Psicologia dello sviluppo – Psicologa a Palermo Noemi Venturella https://www.psicologa-noemiventurella.it Psicologa a Palermo Sat, 27 Apr 2024 13:06:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.7.2 https://www.psicologa-noemiventurella.it/wp-content/uploads/2020/04/cropped-favicon-venturella-psicologa-palermo-3-32x32.png Psicologia dello sviluppo – Psicologa a Palermo Noemi Venturella https://www.psicologa-noemiventurella.it 32 32 Genitori: un “mestiere impossibile”? https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/psicologia-dello-sviluppo/genitori-un-mestiere-impossibile/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/psicologia-dello-sviluppo/genitori-un-mestiere-impossibile/#respond Sat, 27 Apr 2024 13:02:33 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1828 La Genitorialità può essere definita come un insieme di competenze complesse e in evoluzione che riguardano la capacità di prendersi cura e di proteggere un Altro al di fuori di sé. Un altro individuo che, per età, livello di sviluppo, condizioni fisiche e/o psichiche, necessiti di qualcuno in grado di leggere i suoi bisogni e [...]

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La Genitorialità può essere definita come un insieme di competenze complesse e in evoluzione che riguardano la capacità di prendersi cura e di proteggere un Altro al di fuori di sé. Un altro individuo che, per età, livello di sviluppo, condizioni fisiche e/o psichiche, necessiti di qualcuno in grado di leggere i suoi bisogni e di rispondervi in modo adeguato (ovvero in base alle sue caratteristiche specifiche).
L’articolazione della genitorialità dipende dal funzionamento di ogni singolo individuo (es.: storia, storia familiare, esperienze e fantasie preponderanti aspettative, ideali, etc.) e del suo contesto di riferimento (es.: caratteristiche della coppia e del mondo sociale, lavorativo, culturale).

Un bel seminario con Massimo Recalcati mi ha aiutato a trovare le parole migliori per scrivere sull’argomento.

Innanzitutto bisogna sottolineare che la genitorialità è una funzione necessaria alla vita! Entro essa, l’esercizio della funzione paterna e materna sono alternate, non derivano da un genere o da un singolo individuo, ma sono fondamentali entrambe! “Madre” e “padre”, infatti, sono funzioni (e NON incarnazioni personali): c’è una fluidità, una complessità che trascende il piano della determinazione biologica.
Il modo analitico di guardare alla famiglia prescinde infatti dall’idea che esista una famiglia naturale derivante da stirpe, sesso, genealogia, biologia. Il legame familiare è una costruzione sociale, familiare, culturale. Non ha le sue radici nel biologico!

Secondo Recalcati:

  • Il Materno è un’esperienza di decentramento finalizzata ad accogliere la cura del figlio. Esso prevede 3 funzioni principali:
     (1) Cura: il 1° atto di cura della madre è rispondere al grido del bambino; in questo, ella assume la funzione primaria del “soccorritore”, di colei che, col suo “eccomi!”, si mette a disposizione, offre la presenza di Sé per la cura dell’Altro.
    (2) Trasmissione del sentimento della vita: affinché la vita del figlio sia “vita viva”, accesa, soggettiva, è necessario che la madre desideri la differenza da sé del figlio e il futuro scioglimento del legame. Al tal fine, ella deve accettare di “partorire Dio”, ovvero un figlio che non è suo, sul quale non può esercitare padronanza; il sentimento del materno è infatti un’“ospitalità senza esercizio di proprietà”, una postura di donazione di sé che implica un decentramento e che non può essere dissociata dalla perdita. Quel famoso dare al figlio sia le radici che le ali per volar via verso la sua strada, insomma!
    (3) L’accoglienza verso il “figlio unico”: l’amore materno tutela l’unicità ed evita l’anonimità. ovvero rende la vita del figlio insostituibile e vede ogni figlio come “unico”; in questo senso, esso tutela il “segreto del nome” (Derrida), è “amore per il nome” (Lacan), e destina al figlio delle “cure particolarizzate”, specifiche, appunto uniche.
  • I principali compiti del Padre sono quelli di:
     (1) Separare: per Lacan, “il padre è un principio di separazione”, poiché la sua parola “sottrae il figlio dal servizio della madre”, evita che egli sia un oggetto consolatorio, di godimento, che completa l’essere della madre; con ciò, il padre restituisce al figlio, attraverso lo scioglimento del legame simbiotico, una potenziale indipendenza.
    (2) Trasmettere la sostanza, il senso della legge, ovvero che non tutto è possibile. Ciò esorbita le regole: il sentimento dell’impossibile non serve solo a disciplinare la vita del figlio, ma anche a inscrivere in lui la dimensione del desiderio; “compito della funzione paterna è unire (e non opporre) il desiderio alla legge” (Lacan). Difatti, testimoniando al figlio che la vita guidata dal desiderio unito al senso di realtà ha un senso e che può essere “ricca di vita”, il padre lo aiuterà a trovare la propria “vocazione”/scelta!

