che potrebbe forse accadere.

  • Per essere più precisi, l’ansia è comunque uno stato affettivo innato che ognuno sperimenta fisiologicamente nel corso della vita e che, entro certi limiti, svolge una FUNZIONE ADATTIVA, poiché favorisce la mobilizzazione delle risorse psichiche e fisiche più adeguate ad affrontare una situazione impegnativa.

  • Diviene espressiva di PATOLOGIA PSICHICA quando vi è un’elevata sproporzione tra reale pericolosità dello stimolo ansiogeno e intensità e durata della risposta ansiosa… Fino al grado  più elevato in cui l’ansia non è più in rapporto ad alcun evento esterno né a contenuti mentali coscienti. In questi casi la persona può convivere con due disagi importanti e imponenti:
    a) vive con un costante senso di allarmismo e prova una tensione di fondo, che si cronicizza nel tempo se non si cura;
    b) compie svariate rinunce per evitare di ritrovarsi in situazioni che scatenano sintomi e disagi.

Riportiamo di seguito due Casi Clinici a titolo di esempio:

1)  Giovanna

Giunge in terapia per un’ansia invalidante che la sta bloccando nelle relazioni sociali e soprattutto nel sostenere gli esami universitari. Sin da piccola ricorda una grande sofferenza nel fare verifiche a scuola, ansia che manifestava con rigurgiti fin dal giorno prima, insonnia e dolori gastrointestinali. G. è una giovane adulta intelligente, loquace e sensibile; tratti che ci consentono fin da subito di costruire una solida fiducia terapeuta-paziente. G. mi affida il suo blocco in varie aree esistenziali:

  • non ha un’ampia progettualità futura – se non superare gli esami e forse laurearsi – e fa dipendere tutto dalle scelte professionali del suo partner;

  • soffre di amenorrea (senza alcuna disfunzione organica);

  • c’è un’impossibilità comunicativa con i genitori;

  • ha difficoltà con gli esami universitari, che da tempo sono diventati un circolo vizioso: studia, poi due settimana prima dell’esame inizia la sintomatologia fisica che causa emicrania, disturbi intestinali e rigurgiti; arriva così senza energia al giorno dell’esame, tanto da non potersi reggere in piedi per recarsi all’università. Nei casi in cui riuscisse ad andare, ii momenti prima dell’esame sono caratterizzati da disturbi intestinali e attacchi di panico che la portano a scappare dall’edificio.

La vita di G. è immobile e angosciante. Tuttavia i nostri incontri sono estremamente piacevoli, autentici, intensi e ci consentono di entrare dentro il “blocco”. L’infanzia di G. è caratterizzata da una subdola e continua violenza psicologica, e talvolta anche brutalmente fisica, del suo caregiver, che la impaurisce perfino quando è assente! “Sei brutta, sei incapace, guarda quanto ti sei fatta grossa… Tuo cugino si è laureato! Guarda quel tuo compagno quant’è bravo all’università…”. G. è una figlia sbagliata e non meritevole di affetto e stima… come potrebbe concedersi di superare esami e interrompere questo circuito in cui ormai si identifica? Non può neanche scegliere i suoi vestiti quando insieme alla madre va a fare shopping perché “i vestiti li sceglie chi li paga”.

Durante le narrazioni emerse nello spazio di cura, G. scorge che la violenza rivolta a lei è consuetudine nel rapporto della sua coppia genitoriale e che la Madre presenta anomalie comportamentali con il cibo e con la cura del corpo. “Forse qualcosa che non va c’è… e non è solo in me… Ma come faccio?”. Così G. inizia a ribellarsi a quelle modalità genitoriali arrabbiandosi, raccontando la sua sofferenza e decidendo di andare a vivere insieme al compagno; inizia a desiderare di diventare un professionista competente nel proprio settore e a sperare che i suoi progetti possano incontrarsi con quelli del compagno. I primi passi verso l’autonomia! Pian piano G. riprenderà i contatti con gli amici e instaurerà una relazione più matura con i suoi genitori, riconoscendo i loro limiti e avvalorando la loro presenza. G. non teme più il confronto con l’Altro e inizia a costruire relazioni che la fanno star bene. Gli esami universitari non sono più vissuti come evento catastrofico ma come momento che si può affrontare… Il ciclo mestruale ritorna!
Il blocco e l’incastro in cui G. viveva non consentiva al suo corpo di esprimersi per ciò che era e conteneva. Oggi G. è una persona che è riuscita a liberarsi dall’abito che gli altri le avevano cucito addosso ed è riuscita a scegliere e a indossare l’abito che più desiderava!

 

2) Giusy

Arriva in terapia con sintomi ansiosi che raggiungono l’apice la notte: è insonne, il suo ritmo sonno-veglia è sfasato (soprattutto dall’inizio della pandemia) e la notte è preda di una fame vorace che la porta a mangiare anche cibi detestati. Racconta di una famiglia “nomade”, che ha seguito gli spostamenti lavorativi del papà trasferendosi altrove dopo la fine del liceo della sorella …ma a metà del suo. Sentirà questo transito come una sorta di  tradimento delle sue esigenze, che non riuscirà più a individuare. L’economia familiare è organizzata da una madre severa con l’idea ossessiva della dieta e della perfezione. G., in effetti, è a dieta fin da bambina e non ama le sbavature: puntuale, studentessa da 110elode, presenzialista, paziente da “mille grazie” e da pagamento in anticipo.

Nel corso della terapia, emerge chiaramente che G. è chiamata ad essere magra e perfetta in contrapposizione ad una sorella nata con difficoltà e cresciuta talmente protetta da sviluppare deficit socio-relazionali e un’obesità importante. G. deve compensare tutto questo, compiacere sua madre, non deluderla mai: si è mangiata le aspettative della mamma come si farebbe con un piatto di pasta. Qualsiasi spostamento da esse, genera disappunti aggressivi e ipercriticismo da parte della madre e forti sensi di colpa. L’Altro, insomma, la organizza, ma la consapevolezza su questo funzionamento è osteggiata da un forte meccanismo di negazione che la porta a reprimere ciò che pensa: “tutto bene, non ho nulla da dirle oggi”. Spesso, infatti, G. si difende ed è difficile farla lavorare analiticamente. Il suo corpo, però, si oppone a questa repressione e sviluppa una particolare dermatite che si esprime in corrispondenza di forti stress.

Dopo quasi 1 anno di terapia, G. compie finalmente una scelta in base a parametri personali: lavoriamo insieme sulla scelta della specialistica da frequentare, che sarà alla fine non quella più blasonata o dal lavoro sicuro (insegnante come la madre) o meno onerosa per i genitori… ma quella che più la entusiasma. Certo, è una scelta impegnativa e prestigiosa… Dopo la quale G. decide che ha raggiunto il massimo che poteva fare in questa fase della sua vita. Ora deve dedicarsi al 100% all’università o si sentirà in colpa per far spendere soldi inutili ai genitori e per non essere all’altezza dei colleghi e degli standard previsti dai docenti. Non può dedicare tempo alla terapia, non può piangere (non le piace), non può sostare sul dolore che prova per ciò che l’ha resa “Giusy”; non può più distrarsi! Bisogna interrompere la psicoterapia!

Come Curare i Disturbi d’Ansia?

L’ansia funziona come un campanello d’allarme che può portare la persona a rivalutare i propri conflitti interiori e se stessa. In questi casi, la psicoterapia è un valido strumento per giungere a un equilibrio migliore. 