 

Facile? Affatto.
Spesso vedo genitori pervasi dai sensi di colpa e o di onnipotenza per i destini dei figli… E incontro figli schiacciati dalle aspettative o dall’assenza di presenza dei propri cari. Per ben cominciare a “curarsi” di tutto ciò, forse bisognerebbe accettare che, come diceva Freud, fare i genitori è un mestiere impossibile, nel senso che è impossibile non sbagliare! Per questo, quando in studio arrivano delle famiglie o dei singoli che parlano del loro essere figli o genitori, li invito sempre ad aprirsi alla tenerezza e ad un grosso lavoro di conoscenza della storia familiare. Ciò favorisce la comprensione del motivo per cui certe dinamiche si sono verificate e permette nel tempo di aprirsi all’Altro superando, con un po’ di ovvia fatica, le recriminazioni e i giudizi. Tuttavia, per farlo è necessario avere il coraggio di conoscere, ad esempio di riconoscere in sé e nella propria storia…

…le possibili criticità nell’esercizio della genitorialità.

 

Secondo Recalcati, ad esempio, per la maternità sono soprattutto 2:
 – Essa non si attiva o si disattiva laddove il padre non sia intervenuto a separare il bambino dalla madre o riveli una carenza di fondo nel creare questa separazione; può lì verificarsi straripamento “incestuale” del desiderio materno (che diventa cannibalico) e o dei desideri simbiotico-onnipotenti del figlio.
 – Derivano da una carenza della madre che non riesce a tenere insieme la funzione materna della cura e la funzione del proprio desiderio come donna. La relazione tra la madre e la donna può scompensarsi in una direzione o in un’altra: (a) Quando essere madre significa annientare e mortificare la donna, essa scompare in una madre che è “tutta madre” (per Lacan si tratta di un “coccodrillo cannibale che mangia la vita del figlio”). In questo caso, il bambino diventa prigioniero di quel mondo e perde il diritto alla separazione; al tempo stesso, anche il desiderio della donna è prigioniera di ciò e i due si divorano in definitiva a vicenda (Lacan). (b) Quando la donna fa fatica a contenere la madre: diventare madre è qui concepito come una perdita dell’essere donna che può generare un rifiuto inconscio del materno.

Le distorsioni del paterno si verificano soprattutto quando il padre non tiene insieme la legge e il desiderio e genera l’eclissi dell’uno o dell’altro, ad es. laddove cerchi di trasmettere la regola, la legge-dovere in assenza del desiderio e del senso della legge stessa.
Assistiamo oggi purtroppo ad un tempo del vuoto, dell’“evaporazione del padre” classicamente inteso (il padre del patriarcato). Si verificano così fenomeni attuali come eclissi del senso e del desiderio, trasgressioni, de-sostanzializzazione, interdizioni e perversioni della legge. L’angoscia oggi arriva spesso nel pensare il vuoto, la sua inconsistenza della legge, al pensiero che si può fare tutto, anche uccidere, e non succederà nulla. E’ allora necessario evitare il rifiuto dei padri e creare dei nuovi modi di incarnare il paterno che testimoni una nuova legge: quella frutto della consistenza e del senso della vita!

 

Buon lavoro!

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L’ardua impresa dell’Adolescenza https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/lardua-impresa-delladolescenza/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/lardua-impresa-delladolescenza/#respond Sun, 13 Jun 2021 15:29:26 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1767 Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia falsa, che sia vera Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia vinta, che sia persa (Tre allegri ragazzi morti). Il momento adolescenziale costituisce uno snodo verso la dimensione adulta. Come esprime l'origine della parola (da “adolescere”, crescere, e da “alĕre”, nutrire), l’adolescenza è un periodo di [...]

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Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia falsa, che sia vera
Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia vinta, che sia persa

(Tre allegri ragazzi morti).

Il momento adolescenziale costituisce uno snodo verso la dimensione adulta. Come esprime l’origine della parola (da “adolescere”, crescere, e da “alĕre”, nutrire), l’adolescenza è un periodo di grande variabilità, mobilità, fluidità. E’ un momento in cui il confluire del biologico, dello psichico e del sociale impongono al giovane un transito maturativo dal paradiso degli amori infantili, dove non occorre scegliere e rinunciare alla megalomania, all’età adulta; su di esso graveranno la storia dei genitori e la loro cultura sociale.

In quest’ottica, l’adolescenza non è solo un’età della vita; essa è un’esperienza i cui effetti vanno al di là della prima giovinezza.

E’ infatti il punto da cui può strutturarsi la patologia, ma anche la possibilità che il soggetto si organizzi per approdare funzionalmente all’età adulta.

Negli anni dell’adolescenza, il cambiamento fisico è rapido, sconvolgente e appariscente: il giovane nota ogni giorno nuovi segnali del suo divenire un individuo adulto. Ma per divenire davvero adulto, l’adolescente deve assolvere a complessi compiti di sviluppo:

  • deve raggiungere gradualmente l’indipendenza dai genitori;

  • accettare i cambiamenti tumultuosi del proprio corpo e adattarsi alla maturazione sessuale;

  • stabilire buoni rapporti di collaborazione tra i coetanei;

  • elaborare una propria filosofia di vita e un senso di identità personale.