Da ciò che abbiamo riportato negli esempi clinici, è possibile dedurre che la causa dei disturbi d’ansia è multifattoriale: fattori genetici, familiari-educativi e ambientali sono tutti equamente importanti e si rafforzano l’uno l’altro. Un percorso di psicoterapia aiuta a individuare la causa profonda dell’ansia e va poi a risignificarla e a rimodularla.

Poiché i disturbi d’ansia sono caratterizzati da risposte eccessive a situazioni che non costituiscono una reale minaccia, il lavoro terapeutico ha l’obiettivo generale di permettere alla persona di normalizzare e di gestire meglio le situazioni vissute con ansia, favorendo scelte di vita coerenti con il proprio benessere, riducendo il malessere e superando i limiti dati dai sintomi. Essa agisce sul funzionamento globale della persona, aumentando la conoscenza di sé (compreso il significato dei propri malesseri corporei!), la gestione delle emozioni e rendendola in definitiva più libera e forte. Mette così la persona in condizione di acquisire un maggiore livello di sicurezza in se stessa.

La conoscenza e consapevolezza dei propri meccanismi interni – sia psichici, che somatici – e la comprensione profonda dei motivi e dei momenti della storia di vita che hanno originato la sintomatologia ansiosa sono un risultato a lungo termine della psicoterapia che rappresenta un arricchimento in grado di migliorare la qualità di vita della persona.

Continueremo nei prossimi articoli ad approfondire queste forme di disagi.
Tali approfondimenti sono da considerarsi esemplificativi e, certamente, non esaustivi della complessità dell’espressione del disagio umano. Qualora ti sia ritrovato in una condizione simile a quelle qui descritte puoi scriverci o contattarci!

Dott.ssa Dominga Gullì e dott.ssa Noemi Venturella.

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Riferimenti Bibliografici:

 American Psychiatric Association (2014), Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali. DSM-5, Raffaello Cortina Ed., Milano;
 Barnhillhill J.W. (2014), Casi Clinici, Raffaello Cortina Ed., Milano;
 La Barbera D. (2003), Percorsi clinici nella psichiatria, Medical Book, Milano;
 Lingiardi V., McWilliam N. (2020), Manuale Diagnostico Psicodinamico PDM-2, Raffaello Cortina Ed., Milano.

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Settembre https://www.psicologa-noemiventurella.it/cura/psicoterapia/settembre/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/cura/psicoterapia/settembre/#respond Fri, 03 Sep 2021 20:09:08 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1796 "Cosa vorresti fare da grande?” La prefazione di “Pappagalli verdi” di Gino Strada inizia con questa domanda. E' questa la lettura che mi ha accompagnato nelle ultime settimane di riposo estivo. E ancora mi accompagna verso lunedì, il primo lunedì di Settembre, giorno della ripresa ufficiale del lavoro in studio. Mi accompagna con frasi e [...]

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“Cosa vorresti fare da grande?”

La prefazione di “Pappagalli verdi” di Gino Strada inizia con questa domanda. E’ questa la lettura che mi ha accompagnato nelle ultime settimane di riposo estivo. E ancora mi accompagna verso lunedì, il primo lunedì di Settembre, giorno della ripresa ufficiale del lavoro in studio. Mi accompagna con frasi e immagini di uomini feriti e menomati dalla violenza dei loro simili… Perché, pur se in modo diverso, nei pre-colloqui di agosto ho visto anch’io scenari di guerre sociali e familiari; soprattutto, ho visto ragazzi schiacciati, inesplosi, esplosi, tormentati dai sintomi e saturi di sofferenza spesso inesprimibile. Tante le richieste di aiuto. Tante le lacrime.

Ancora, questo libro mi accompagna perché la domanda “Cosa vorresti fare da grande?” che lo apre contiene il progetto: il progetto di sé che spinge verso la crescita personale e il futuro in un momento storico in cui è difficile pensarsi al di là dell’attimo fuggente. Abbiamo bisogno di progetti!

Inoltre, Gino Strada me lo porto perché – nonostante rafforzi la costante (pre)occupazione analitica per ciò che va accadendo nel mondo e per chi e cosa vengo ad accogliere io stessa in studio – mi fa ricordare che io da grande volevo fare la psicoterapeuta. Volevo fare questo lavoro già a 12 o 13 anni, e il progetto a poco a poco ha preso forma. A un certo punto ho avuto chiaro che volevo farlo in un’ottica in cui “la psicoterapia consiste proprio, ed anche, nel far sì che gli individui apprendano ad essere cittadini, che una volta usciti dallo stato di paziente abbiamo acquisito un’auto-coscienza ed una consapevolezza tale da essere ora finalmente capaci di relazionarsi con se stessi e con gli altri in una forma basata sulla fiducia verso se stessi e gli altri, sull’altruismo attraverso cui rispecchiarsi negli altri e sostenerli e sulla democraticità come riconoscimento degli altri CITTADINI come loro”.

Oggi lo sono (psicoterapeuta) e sento la responsabilità, la meraviglia e la fatica di questo mestiere.

Fare questo lavoro significa per me, come dice Maurizio Andolfi, è “fare del proprio meglio per utilizzare le proprie parti migliori. Uso tutte le parti che ho: il mio lato bambino, il mio umorismo, la mia parte più seria, la mia esperienza , la mia voce, l’intuizione…. essere terapeuti: dal fare all’essere, dal fare terapia all’essere terapeuta che significa: usare se stessi completamente. Dare a se stessi il permesso di fare quello che si ritiene più utile ed efficace nella specifica situazione. Ci sei tu con te stesso e la tua esperienza….la scuola della vita, gli eventi della vita. introdurre nella scuola della vita delle famiglie un po’ di speranza, nuove energie, nuove possibilità… attraverso gli errori e i fallimenti…”.

E’ con questi sentimenti – uniti sempre alla bellezza del vedere e ri-vedere, dell’incontrare e re-incontrare, del costruire e del co-costruire – che mi approccio alla ripresa ufficiale del lavoro con i miei pazienti questo primo lunedì di Settembre.

Con me porto questo libro perché so bene che io da grande volevo fare la psicoterapeuta, anche in mezzo alla sofferenza e alle guerre interne ed esterne. E perché anch’io, mentre non mi tiro indietro, “Spero solo che si rafforzi la convinzione […] che le guerre, tutte le guerre sono un orrore. E che non ci si può voltare dall’altra parte, per non vedere la facce di quanti soffrono in silenzio” (Gino Strada).

I tempi delle palingenesi rivoluzionarie assolute e totalizzanti sono finiti, ma ci sono luoghi di rivoluzione nei posti più impensati” (Moni Ovadia).

Buon lavoro a tutti!

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BIBLIOGRAFIA

Andolfi M. (2014), Teacher in the School of Life, in Insegnante nella Scuola della Vita (2014) – IMDb

Strada G. (1999), Pappagalli verdi. Cronache di un chirurgo di guerra, Feltrinelli, Milano.

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Psiche E’ mondo Sociale https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicopatologia/psiche-e-mondo-sociale/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicopatologia/psiche-e-mondo-sociale/#respond Wed, 11 Aug 2021 14:47:02 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1784 “Il sociale […] penetra l’essenza più interna della personalità individuale” (S. Foulkes). Proprio ieri commentavo di come alcuni fatti “sociali” ci riguardino direttamente come psicoterapeuti. Sempre ieri, infatti, accadeva che l'ente preposto alla raccolta di rifiuti ingombranti del mio comune non abbia rispettato l'appuntamento di ritiro e che dei concittadini abbiano cercato di rendere una [...]