Pertanto, l’adolescenza è anche un periodo di lutto per l’infanzia ed una seconda fase di separazione-individuazione dai genitori, le cui metamorfosi possono anche essere traumatiche. La pubertà crea infatti uno sconvolgimento dei punti di riferimento e del modo di pensare e conoscere il mondo.

La strada che l’adolescente dovrà percorrere prevede un transito dall’area familiare agli spazi esterni. Il lavoro dell’adolescenza procede infatti attraverso continue articolazioni tra passato e presente, dentro e fuori, vecchie e nuove identificazioni, permanenza e cambiamento. Meltzer lo descrive come il partecipare dell’adolescente, al tempo stesso, a 4 diverse comunità separate:

  1. comunità dei pari;

  2. comunità degli adulti;

  3. famiglia e suo essere bambino;

  4. isolamento (megalomania e onnipotenza).

In quest’ottica, un adolescente non è realmente ancorato in nessun posto (Meltzer); è in continuo movimento tra le diverse comunità perché il processo di crescita gli procura tanto dolore che egli può tollerarlo solo per un po’.

In questo viaggio, l’adolescente ricerca il sostegno degli adulti, ha come compagno il piccolo gruppo e come equipaggiamento il suo corpo.

Attraverso il suo nuovo corpo, egli può visualizzare la misura del suo progressivo cambiamento e dimostrare ciò che è in grado di fare; ma deve imparare a gestire la propria trasformazione e le proprie fantasie aggressive e distruttive. Di fronte allo scompiglio interno ed esterno, alle regressioni, alla confusione, ha perciò bisogno di adulti competenti che lo aiutino a riorganizzare il proprio mondo interno. L’adolescente si rivolge così allo sguardo dei suoi caregivers per scorgere l’effetto dell’impresa che sta compiendo; inoltre, ha bisogno di essere ammirato mentre si allontana.

Se la distanza tra il familiare e l’estraneo è avvertita come incolmabile, egli può mettere a rischio la nascita della propria identità. Per questo e per molti altri motivi, l’adolescenza di un figlio è un passaggio evolutivo critico per tutta la famiglia.

OGGI

L’adolescente di oggi incontra maggiori difficoltà nel processo di identificazione poiché privato di punti di riferimento stabili e flessibili: rituali di iniziazione socio-culturali, credenze condivise dai gruppi di riferimento, stabilità familiare.

Non a caso, nei nostri studi arrivano sempre più spesso giovani pazienti con disturbi comportamentali e personologici profondi. In queste patologie, la strategia difensiva consiste nello spostare all’esterno e, quindi sul sintomo, le esigenze interne, stabilendo, quindi, relazioni con oggetti sostitutivi più controllabili e garantendosi così un equilibrio psichico. L’effetto finale sarà un sintomo, ad es.:

  • comportamenti difensivi che vanno verso la noia, l’indifferenza, l’anestesia emozionale;
  • il ritiro su di sé (si parla sempre più spesso oggi di Hikikomori) o su oggetti sostitutivi facilmente padroneggiabili (droghe, cibo, corpo, agiti e varie altre anomalie della condotta).

In questi casi, il sintomo acquista un potere organizzatore sulla personalità e diviene il condensato attorno al quale l’individuo crea le sue relazioni e la sua interiorità, impoverendole.

Il caso di Gaia

Gaia (nome di fantasia) arriva in studio coi genitori e con una lunga lista di sintomi. E’ esile eprorompente allo stesso tempo, con delle forme che dominano lo spazio e, dice, ingombrano la mente. Non ha mai accettato il suo corpo come non lo hanno accettato gli altri; in effetti, è bullizzata fin dalla prima pubertà per via di una sviluppo fisico stupefacente, cui si accompagnava invece una grande ingenuità. La sua insicurezza di base si è trasformata nel tempo in sintomi somatici (deperimento, depressione immunitaria, etc.) e in paura a causa di contesti scolastici iper(s)valutanti e aggressivi, accompagnati da relazioni intime a tratti abusanti. Mentre gli adulti di riferimento erano impegnati nelle loro vicende personali (malattie, lutti, workaholisme), Gaia si dimenava come poteva in mezzo a tutto questo, arrivando ai 20 anni con sintomi ansiosi, ritiro relazionale e necessità di controllo che permeano la sua vita. E’ estremamente intellettualizzante, iper-adultizzata, curante verso gli altri, con uno spiccato desiderio di giustizia e di etica che sfoga sui social. Ma è anche fragile, sola, atterrita da ogni cambiamento. Come potrebbe crescere e diventare la giovane donna dotata che intravedo in lei, se restasse prigioniera dei suoi malesseri?