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Il sociale […] penetra l’essenza più interna della personalità individuale”
(S. Foulkes)
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Proprio ieri commentavo di come alcuni fatti “sociali” ci riguardino direttamente come psicoterapeuti. Sempre ieri, infatti, accadeva che l’ente preposto alla raccolta di rifiuti ingombranti del mio comune non abbia rispettato l’appuntamento di ritiro e che dei concittadini abbiano cercato di rendere una discarica personale il punto di raccolta concordato, ché l’importante è che i rifiuti siano lontani dalle loro dimore (ma poco importa se vicino a quelle altrui). …Come ciò possa riguardare la psicoterapia è forse poco intuitivo, ad uno sguardo superficiale. In realtà, è per me fondamentale pensare come la natura della mente umana sia gruppale, sociale!

Il gruppo, diceva Foulkes, è la matrice della vita mentale dell’individuo!

Motivo per cui tali accadimenti mi riguardano come cittadina ed anche come professionista della cura. Ma come ciò entra nella stanza di terapia con me e i miei pazienti? Andiamo con ordine.

Partiamo dal dire col mio professore Girolamo Lo Verso che la “storia” e la personalità di ognuno sono co-costruite da tutti gli elementi del campo micro e macro-gruppale in cui egli “esiste”:

“La soggettività ha inizio ed evolve all’interno delle relazioni transpersonali individuo-famiglia-collettivo”.

Esiste infatti una sorta di matrice sovra-personale e sovra-ordinata rispetto al singolo che definisce il rapporto di ciascuno col mondo. In gruppoanalisi la chiamiamo “transpersonale” (S. Foulkes; letteralmente “oltre il personale”), proprio per sottolineare che essa va “oltre”, “oltrepassa” (dal latino “trans”) il livello del singolo individuo. Nello specifico, il termine indica come i processi gruppali e le esperienze collettive (passate e presenti) che essi contengono possiedano la qualità di “passare attraverso” gli individui, permeandone il mondo interno e le personalità.

Per dirla senza tecnicismi, il transpersonale è quella “storia” e “cultura” collettiva che fonda la nostra identità più intima senza che il nostro livello cognitivo riesca a concettualizzarla. Esso è infatti un fenomeno inconscio: l’individuo è inconsapevole della sua fondazione sociale! Al contrario, ritiene di essere un soggetto assolutamente singolare ed originale.

Per i nostri pazienti è in effetti difficile pensare che i loro problemi siano collegati alle dinamiche politiche, alle questioni climatiche, ai valori economici.

  • “Dice davvero dottoressa? Io sto male anche perché esiste Salvini che mostra che si può fare e dire tutto?” o “perché c’è un’etica della realizzazione perfezionistica e competitiva per cui o sono perfetto o sono fallito?”.
  • “E come influisce questo sistema politico nella mia incapacità di pensare a chi sono?”.
  • “Che c’entra il regime economico attuale con la mia inadeguatezza di madre?”.
  • Secondo lei sono così stressato perché non posso non pensare solo al lavoro e se dovessi pensare ad altro non ci sarebbe oramai più niente? Ma tutti quelli che conosco sono così…”.
  • “E mi scusi, ma se io a 46 anni ho sentito il desiderio di avere un figlio e oramai non ci riesco, perché dobbiamo chiederci da dove viene il problema? Non è tutto solo dentro di me?”.
  • “…Ah quindi somatizzo anche perché in questo sociale c’è uno spazio poco edificante per le emozioni negative? E il fatto che io non mi fidi più del mio prossimo potrebbe essere collegato all’idea di ‘distanziamento sociale salvifico’ indotta dalla pandemia?”.
  • “…Non ci credo proprio! …Cioè, la mia identità dipenderebbe dagli altri?!?”.

Frequenti sono frasi simili o stupite riflessioni vicine a questi esempi di fantasia.

Per molti di coloro che frequentano i nostri studi, i codici attuali, le appartenenze, i regimi economici e mediatici, le culture… non sono collegati ad es. agli attuali valori competitivi, alle nuove inadeguatezze sociali, ai desideri iperprestazionali, visuali, goderecci e di controllo totalitario. Una paziente, partecipando contemporaneamente a 7 o 8 concorsi, diceva: “sono in tranche agonistica, non posso essere stanca!”. Certo, la norma prevede che stiamo sempre sul pezzo, che la cultura e la formazione siano tra le nuove lobby da abbracciare (insieme alle aziende di tamponi), che non ci fermiamo mai, che stiamo sempre a macinare-macinare-macinare: cibi, abiti, soldi, sostanze varie, vacanze top, culture prêt-à-porter, tapis roulants, master, lavori e corpi da vetrina 7 su 7 e 18 ore su 24. Tutto “normale”, attuale, culturale. Non c’è possibilità che non lo si regga (“se non mi laureo in tempo, non importa il motivo, significa che non sono normale!”, dice F.)… Ed ecco che sorge il mal-essere!

Nel lavoro clinico assistiamo infatti alla dolorosa esplosione di solitudini, disturbi d’ansia, impossibilità a sentirsi adeguati, di neo-famiglie disequilibrate, di relazioni sfilacciate e o violente, di disturbi psicosomatici muti, di personalità fragili o, al contrario, borderline e narcisistiche alla ricerca dello sfruttamento dell’altro e del godimento… per dirne solo alcune. La patologia psichica, d’altronde, segue l’evolversi dei tempi.

Nostro compito di curanti è quindi anche interrogare il mondo che viviamo e chiederci con i nostri pazienti come non solo la famiglia d’origine, ma anche questi sistemi micro e macro-sociali interferiscano col benessere, con la salute psichica. Infatti, se il gruppo è la matrice della vita mentale, anche la salute e la malattia appartengono alla rete relazionale dell’individuo e non unicamente al singolo.

Nel cercare di alleviare il mal-essere dei nostri pazienti, è dunque fondamentale adottare uno “sguardo” circolare e non riduzionistico sui fenomeni umani. Importante comprendere da dove vengano certi modi di stare nel mondo, certi valori e certe sofferenze, e aiutare così i nostri pazienti stessi a comprendere ciò che esiste già ed a cambiarlo in funzione del ben-essere.

E’ vero infatti: “ὁ ἄνθρωπος φύσει πολιτικὸν ζῷον”: “L’uomo è per natura un animale sociale” (Aristotele). Esiste un solidissimo e continuo ponte tra individualità e collettività. L’una sta nell’altra e viceversa, perciò non curiamo nulla senza curare anche l’altra!

Per questo, occuparci dell’Altro, del mondo sociale, dei concittadini che inquinano e incendiano il mondo, significa per noi fare clinica e psicologia in modo complesso!

 

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BIBLIOGRAFIA

Giannone F., Lo Verso G. (1999), “Il self e la polis, il sociale e il mondo interno”, Franco Angeli, Milano

Foulkes S. H. (1976), “La psicoterapia gruppoanalitica. Metodi e prinicipi”, Astrolabio, Roma

Lo Verso G., Di Blasi M. (2011), “Gruppoanalisi soggettuale”, Raffaello Cortina, Milano.

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L’ardua impresa dell’Adolescenza https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/lardua-impresa-delladolescenza/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/lardua-impresa-delladolescenza/#respond Sun, 13 Jun 2021 15:29:26 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1767 Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia falsa, che sia vera Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia vinta, che sia persa (Tre allegri ragazzi morti). Il momento adolescenziale costituisce uno snodo verso la dimensione adulta. Come esprime l'origine della parola (da “adolescere”, crescere, e da “alĕre”, nutrire), l’adolescenza è un periodo di [...]

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Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia falsa, che sia vera
Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia vinta, che sia persa

(Tre allegri ragazzi morti).

Il momento adolescenziale costituisce uno snodo verso la dimensione adulta. Come esprime l’origine della parola (da “adolescere”, crescere, e da “alĕre”, nutrire), l’adolescenza è un periodo di grande variabilità, mobilità, fluidità. E’ un momento in cui il confluire del biologico, dello psichico e del sociale impongono al giovane un transito maturativo dal paradiso degli amori infantili, dove non occorre scegliere e rinunciare alla megalomania, all’età adulta; su di esso graveranno la storia dei genitori e la loro cultura sociale.

In quest’ottica, l’adolescenza non è solo un’età della vita; essa è un’esperienza i cui effetti vanno al di là della prima giovinezza.

E’ infatti il punto da cui può strutturarsi la patologia, ma anche la possibilità che il soggetto si organizzi per approdare funzionalmente all’età adulta.

Negli anni dell’adolescenza, il cambiamento fisico è rapido, sconvolgente e appariscente: il giovane nota ogni giorno nuovi segnali del suo divenire un individuo adulto. Ma per divenire davvero adulto, l’adolescente deve assolvere a complessi compiti di sviluppo:

  • deve raggiungere gradualmente l’indipendenza dai genitori;

  • accettare i cambiamenti tumultuosi del proprio corpo e adattarsi alla maturazione sessuale;

  • stabilire buoni rapporti di collaborazione tra i coetanei;

  • elaborare una propria filosofia di vita e un senso di identità personale.

Pertanto, l’adolescenza è anche un periodo di lutto per l’infanzia ed una seconda fase di separazione-individuazione dai genitori, le cui metamorfosi possono anche essere traumatiche. La pubertà crea infatti uno sconvolgimento dei punti di riferimento e del modo di pensare e conoscere il mondo.

La strada che l’adolescente dovrà percorrere prevede un transito dall’area familiare agli spazi esterni. Il lavoro dell’adolescenza procede infatti attraverso continue articolazioni tra passato e presente, dentro e fuori, vecchie e nuove identificazioni, permanenza e cambiamento. Meltzer lo descrive come il partecipare dell’adolescente, al tempo stesso, a 4 diverse comunità separate:

  1. comunità dei pari;

  2. comunità degli adulti;

  3. famiglia e suo essere bambino;

  4. isolamento (megalomania e onnipotenza).

In quest’ottica, un adolescente non è realmente ancorato in nessun posto (Meltzer); è in continuo movimento tra le diverse comunità perché il processo di crescita gli procura tanto dolore che egli può tollerarlo solo per un po’.

In questo viaggio, l’adolescente ricerca il sostegno degli adulti, ha come compagno il piccolo gruppo e come equipaggiamento il suo corpo.

Attraverso il suo nuovo corpo, egli può visualizzare la misura del suo progressivo cambiamento e dimostrare ciò che è in grado di fare; ma deve imparare a gestire la propria trasformazione e le proprie fantasie aggressive e distruttive. Di fronte allo scompiglio interno ed esterno, alle regressioni, alla confusione, ha perciò bisogno di adulti competenti che lo aiutino a riorganizzare il proprio mondo interno. L’adolescente si rivolge così allo sguardo dei suoi caregivers per scorgere l’effetto dell’impresa che sta compiendo; inoltre, ha bisogno di essere ammirato mentre si allontana.

Se la distanza tra il familiare e l’estraneo è avvertita come incolmabile, egli può mettere a rischio la nascita della propria identità. Per questo e per molti altri motivi, l’adolescenza di un figlio è un passaggio evolutivo critico per tutta la famiglia.

OGGI

L’adolescente di oggi incontra maggiori difficoltà nel processo di identificazione poiché privato di punti di riferimento stabili e flessibili: rituali di iniziazione socio-culturali, credenze condivise dai gruppi di riferimento, stabilità familiare.

Non a caso, nei nostri studi arrivano sempre più spesso giovani pazienti con disturbi comportamentali e personologici profondi. In queste patologie, la strategia difensiva consiste nello spostare all’esterno e, quindi sul sintomo, le esigenze interne, stabilendo, quindi, relazioni con oggetti sostitutivi più controllabili e garantendosi così un equilibrio psichico. L’effetto finale sarà un sintomo, ad es.:

  • comportamenti difensivi che vanno verso la noia, l’indifferenza, l’anestesia emozionale;
  • il ritiro su di sé (si parla sempre più spesso oggi di Hikikomori) o su oggetti sostitutivi facilmente padroneggiabili (droghe, cibo, corpo, agiti e varie altre anomalie della condotta).

In questi casi, il sintomo acquista un potere organizzatore sulla personalità e diviene il condensato attorno al quale l’individuo crea le sue relazioni e la sua interiorità, impoverendole.

Il caso di Gaia

Gaia (nome di fantasia) arriva in studio coi genitori e con una lunga lista di sintomi. E’ esile eprorompente allo stesso tempo, con delle forme che dominano lo spazio e, dice, ingombrano la mente. Non ha mai accettato il suo corpo come non lo hanno accettato gli altri; in effetti, è bullizzata fin dalla prima pubertà per via di una sviluppo fisico stupefacente, cui si accompagnava invece una grande ingenuità. La sua insicurezza di base si è trasformata nel tempo in sintomi somatici (deperimento, depressione immunitaria, etc.) e in paura a causa di contesti scolastici iper(s)valutanti e aggressivi, accompagnati da relazioni intime a tratti abusanti. Mentre gli adulti di riferimento erano impegnati nelle loro vicende personali (malattie, lutti, workaholisme), Gaia si dimenava come poteva in mezzo a tutto questo, arrivando ai 20 anni con sintomi ansiosi, ritiro relazionale e necessità di controllo che permeano la sua vita. E’ estremamente intellettualizzante, iper-adultizzata, curante verso gli altri, con uno spiccato desiderio di giustizia e di etica che sfoga sui social. Ma è anche fragile, sola, atterrita da ogni cambiamento. Come potrebbe crescere e diventare la giovane donna dotata che intravedo in lei, se restasse prigioniera dei suoi malesseri?

Questi sintomi vanno ascoltati e ben attenzionati. Il desiderio di vivere che anima la parte sana di Gaia la porta in terapia e a spoilerare a poco a poco le proprie difficoltà. Insieme, possiamo lentamente vedere come i suoi sintomi siano preziose comunicazioni che nascondono ciò che lei non può accettare, i suoi conflitti interni, le sue debolezze, le sue paure, le difficoltà che ha con le sue figure fondamentali.

In questi casi, è necessario ripercorrere a ritroso la strada che collega i sintomi ai conflitti interiori con la guida di un adulto di riferimento; e ciò al fine di aiutare l’adolescente a sviluppare la capacità di gestire il suo nuovo Sé senza averne una paura schiacciante. Per farlo, egli ha bisogno di adulti in grado di sostenerlo e per aiutarlo a coltivare autonomamente la sua nascente soggettività!