Questi sintomi vanno ascoltati e ben attenzionati. Il desiderio di vivere che anima la parte sana di Gaia la porta in terapia e a spoilerare a poco a poco le proprie difficoltà. Insieme, possiamo lentamente vedere come i suoi sintomi siano preziose comunicazioni che nascondono ciò che lei non può accettare, i suoi conflitti interni, le sue debolezze, le sue paure, le difficoltà che ha con le sue figure fondamentali.

In questi casi, è necessario ripercorrere a ritroso la strada che collega i sintomi ai conflitti interiori con la guida di un adulto di riferimento; e ciò al fine di aiutare l’adolescente a sviluppare la capacità di gestire il suo nuovo Sé senza averne una paura schiacciante. Per farlo, egli ha bisogno di adulti in grado di sostenerlo e per aiutarlo a coltivare autonomamente la sua nascente soggettività!

Dobbiamo essere una base sicura da cui il paziente possa esplorare i diversi aspetti infelici e dolorosi della sua vita, molti dei quali trova impossibile riconsiderare senza un compagno di cui abbia fiducia e che gli fornisca sostegno, incoraggiamento, comprensione e che, nel caso, faccia da guida. (J. Bowlby).

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Psiche + Soma: la Psicosomatica https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/psiche-soma-la-psicosomatica/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/psiche-soma-la-psicosomatica/#respond Thu, 01 Apr 2021 20:44:50 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1712 Come dice la stessa parola, la “Psicosomatica” (dal greco psiche, “anima”, + soma, “corpo”) è una scienza che si concentra sulle connessioni e sulle interazioni tra questi due mondi apparentemente distanti. "In un'accezione ristretta, con il termine 'psicosomatica' si intende quella branca della medicina che si occupa di disturbi organici che, non rivelando alla base [...]

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Come dice la stessa parola, la “Psicosomatica” (dal greco psiche, “anima”, + soma, “corpo”) è una scienza che si concentra sulle connessioni e sulle interazioni tra questi due mondi apparentemente distanti.

“In un’accezione ristretta, con il termine ‘psicosomatica’ si intende quella branca della medicina che si occupa di disturbi organici che, non rivelando alla base una lesione anatomica ο un difetto funzionale, sono ricondotti ad un’origine psicologica.

In un’accezione più ampia si intende invece quella concezione che – oltrepassando il dualismo psicofisico che, secondo il modello cartesiano, separa il corpo dalla mente – guarda all’uomo come a un tutto unitario dove la malattia si manifesta a livello organico come sintomo e a livello psicologico come disagio (U. Galimberti, Dizionario di psicologia, UTET, 1992).

Parlare di “psicosomatica” significa in sintesi parlare contemporaneamente del corpo e della mente e della loro costante relazione!

In particolare…

  • La parola „PSICHE“, ovvero “anima”, ha il doppio significato di “principio o sostanza vitale” e di “carattere personale”.

  • Il concetto di „CORPO“ comprende maggiori sfaccettature:

  1. A livello “medico”, il termine “soma” (dal greco sàgma = peso, fardello) esprime la dimensione biologica, più fisica, del corpo: l’uomo “ha un corpo”, nel senso di qualcosa di concreto e tangibile, ed “è un corpo”, nel senso che esso è parte della sua identità.

  2. Il corpo è anche una costruzione mentale, una rappresentazione di sé che si forma nella prima infanzia e si modifica per tutta la vita.

  3. Il corpo svolge inoltre un’importante funzione relazionale. Esso è fin dall’inizio vissuto in comunicazione con l’altro; attraverso il linguaggio non verbale possiamo esprimere emozioni e sentimenti, manifestare l’idea che abbiamo di noi stessi e veicolare aspetti che riguardano il nostro rapporto con gli altri.

  4. In ambito psicologico, il corpo è inteso come luogo di espressione (o di ricaduta) dell’esperienza psichica. Indica, in tal senso, la dimensione corporea dell’esistenza psichica!

Come infatti vediamo nei nostri studi di psicoterapia (ci siamo recentemente confrontate su questo con la cara collega dott.ssa Gullì!), fenomeni psichici e corporei sono strettamente legati (pensiamo ad es. ai disturbi d’ansia e ai paralleli sintomi sia psichici, sia fisici che generano!) e questo fin dalle origini della vita.
La psicologia dello sviluppo ci spiega come in un primo momento i vissuti del bambino coincidano con l’esperienza che egli ha di sé come corpo. Inoltre, inizialmente il neonato non percepisce distinzione tra sé e il corpo materno: egli attribuisce all’altro ciò che prova e, nello stesso tempo, riceve dall’altro una prima immagine di se stesso.
Con il tempo e all’interno di una relazione calda e sintonica con la madre, il piccolo sviluppa gradualmente la capacità di elaborare le proprie sensazioni sotto forma di pensieri, fantasie e sogni, differenziandole dai processi biologici e attribuendo loro un significato psicologico. Contemporaneamente, si formerà nel bambino un’idea di se stesso da un punto di vista corporeo (es. dello “schema corporeo” o “immagine del corpo”, della coscienza del proprio corpo, etc.).