Dobbiamo essere una base sicura da cui il paziente possa esplorare i diversi aspetti infelici e dolorosi della sua vita, molti dei quali trova impossibile riconsiderare senza un compagno di cui abbia fiducia e che gli fornisca sostegno, incoraggiamento, comprensione e che, nel caso, faccia da guida. (J. Bowlby).

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Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (D.O.C.) https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicopatologia/il-disturbo-ossessivo-compulsivo-d-o-c/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicopatologia/il-disturbo-ossessivo-compulsivo-d-o-c/#respond Sat, 01 May 2021 19:27:54 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1746 Presenterei il Disturbo Ossessivo-Compulsivo attraverso uno dei miei film preferiti: „Qualcosa è cambiato“.   https://www.youtube.com/watch?v=fw0o5uCDUcY&ab_channel=HOMECINEMATRAILER Come lascia intuire il trailer, il film racconta di Melvin Udall, un mitico Jack Nicholson trattenuto e iper-controllato, con comportamenti scostanti e bizzarri per via della paura del diverso e della contaminazione. Ciò si traduce in una radicata ritrosia [...]

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Presenterei il Disturbo Ossessivo-Compulsivo attraverso uno dei miei film preferiti: „Qualcosa è cambiato“.

 

Come lascia intuire il trailer, il film racconta di Melvin Udall, un mitico Jack Nicholson trattenuto e iper-controllato, con comportamenti scostanti e bizzarri per via della paura del diverso e della contaminazione. Ciò si traduce in una radicata ritrosia a lasciarsi andare che lo porta a una vita solitaria. Melvin infatti teme il contatto con gli altri, con le righe del marcipiede, con le posate del ristorante; la sera deve chiudere più volte tutte le serrature di casa e deve lavare le mani più e più volte, ogni volta con acqua bollente e con saponi sempre diversi.

Sembrano inspiegabili stranezze, invece si tratta di un disturbo molto noto: il disturbo ossessivo compulsivo. Esso è tipico di persone incapaci di gestire l’ANSIA con difese adattative. Ricorrono perciò inconsciamente a Meccanismi di Difesa che la convogliano verso oggetti o idee specifiche e che la risolvono (apparentemente) con azioni di controllo e di eliminazioni del pericolo. Il D.S.M.5 parla nello specifico di ossessioni e/o compulsioni, sintomi che, come mostra il film, sono molto disturbanti e capaci di generare un’intensa sofferenza psichica e una grave limitazione della libertà individuale.

Ma cosa sono le Ossessioni?

Si tratta di idee persistenti e disturbanti che invadono automaticamente il soggetto. Esse intralciano il normale corso del pensiero: la persona che ne è preda, ha difficoltà a orientare diversamente i suoi pensieri; sperimenta così una spiacevole sensazione di disagio che può arrivare a livelli molto elevati, fino a una sorta di paralisi dell’attività ideativa. Altro carattere dell’idea ossessiva è l’iterazione, cioè il suo ripetersi continuo e afinalistico; ne deriva la sensazione di non averne possibilità di controllo. Il soggetto, inoltre, avverte questi contenuti come irrazionali ed indipendenti dalla propria volontà.

Le ossessioni possono essere costituite da semplici parole, motivi musicali, immagini, frasi.
In base ai TEMI, se ne possono inoltre distinguere vari tipi:

  1. DUBITATIVE: dubbio di avere compiuto o no una certa azione („ho chiuso o no la porta?“) o di non averla eseguita perfettamente bene; ne consegue la necessità compulsiva di controllare più volte l’esecuzione della stessa.

  2. INTERROGATIVE: riguardano problemi metafisici o di difficile risoluzione o anche di scarsa importanza che angustiano la persona e “occupano” la sua mente.

  3. di DANNO: consistono nel timore di aver involontariamente nuociuto a qualcuno; la persona torna di continuo con la propria mente su tali episodi ed è tormentato dalla possibilità dell’eventuale danno causato.

  4. MNESTICHE: il soggetto è assillato dal bisogno di ricordare qualcosa senza che ciò sia strettamente necessario o finalizzato.

  1. di CONTAGIO o CONTAMINAZIONE: timore di essere contagiato e di contagiare a propria volta.

E cosa sono le Compulsioni?

Si tratta delle strategie utilizzate per attenuare la morsa dei pensieri ossessivi: il soggetto è spinto verso atti, gesti o pensieri che non può fare a meno di realizzare per gestire il suo forte stato di ANSIA. Tali comportamenti consentono l’attenuazione della tensione psichica e rappresentano un drammatico compromesso tra l’aspetto razionale e quello irrazionale. Infatti, la persona ha la consapevolezza del loro aspetto illogico e afinalistico, ma ha egualmente bisogno di compiere quell’azione, pena un peggioramento dell’angoscia. Si tratta infatti di una sorta di rituale liberatorio. Queste condotte tendono a diventare ripetitive e stereotipe e a volte assumono una complessità via via maggiore nel tempo, sottraendo al paziente tempo ed energie mentali e creando disturbo ai familiari e all’intero funzionamento sociale.

La Terapia del D.O.C. →

Se non trattato, il disturbo può essere profondamente angoscioso per la persona e può intaccare significativamente la capacità di gestire gli aspetti più basilari della vita (es. svolgere il proprio lavoro, intrattenere relazioni sociali equilibrate, etc.). Esso necessita di una cura ad ampio spetto, basata sulla farmacoterapia per il controllo dei sintomi parassitari e sulla psicoterapia.

La psicoterapia psicodinamica è utile per approfondire il significato simbolico dei sintomi e per esplorare l’area conflittuale dalla quale emerge la patologia. Tramite essa, sarà possibile nel tempo sciogliere i nodi che ingabbiano il paziente entro rigide ossessioni e compulsioni ritualistiche. Difficile per quanto sembri, infatti, Qualcosa può sempre cambiare!

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Eterno Ritorno, fallimenti e scelte (nella Vita e in Psicoterapia) https://www.psicologa-noemiventurella.it/cura/psicoterapia/eterno-ritorno-fallimenti-e-scelte-nella-vita-e-in-psicoterapia/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/cura/psicoterapia/eterno-ritorno-fallimenti-e-scelte-nella-vita-e-in-psicoterapia/#respond Sun, 18 Apr 2021 18:15:50 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1737 Oggi vorrei parlarvi della “Coazione a Ripetere” e degli abbandoni precoci della terapia. Ultimamente, infatti, ho registrato un aumento delle richieste d'aiuto; molte di esse sono però acerbe, poco convinte o profonde, desiderose forse di un farmaco magico che rimetta tutto a posto e NON di un incontro umano faticoso che permetterà nel tempo di [...]

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Oggi vorrei parlarvi della “Coazione a Ripetere” e degli abbandoni precoci della terapia.

Ultimamente, infatti, ho registrato un aumento delle richieste d’aiuto; molte di esse sono però acerbe, poco convinte o profonde, desiderose forse di un farmaco magico che rimetta tutto a posto e NON di un incontro umano faticoso che permetterà nel tempo di trasformare il malessere, la crisi e i sintomi in risorse.
Capita così che un paziente sparisca dopo un primo contatto o dopo il primo mese di lavoro o ancora all’attenuarsi dei sintomi (ovvero quando, come dico spesso, inizia il vero lavoro su se stessi!). Questo può succedere dopo la prima o la quinta seduta, come alla novantanovesima. Recentemente, mi è capitato con un paziente dopo 1 anno e mezzo di lavoro analitico, lì dove iniziava a rendersi possibile un cambiamento. Ma è accaduto anche con una paziente al secondo mese di terapia, che forse era delusa dall’impossibilità a velocizzare il cambiamento come tutto velocizzava nella propria vita, dolori inclusi, per consolidata prassi. M., invece, dopo una interruzione di 2 mesi, è tornata più motivata e più consapevole di come aveva funzionato e di cosa si stava muovendo dentro di lei (e che non voleva vedere!) a causa della terapia.

In effetti la psicoterapia provoca dei cambiamenti nell’equilibrio della persona cui si può non essere preparati. Tale “scombussolamento” atterrisce, scompensa, destabilizza, fa provare vergogna, colpa e altre emozioni disturbanti; così si preferisce a volte abbandonare il campo e sedare la paura. Il paziente lascia così la terapia prima che essa si concluda o comunque prima che si raggiungano gli obiettivi prefissati. Naturalmente il fenomeno del drop out è complesso e non può essere ridotto solo ad alcune variabili.

Sono consapevole che “Mettersi in gioco non è semplice” e che, al di là dei primi entusiasmi, rappresenta uno scoglio ben più grande dei primi contatti.

Noi terapeuti siamo qui chiamati ogni volta a metterci in discussione su eventuali errori. Ma soprattutto siamo chiamati a leggere queste dinamiche oltre la lente del “fallimento”, inserendoli entro il funzionamento dei nostri pazienti. In questo modo infatti, se la persona tornerà o consentirà una seduta di commiato, sarà possibile restituire quanto accaduto come caratteristica di un certo modo (sofferto!) di stare nel mondo. Avremo così la possibilità di trasformare un drop out in una conquista: quando la persona sarà pronta a rielaborare l’accaduto, potrà trarne forza, spunti e risorse!

D’altronde – dico sempre ai miei pazienti – c’è un tempo per tutto. E il tempo interiore del cambiamento NON può essere “sovradeterminato”, come dice V., dai terapeuti o dai pazienti. Bisogna accettare il tempo fisiologico e incognito della mente: quello che c’è voluto per renderci un uomo di 67 anni con un sintomo ansioso, una ragazzina con un sé fragile, un bambino rabbioso… e poi quello altrettanto lungo, fisiologico e incognito che ci vorrà a cambiare i propri schemi interiori! In questo senso, diceva oggi in una bella e umana relazione on-line Romina Coin, “il tempo dell’erba, è quello dell’erba! Se proviamo a tirarla per affrettarne la crescita, essa si strapperà…”.

La nostra mente, infatti, procede per ripetizioni. Interiorizziamo inconsciamente quanto già vissuto e lo ripetiamo all’infinito in automatico. La psiche infatti ama il noto: cerca zone comfort, sicurezze e addirittura – come diciamo in Sicilia – preferisce “il tinto conosciuto”, al “nuovo a conoscersi”. L’ignoto, al contrario, spesso fa paura.

Ogni volta che incappo in questo grande scoglio di ogni percorso di cura, penso all’Eterno ritorno di Nietzsche:

“Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!». Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato?” (F. Nietzsche, La gaia scienza).

Nella vita come in terapia, non è dunque un caso che ci si ritrovi a vivere, più e più volte, situazioni simili, spiacevoli, rischiose, dipendenti, sadiche, aggressive, masochistiche, evitanti, rapporti fallimentari caratterizzati da modalità relazionali sempre identiche a quelle del passato etc., etc., etc. In questi casi, inconsapevoli del proprio ruolo attivo nel determinare gli eventi che li colpiscono, gli individui si sentono spesso vittime del destino, di un mondo cattivo o perseguitati dalla cattiva sorte. Ciò accade anche nella cura, quando il paziente, attraverso la riproduzione del proprio solito (dis)funzionamento nella relazione col terapeuta, sabota inconsciamente il trattamento, bloccandone il progresso o interrompendolo prima che sia ultimato.

In ogni caso, come terapeuti, nonostante le fisiologiche dispiaceri e vissuti di inefficacia, dobbiamo imparare a farne tesoro e perdonarci queste „perdite“, a considerarle insite nelle dinamiche umane (“umane”, appunto, NON di macchine perfette!), fatte di rotture, ma anche di meravigliose riparazioni. Tutti abbiamo infatti sempre la possibilità, anche micro, di Scegliere cosa fare della tragicità e difficoltà dell’esistenza.

Vorrei allora dire ai miei pazienti passati, presenti e futuri che NON siamo condannati all’eterna ripetizione.

E’ possibile aver cura di sé e sviluppare un pensiero sul rischio di eterne circolarità patologiche ! Nietzsche ancora una volta lo spiega benissimo:

«Vidi un giovane pastore rotolarsi, soffocato, convulso, stravolto in viso, cui un greve serpente nero penzolava dalla bocca. La mia mano tirò con forza il serpente, tirava e tirava invano! Non riusciva a strappare il serpente dalle fauci. Allora un grido mi sfuggì dalla bocca: “Mordi! Mordi! Staccagli il capo! Mordi”». Quando il pastore taglia con un morso la testa del serpente, la sua volontà si eternizza e l’uomo si trasfigura, diventa signore dell’eternità del tempo: «Non più pastore, non più uomo, – un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva! Mai prima al mondo aveva riso un uomo, come lui rise!» (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra).

Cari pazienti passati, presenti e futuri, ci tocca accettare che funzioniamo col pilota automatico secondo la legge dell’Eterno Ritorno dell’uguale.

E accettare pure, però, che abbiamo TUTTI la possibilità di farlo in un modo creativo e rivoluzionario: quello della Scelta Attiva!

Secondo questa arte, ogni nostra piccola scelta – anche quella di restare in terapia nonostante la fatica e per tutto il tempo che ci vorrà! – entrerà nell’eternità del tempo, stravolgendo lo schema originario e donandoci vita, soggettive conquiste e inedite libertà  

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Il gioco delle coppie https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/il-gioco-delle-coppie/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/il-gioco-delle-coppie/#respond Sun, 07 Feb 2021 20:37:35 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1663 Una coppia "funzionale" condivide un legame dall’importante valore trasformativo, promosso all’intimità corporea e psicologica. Inoltre, è caratterizzata da momenti di fusione con l’altro e momenti di differenziazione. In genere, è importante che avvengano continue oscillazioni tra questi due momenti e che ognuno di essi sia transitorio. Solo in questo modo la coppia potrà adattarsi alle situazioni della vita e modificare il proprio assetto acquisendo giorno dopo giorno nuove abilità e competenze che la aiutano a crescere.

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Quello della relazione con la tanto desiderata “anima gemella” è tra i temi più presenti in terapia.

I miei pazienti sono spesso afflitti dalle difficoltà e dalle sofferenze che si incontrano nel cercare di far funzionare la propria coppia in modo sano. Spesso, come C., soffrono la solitudine e desiderano la relazione, ma non riescono a so-stare dentro essa. Oppure vivono l’amore come dipendenza in cui si dissolvono, come V. o come P. O ancora, come faceva S., tendono a nascondere dietro la coppia molti dei loro problemi esistenziali. In altri casi, in coppia litigano costantemente per non affrontare problemi più profondi e o le fasi di cambiamento che stanno attraversando, come per N. Fino alle situazione in cui rivivono pesantemente nella coppia i propri fantasmi e paure familiari, come capita a O. …Insomma, in psicoterapia si parla tanto di coppie e spesso con le coppie ci si lavora anche insieme! Motivo per cui mi sembra importante approfondire l’argomento.