Nonostante questi evidenti intrecci, entro lo studio dei fenomeni umani si è strutturata nel tempo una „scissione“ tra tra corporeo e psichico, per cui…

  • la medicina si è interessata soprattutto allo studio del corpo;

  • la psicologia ha trascurato gli aspetti biologici, occupandosi prevalentemente della vita mentale.

Ciò ha fatto perdere di vista l’unicità degli esseri umani, comportando importanti incomprensioni e gravi atteggiamenti riduzionistici nella lettura e nella cura della sofferenza umana.

Per fortuna, tuttavia, oggi è frequente sentire parlare di disturbi psicosomatici e degli effetti dello stress, delle emozioni non elaborate e dei disagi psicologici sulla salute fisica e sul benessere. Per questo motivo ho voluto scrivere di psicosomatica, ambito di studi incontrato all’università e che approfondirò prossimamente. Essa mi ha avvicinato alla fondamentale idea di pensare i miei pazienti come Esseri Complessi, fatti insieme di corpo & di mente; il corpo e la mente sono due facce della stessa medaglia: la loro articolata umanità!

La gruppoanalisi mi ha poi condotto ad approfondimenti ancor più specifici, e in particolare all’idea che la vita umana, come mostrano anche le neuroscienze, sia insieme mente, corpo & relazione! Essi vanno intesi come una Triade scindibile solo per comodità; sono infatti tre aspetti basici, ontologici, senza i quali non si dà esistenza!

Forse a sorpresa, direi in conclusione che la matrice originaria nel e dalla quale si nasce come “individui” non sta né nello psichico, né nel somatico.
“L’origine” sta nella relazione: senza essa, l’individuo non può essere concepito (né fisicamente, né psichicamente!) e non diventa “uomo”, né nel corpo, né nella mente.

Da relazioni si nasce. Di relazioni ci si ammala. Di relazioni, soprattutto, si guarisce ❤

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Dalla coppia alla neo-famiglia https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/dalla-coppia-alla-neo-famiglia/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/dalla-coppia-alla-neo-famiglia/#respond Thu, 11 Mar 2021 22:42:49 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1689 Una coppia matura, una di quelle che guarda insieme nella stessa direzione, deve svolgere dei compiti di sviluppo funzionali alla sua crescita. Possiamo individuarne principalmente di 3 tipi: 1) Compiti di sviluppo nei confronti dell’Ambiente Esterno: - Condividere le relazioni amicali; - Trovare uno spazio per le amicizie individuali; - Supportare e valorizzare l’impegno sociale [...]

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Una coppia matura, una di quelle che guarda insieme nella stessa direzione, deve svolgere dei compiti di sviluppo funzionali alla sua crescita.

Possiamo individuarne principalmente di 3 tipi:

1) Compiti di sviluppo nei confronti dell’Ambiente Esterno:

– Condividere le relazioni amicali;
– Trovare uno spazio per le amicizie individuali;
– Supportare e valorizzare l’impegno sociale del partner.

2) Compiti di sviluppo come Figli:

Il matrimonio coinvolge non soltanto i coniugi, ma anche le famiglie d’origine. E’ infatti necessario che la coppia si impegni per trasformare le relazioni e per rimodulare le distanze con le rispettive famiglie. In particolare, la coppia dovrà:
– Realizzare un equilibrio tra lealtà verso i genitori e lealtà verso il partner;
– Operare la differenziazione e il distacco dalle famiglia d’origine, pur restando consapevole di quali aspetti delle rispettive famiglie è importante conservare;
– Definire confini di coppia chiari e permeabili; è questo un requisito indispensabile affinché la coppia trovi una propria unità e intimità. Infatti, sia l’interruzione dei rapporti con le rispettive famiglie sia l’invischiamento con esse rimandano a problemi irrisolti coi propri genitori che si ripercuoteranno sulla neo-famiglia. Solo chi ha raggiunto una buona individuazione e separazione dalla propria famiglia d’origine è in grado di aprirsi a una nuova relazione, conservando allo stesso tempo un legame positivo (che sia non un vincolo, ma una risorsa!) con i genitori.
Bisogna qui sottolineare che non è soltanto la nuova coppia che deve regolare la distanza-vicinanza con la famiglia d’origine; anche queste devono operare dei cambiamenti nei loro modelli relazionali, elaborare il movimento di uscita del proprio figlio e accettare l’esclusività del rapporto tra i giovani coniugi.

3) Compiti di sviluppo come Coniugi:

– Costruire una nuova identità di coppia;
– Creare un rapporto di reciprocità e mutuo rispetto;
– Prefigurare un progetto generativo, contribuendo così a dare continuità alla storia familiare;
– Negoziare sui vari aspetti della vita, imparando a gestire insieme eventuali problemi di adattamento e di organizzazione quotidiana (es.: gerarchie, ruoli, compiti, regole, spazi, regolazione delle distanze), la Comunicazione, l’ascolto, i conflitti e la loro stessa relazione.