 

Caratteristiche della Coppia:

La parola “Coppia” deriva dal latino cōpŭla, che significa non a caso «legame, congiunzione» tra due esseri uniti, considerati “insieme”, spesso perché legati da un rapporto amoroso. A sua volta, la parola “amore” risale al sanscrito kama, cioè «desiderio, passione, attrazione» (da dove anche kama-sutra); da qui il verbo (c)amare, cioè «desiderare in maniera viscerale, in modo integrale, totale». Queste potenti emozioni, però, definiscono solo una parte di cosa è una coppia.

La coppia è innanzitutto un sistema, ovvero un insieme di parti interagenti che costituiscono “un tutto organico” e funzionalmente “unitario”. Il sistema-coppia è…

  • “aperto”, ovvero sta in una relazione di continuo scambio e interazione col suo ambiente di riferimento (es.: contesto, città, famiglie allargate, parenti, etc.);
  • diverso dalla somma delle singole caratteristiche di ciascun partner. In esso, infatti, non si verifica la semplice unione tra due individui, ma “un incontro tra due storie”.

Esistono almeno due tipi di relazioni di coppia:

(1) In una l’altro è l’oggetto delle nostre proiezioni e la storia della coppia è l’espressione dell’esternalizzazione di una relazione interna (…si è quasi “copie”, non “coppie”!).

(2) L’altro tipo di relazione è rappresentata dal legame tra i partner. In quest’ottica, la coppia è una struttura solo apparentemente diadica; infatti, se, da una parte, essa si configura come un’unità integrata (tanto che si può parlare di un “Sé” della coppia), dall’altra il legame che unisce i membri va considerato come un 3° elemento significativo. In questo senso, si può dire che la coppia è composta da tre parti:

  • Io;
  • Tu;
  • Noi, ovvero il senso di identità e di legame della coppia, direttamente derivante dalla storia e dalle aspettative di ciascun partner. Tale legame è un elemento nuovo, creativo, co-creato nell’incontro e capace di estrarre dal singolo una versione del sé complementare all’altro e funzionale al legame stesso.

Una coppia “funzionale” condivide un legame dall’importante valore trasformativo, promosso all’intimità corporea e psicologica. Inoltre, è caratterizzata da momenti di fusione con l’altro e da momenti di differenziazione. In genere, è importante che avvengano continue oscillazioni tra questi due momenti e che ognuno di essi sia transitorio. Solo in questo modo la coppia potrà adattarsi alle situazioni della vita e modificare il proprio assetto acquisendo giorno dopo giorno nuove abilità e competenze che la aiutano a crescere.

 

Esistono però coppie in cui si ha paura di evolversi…

In questi casi, uno dei partner realizza, con la complicità dell’altro, un completo inglobamento fusionale che ha come obiettivo quello di evitare la presa di coscienza di aspetti dell’altro indesiderati. Il partner è allora trattato come una parte del Sé ed è negato in tutto ciò che si differenzia. Il legame perde in questi casi le caratteristiche creative e costruttive di cui abbiamo prima parlato e diviene più un “legaccio”. E’ questa la situazione tipica di coppie che si presentano con un’aria di armonia sospesa, immobile e quindi ben controllabile da entrambi i partner. Si tratta di coppie con un alto grado di prevedibilità e rigidità che spesso esclude il mondo esterno, considerato pericolosa fonte di differenziazione. In quest’ottica, il cambiamento è vissuto come minaccioso e determina ansie di perdita del senso di identità dei singoli e della coppia stessa.

 

Approfondiremo in seguito gli affascinanti processi che portano alla formazione della coppia e i rischi che essa corre nel suo farsi.

Intanto è però centrale puntualizzare che la cura della qualità della coppia è fondamentale!

Il Sé della coppia, il “noi”, non è infatti un involucro statico e sempre identico a se stesso; esso è una “membrana” deve sempre ristrutturarsi in funzione dei cambiamenti cui la coppia è soggetta. Significative sono la sua elasticità e permeabilità, elementi che parlano della salute della relazione. In particolare, la resistenza e la flessibilità della coppia e dei suoi confini garantiscono il buon funzionamento della possibile neo-famiglia, che va sempre attenzionato. La vita quotidiana prevede infatti continue micro-transizioni ed eventi critici che vanno ben affrontati per potersi evolvere al contempo con singoli, come coppia e come famiglia!

“E da allora sono perché tu sei,
e da allora sei, sono e siamo,
e per amore sarò, sarai, saremo”
(Pablo Neruda).

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“E tu che Personalità sei?” https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/e-tu-che-personalita-sei/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/e-tu-che-personalita-sei/#respond Sat, 09 Jan 2021 17:26:04 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1632 Ogni individuo ha un "carattere" specifico. Una personalità problematica può essere modificata dalla psicoterapia: una terapia efficace può squarciare le gabbie del solito dolore!

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Google e i social sono zeppi di quiz, test e domande come questa sui “tipi” di personalità. Forse perché la curiosità di sapere chi siamo in un mondo sempre più privo di risposte esistenziali, per fortuna, fa ancora parte dell’essere umano. Questo tipo di curiosità comunque è molto seria, perciò mi sembra importante dare in tal senso un piccolo contributo professionale.

E’ vero: gli studi psicologici sottolineano come ogni individuo abbia un “carattere” specifico. In psicologia, si parla letteralmente di “Personalità”, ovvero di “tratti caratteriali” relativamente stabili che si formano a partire dall’influenza reciproca tra basi innate ed esperienze infantili. Essi si esplicitano semplicemente nel nostro modo di stare nel mondo, che è unico e stabile, schematico e spesso prevedibile.
Nancy McWilliams, straordinaria psicoterapeuta e didatta americana che ho avuto il piacere di ascoltare e di studiare, ha individuato 10 Stili di Personalità (qui maggiori dettagli bibliografici) che nel tempo approfondiremo:

  • Psicopatico;
  • Narcisistico;
  • Paranoide;
  • Depressivo;
  • Maniacale;
  • Masochistico;
  • Ossessivo;
  • Compulsivo;
  • Isterico;
  • Dissociativo.

 

I Disturbi di Personalità

In alcuni casi, la personalità è considerata “disturbata”; si parla allora di “Disturbi di personalità”. I Disturbi di Personalità sono caratterizzati da tratti rigidi e disadattivi che comprendono versioni estreme e patologiche di tratti di personalità comuni. Il D.S.M. li definisce come un insieme di tratti maladattivi che causano:

 un disagio soggettivo;

 un danno significativo nel funzionamento sociale e/o lavorativo;

 un’alterazione delle modalità relazionali, caratterizzate da circuiti comunicazionali e da modi-di-essere-con-l’Altro molto problematici e carenti di empatia.

Ma cosa sono questi “Tratti”?

I Tratti di personalità sono schemi di esperienza interiore e di comportamento relativamente stabili nel tempo. Diversamente dai Sintomi, i tratti non vanno e vengono: essi attengono al “carattere” intrinseco del soggetto. Pertanto, anche se disfunzionali, essi non generano sintomi né sofferenze e per i pazienti è impossibile accorgersi direttamente di avere un problema. Le anomalie determinate da tratti di personalità disfunzionali sono spesso vissute senza autocritica, cosicché spesso queste persone non chiedono aiuto (sono di solito portate in terapia da un parente) e individuano nell’ambiente esterno le cause delle proprie difficoltà.

Tuttavia, un disturbo della personalità provoca ugualmente disagi, poiché impedisce all’individuo di svilupparsi psicologicamente e di vivere con serenità. Causano infatti una compromissione del suo funzionamento, presente a più livelli.

In altre parole, le persone con Disturbi di Personalità NON sono in grado di fornire risposte adattive psicologiche, emotive e comportamentali alle varie esigenze della vita. Questi soggetti, a causa della fissità dei propri aspetti personologici, tenderanno a utilizzare strategie sempre uguali o poco variabili; è per questo che, osservando la loro vita, si ha spesso l’impressione di un doloroso copione che si ripete all’infinito.

 

Classificazione

Il D.S.M.5 include attualmente 10 Disturbi di Personalità, raggruppati in 3 Cluster (gruppi):

– Cluster A (caratterizzato da tratti “strani, eccentrici e bizzarri”)

  • Disturbo di Personalità Paranoide;
  •      “        “        “           Schizoide;
  •      “        “        “           Schizotipico.

– Cluster B (caratterizzato da tratti “drammatici, emotivi o esplosivi”)

  • Disturbo di Personalità Antisociale;
  •      “        “        “           Borderline;
  •      “        “        “           Narcisistico;
  •      “        “        “           Istrionico.

– Cluster C (caratterizzato da tratti “ansiosi o paurosi”)

  • Disturbo di Personalità Evitante;
  •      “        “        “           Dipendente;
  •      “        “        “           Ossessivo-Compulsivo.

 

E in Psicoterapia?

La valutazione della Personalità è essenziale per condurre una terapia efficace, poiché dà al clinico un orientamento su come essere terapeutico.

La personalità può essere modificata dalla psicoterapia, ma NON trasformata (es.: un terapeuta può aiutare un cliente depresso a esserlo in modo – distruttivo e intransigente, ma non può trasformarlo in un carattere isterico o schizoide). Le persone conservano così il proprio nucleo soggettivo, ma una buona e costante terapia può squarciare le gabbie del solito dolore e donare loro:

  • la comprensione, la conoscenza, la padronanza di Sé;
  • una maggiore accettazione di se stessi;
  • una sana autostima;
  • un’autentica autonomia e maggiore libertà di scelta (versus comportamenti prima ripetitivi e automatici).

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…And Happy New You! https://www.psicologa-noemiventurella.it/cura/and-happy-new-you/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/cura/and-happy-new-you/#respond Sat, 02 Jan 2021 19:08:50 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1622 «L'importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera aver successo invece che fallire. […] L'affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece di restringerli, non si sazia mai di sapere che cosa internamente li fa tendere a uno scopo e che cosa all'esterno può essere loro alleato» (E. Bloch).

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“Anno nuovo, vita nuova!”, si dice.

E in effetti, sì: il 2020 è stato un anno difficile. Il coronavirus ha portato i nodi al pettine rendendo le relazioni clandestine, il desiderio dell’Altro superfluo e necessari solo gli affari; ha imposto mascherine e limiti e ha mostrato la dipendenza o, peggio, la controdipendenza dal padre-Stato e dai suoi decreti. Inoltre, ha svelato l’enorme capacità adattiva degli esseri umani, ma anche l’impossibilità di andare oltre un certo livello di adattamento per squarciare il vecchio e rifondare nuovi valori & modi di stare nel mondo.

In questo modo, a poco a poco, pur tenendoci stretti e tenaci alla forza della sopravvivenza, siamo arrivati al 2021 frustrati e tristi, ma con grandi speranze di cambiamento!

Il mito di Pandora insegna che proprio la Speranza è ciò che può salvare gli uomini: dal vaso aperto da quella birichina di Pandora, dice Esiodo,

“uscirono tutti i mali del mondo (la vecchiaia, la gelosia, la malattia, l’odio, la menzogna, l’avidità, l’accidia ecc.) che si abbatterono su tutta l’umanità. Sul fondo del misterioso vaso rimase solo la speranza, che uscì per ultima per alleviare le lacrime e la sofferenza dei mali”.

La stessa etimologia della parola “speranza” si collega al latino “spes” e alla radice sanscrirta “spa”, che significa “tendere verso una meta”La speranza, infatti, ci slancia verso il futuro, verso il meglio, verso i nostri progetti di vita, i nostri sogni e le nostre mete. E quando speriamo in qualcosa, ci sentiamo bene, pieni e motivati.  Avere fiducia nel fatto che le cose possano risolversi per il meglio anche quando tutto sembra far prevedere il contrario aiuta ad andare avanti.

Non a caso, la ricerca mostra che:

  • La presenza di speranza è correlata a un miglior funzionamento psicosociale, minore reattività allo stress e strategie di coping più funzionali, maggiore soddisfazione, benessere e migliore qualità di vita (Menninger, 1959), ma anche elevate abilità di problem solving e maggiori livelli di creatività.
  • In soggetti con malattie fisiche severe (ad es. oncologiche) uno spirito combattivo e speranzoso è indice di una migliore prognosi! Nei processi di ripresa e di cambiamento, chi ha un alto indice di speranza reagisce agli impedimenti della vita in una maniera diversa da chi ha un basso indice, poiché tende a vedere le difficoltà come sfide da superare.
  • In generale, scrive Yalom, “Infondere e mantenere la speranza è di importanza decisiva in tutte le psicoterapie”. E’ sempre essenziale coltivare speranza nel terapeuta, nel paziente e nell’efficacia della psicoterapia!

Quasi sempre, i pazienti arrivano da noi terapeuti sentendosi sconfitti e sopraffatti dai loro fallimenti. Sentono di non aver nessun posto e nessuna possibilità nella vita. La costante presenza terapeutica del fattore “speranza” aiuta a sostenerli, a farli sentire incoraggiati, motivati, a infondere fiducia nelle loro capacità e in quelle del trattamento. Notare e valorizzare i progressi dei propri pazienti, aiutarli a credere in se stessi, in ciò che si sta facendo, nella possibilità di coltivare bellezza & benessere e nell’efficacia della cura mette in circolo emozioni positive. Esse si trasformeranno a poco a poco in energia, in aspettative realistiche e poi ancora in obiettivi, in strategie per raggiungerli e in un sempre maggiore senso di autoefficacia. Per tutti questi motivi, la possibilità di sperare è essa stessa un fattore di cambiamento!

«L’importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera aver successo invece che fallire. […] L’affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece di restringerli, non si sazia mai di sapere che cosa internamente li fa tendere a uno scopo e che cosa all’esterno può essere loro alleato» (E. Bloch).

 

Oggi, 1 gennaio 2021, desidero augurare a tutti di coltivare sempre una Speranza:

In particolare, auguro a tutti “and happy New You!”:

Vi auguro di non abbandonare mai la forte speranza di trovare “nuovi” Sé! Di saper sempre sperare che è possibile essere migliori, coraggiosi, sfidanti verso il vecchio che ammala, ma con bontà d’animo, gentilezza, clemenza e grandissimo, audace, desiderio di trovare il proprio Vero Sé & di incontrarsi.

 

“Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno.
Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso,
e rinnovarmi ogni giorno”
(A. Gramsci)

 

Si può!

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