La relazione di coppia è infatti al contempo:

  • complementare (ci sono 2 ruoli diversi, ma su piani paritari);

  • simmetrica (relazione tra 2 partner sullo stesso piano).

Attualmente, in una coppia sana i primi 2 tipi di relazione si alternano, con diritti e doveri, ruoli e funzioni definiti in modo sempre più paritario e flessibile in base alla fase del ciclo di vita della coppia. Al contrario, in una coppia disfunzionale non c’è flessibilità e ci si cristallizza su una delle 2 polarità o su modalità asimmetriche (relazione tra persone poste su piani diversi).

Uno spazio particolare merita qui la gestione dei Conflitti, poiché essa è dei compiti più difficili per la giovane coppia. Cigoli parla del matrimonio come di uno specifico “contesto conflittuale”; bisogna, però, sottolineare che il conflitto può essere:
Costruttivo, se avviene in un contesto relazionale cooperativo e aperto al nuovo;
Distruttivo, se avviene in un contesto competitivo e tende a mettere in discussione aspetti vitali come l’autostima o la definizione del potere nella relazione.

Spesso, soprattutto nelle prime fasi del matrimonio, possono essere messe in atto strategie di evitamento del conflitto per cercare di preservare un clima idilliaco. Tuttavia, a lungo andare ciò si rivela disfunzionale, in quanto si creano argomenti non elaborati e tabù di cui non si può parlare. Il risentimento ed il disaccordo che ne derivano possono essere espressi solo indirettamente, attraverso manifestazioni di disagio; ciò conduce alcune coppie a scontri aperti ed a sentimenti negativi anche su questioni di scarsa importanza.

I conflitti distruttivi possono scatenare delle vere e proprie escalation, ovvero delle interazioni prive di una conclusione costruttiva, che non portano alla soluzione del problemi, ma che finiscono per sfinimento. Per altro, alla prima occasione in cui la questione si ripresenta, la coppia mette nuovamente in atto le medesime dinamiche, ancora una volta senza arrivare a una soluzione positiva; la discussione si trasforma in una vera e propria lotta, in cui il contenuto cessa di avere importanza: ciò che conta è solo prevalere sull’altro.

Anche entro coppie funzionali che però nel tempo si irrigidiscono, ad es. con ruoli immutabili pur non più adeguati alla situazione presente, il conflitto aperto è impossibile, bloccato sul nascere per via delle premesse fondative della relazione (= mito dell’unione familiare). In questi casi, si struttura un crescente senso di frustrazione che può dare vita anche a accadimenti improvvisi e violenti o a sensi di estraniazione.

Questi 3 modelli disfunzionali tendono ad auto-perpetuarsi. Per uscire da questo circolo vizioso è allora necessario che i partner imparino a comunicare anche in merito alle loro disfunzioni relazionali, cercando di accettare e comprendere il punto di vista dell’Altro.

Se la coppia riesce ad assolvere a questi compiti, possiamo affermare che essa creerà quella felice condizione in cui 1+1 non fa 2, ma “una famiglia”!

In caso contrario, nel tempo la coppia diventerà sempre più disfunzionale, fino allo “scoppio” di un sintomo. Quel membro della famiglia che esprime il disagio di tutto il nucleo è detto “Paziente Designato”, in quanto è appunto colui che è “designato” dal gruppo a mettere in luce una qualche problematica ed a manifestare l’andamento negativo della situazione familiare, su cui si rende a quel punto necessario intervenire.

Amare non è guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione”
(Antoine de Saint-Exupéry).

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Gli esseri umani e l’Altro #3 – La nascita dell’individualità https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/gli-esseri-umani-e-laltro-3-la-nascita-dellindividualita/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/gli-esseri-umani-e-laltro-3-la-nascita-dellindividualita/#respond Wed, 09 Sep 2020 15:13:49 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1490 Perché è spesso così difficile capire chi siamo? Cosa è un individuo?

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Capita spesso che arrivino da me pazienti che si chiedono con grande sofferenza: “ma io… chi sono?”.

 

Questa domanda ha apparentemente una risposta semplice e banale. In verità, noi non siamo solo chi ci hanno detto di essere, non siamo solo un lavoro, né il nome e cognome che ci hanno dato e neppure un ruolo familiare (papà, nonna, etc.): siamo molto più di questo, e per cogliere chi o cosa a volte serve un aiuto. Ma perché è così difficile capire chi siamo? Cosa è un individuo?

Nella mia prospettiva, l’individuo non è semplicemente un “in-dividuo”; esso è piuttosto il punto nodale, di incontro, di tutte le reti consce e inconsce che lo attraversano. Per essere più precisi, l’individualità non equivale automaticamente ad una unità semplice e singolare; innanzitutto essa è “individuata relazionalmente”, ovvero composta dagli elementi con cui ognuno entra in relazione: altri individui, gruppi e reti verticali (relativa al passato, alle storie familiari) e orizzontali (relazioni gruppali attuali, ad es. amici, pari, colleghi di lavoro, compagni di attivismo politico o culturale o di sport,…).

Ma non è tutto qui!

Perché la vera soggettività è una conquista che parte dall’essere uguale all’altro e arriva infine alla fatica/meraviglia della propria personale invenzione.

 

Come dice Napolitani (in Lo Verso G., Di Blasi M., 2011), lo strutturarsi dell’individualità dipende da alcuni processi fondamentali:

  1. Il processo di identificazione, che va interpretato come introiezione delle modalità di pensiero e dei “temi culturali” familiari e culturali, con i quali l’Io originariamente si confonde;
  2. Il processo simbolopoietico ( < greco poieo, “fare”, e sumballo, “simbolo”, “nesso”), che corrisponde alla rielaborazione autonoma di questi temi, da cui l’individuo cerca di distinguersi alla ricerca di una propria singolare creatività e di nuovi simboli, nessi, significati soggettivi;

Ancor più specificatamente, l’identità individuale deriva da una continua oscillazione tra questi 2 poli (Lo Verso G., Di Blasi M., 2011), ovvero dalla tendenza a dare ascolto…

  • Ora al cosiddetto “idem”, ovvero all’“essere identico” alle matrici culturali in cui il soggetto si è formato, assoggettato al proprio gruppo di appartenenza come in una rete che contiene e tende a replicare automaticamente i propri codici (che tuttavia non va inteso in termini esclusivamente negativi poiché rappresenta anche le esperienze codificate, i percorsi collaudati, il bagaglio di conoscenze acquisite che “esonerano” dall’assillo della quotidianità);
  • Ora al cosiddetto “autos”, ovvero alla possibilità di accedere ad una dimensione di rivisitazione dei propri gruppi interni, di espressione creativa, di libera invenzione e trasformazione dei codici istituiti, di simbolopoiesi e di originalità; tale processo istituisce nuove connessioni tra i dati del mondo e approda alla formazione di un’individualità propria, non omologata alla rete primaria.

La dialettica tra questi due aspetti pone gli esseri umani al di fuori del circuito sopravvivenziale e inaugura un percorso esistenziale in cui “esistenza” significa “POSSIBILITA’”, grado di libertà, capacità potenziale sempre aperta, salute, speranza, pensabilità!

Corollario di ciò è che macro-obiettivo della terapia è per me imparare ad “essere” e “saper essere” “concepitivi” rispetto alla propria vita, dimensioni diametralmente oppose alla sofferta (e spesso ammalante!) condizione del “dover essere” propria dell’idem.

Ecco la fatica/meraviglia della propria personale invenzione!

 

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BIBLIOGRAFIA

Lo Verso G., Di Blasi M. (2011), Gruppoanalisi soggettuale, Raffaello Cortina Editore, Milano.

L'articolo Gli esseri umani e l’Altro #3 – La nascita dell’individualità proviene da Psicologa a Palermo Noemi Venturella.

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Gli esseri umani e l’Altro #2 – Il ruolo della famiglia https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/gli-esseri-umani-e-laltro-2-il-ruolo-della-famiglia/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/gli-esseri-umani-e-laltro-2-il-ruolo-della-famiglia/#respond Sat, 29 Aug 2020 12:59:15 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1480 La mente e la personalità individuale si costruiscono all’interno di relazioni (familiari, tra pari, culturali, etc.).

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Fin dalla nascita, ogni individuo è in relazione con una rete collettiva che…

“lo fonda nei suoi piaceri, nei suoi saperi, nel suo linguaggio e nella sua coscienza” (Napolitani D., in Lo Verso G., 1994).

Come dicevamo qui,

“Ogni essere umano ha origine in una relazione. La famiglia rappresenta lo spazio elettivo di tale processo, il gruppo primario di riferimento entro cui l’individuo viene pensato e concepito ed entro cui poi nasce, cresce e si ammala”.

Infatti, la mente e la personalità individuale non sono un “quid” dato a priori, non esistono di per sé, ma si costruiscono all’interno di relazioni (familiari, tra pari, culturali, etc.).

In particolare, la famiglia ricopre un ruolo centrale per il bambino non solo in termini di accudimento. Essa fa da tramite tra cultura collettiva e singolo e per questo può essere definita come quel luogo contemporaneamente mentale e sociale che plasma il bambino. Per Foulkes (in Giannone F., Lo Verso G., 1999) “la famiglia originaria è la rete gruppale primaria in cui si formano in modo decisivo la personalità e le strutture mentali del futuro individuo”. Anche Menarini e Pontalti (in Giannone F., Lo Verso G., 1999) hanno definito la famiglia come quel contesto basico, “elementare”, in grado di forgiare le strutture mentali che organizzeranno l’esperienza del soggetto nel mondo. La famiglia ha il compito di “in-segnare”, ovvero di “segnare dentro”, di creare, nella stabilità della relazione di accudimento, la primordiale “rete di significazione” che imbastisce le trame del pensiero del bambino. Il bambino, infatti, plasma se stesso grazie all’interiorizzazione di modalità di pensiero e di temi di tipo culturale: miti e riti della famiglia, fiabe, sogni, racconti sulla storia familiare, desideri, aspettative, valori, obiettivi, etc.; essi rappresenteranno i temi basici del suo pensiero! Inoltre, questi temi e pensieri svolgono un’altra funzione molto importante per il piccolo: essi si sono come un ponte tra la famiglia attuale, le famiglie d’origine e la cultura di un determinato contesto (nazione, regione, città, paese d’origine), di cui i familiari tramandano norme, valori e modalità relazionali, trasmettendoli ai propri figli.

Tutto ciò costituisce la base dell’individuazione, ovvero di come un bambino, piuttosto che essere una copia dei propri familiari, diviene un soggetto autonomo!

 

Questo processo è fondamentale, poiché da essa dipende il benessere personale.

La possibilità che esso avvenga dipende alla qualità “satura” o “insatura” del pensiero familiare (Nucara G., Menarini R., Pontati C., in Giannone F., Lo Verso G., 1999):

  •  In una famiglia “insatura” il campo di pensiero è organizzato in modo “sano”, “aperto”; ciò consente di essere diversi ad es. da un nonno o da un genitore, di attribuire un proprio senso ad accadimenti nuovi e, soprattutto, di dare al mondo significati “liberi”, personali e originali;
  • Al contrario, una famiglia “satura”, “chiusa”, NON offre all’individuo uno spazio mentale che gli consente di pensarsi come “altro” rispetto ai congiunti, né di differenziarsene; ciò determina una predominanza fantasmatica dell’uguale e del passato che:
  1. ostacola il processo di individuazione, destinando il soggetto ad essere un replicante degli intenzionamenti familiari;
  2. apre la strada al disagio soffocante, alla sofferenza psichica e alla psicopatologia.

Ovviamente, l’individuo è inconsapevole di tutti questi processi. Ciò che è importante però sapere è che NON siamo esseri passivi, in mano alle decisioni e ai destini delle nostre famiglie d’origine! …In ogni momento (ho pazienti di ogni età), possiamo conquistare la nostra soggettività!
Per farlo, è però necessario iniziare a lavorare su noi stessi per imparare a scegliere chi vogliamo essere. Come infatti diceva Sartre (1972) e come ripeto spesso ai miei pazienti incoraggiandoli,

“Noi siamo ciò che facciamo di ciò che gli altri hanno fatto di noi”!

 

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BIBLIOGRAFIA

Giannone F., Lo Verso G. (1999), Il self e la polis, il sociale e il mondo interno, Franco Angeli, Milano
Lo Verso G. (1994), Le relazioni soggettuali, Bollati Boringhieri, Torino
Sartre J.P. (1972), Santo Genet, commediante e martire, Il Saggiatore, Milano.

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Gli esseri umani e l’Altro #1 – Come nasce un bambino? https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/gli-esseri-umani-e-laltro-1-come-nasce-un-bambino/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/gli-esseri-umani-e-laltro-1-come-nasce-un-bambino/#respond Wed, 19 Aug 2020 17:44:27 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1471 “I rapporti familiari sono il succo della vita"!

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L’uomo è un animale sociale, diceva Aristotele:

ha bisogno dell’Altro e tende per natura alla socialità. Un bambino appena nato e la sua costante ricerca del calore materno ce lo dimostrano con disarmante tenerezza!

Tuttavia, poiché la psicologia è scienza e non improvvisazione, per sostenere queste evidenze con dati empirici sono stati svolti molti studi. Storicamente, gli esperimenti sui primati di Harlow mostrarono come il cucciolo di scimmia separato dalla madre tenda a stare vicino a un fantoccio di morbido e caldo tessuto piuttosto che ad un fantoccio con un biberon pieno di nutrimento ma di freddo fil di ferro. Bowlby studiò invece bambini separati dai genitori e messi in ospedali o istituti: lì spesso morivano in breve tempo o restavano sotto peso e mostravano un ritardo mentale …nonostante fossero stati accuditi adeguatamente sul piano fisico.

Cosa significa questo?

Che ai cuccioli interessa ricevere calore e amore, e solo secondariamente cibo! Inoltre dice Harlow:

la Deprivazione Materna produce nei cuccioli vistose Anomalie comportamentali: le scimmie isolate vedevano gravemente compromessa la loro capacità di recepire i segnali sociali, non riuscivano a rispondervi, mostravano comportamenti sociali anormali e diventavano madri grossolanamente inadeguate. Il grado di danneggiamento del comportamento sociale dipendeva in parte dalla quantità di tempo passato in isolamento e in parte dall’età in cui i piccoli venivano isolati.

Ogni essere umano (e non solo!) è quindi fin dalle sue origini orientato verso l’Altro da un amore disinteressato, da un semplice desiderio di relazione, che Bowlby  chiamò “attaccamento”. L’Attaccamento è il SISTEMA MOTIVAZIONALE maggiore del comportamento umano, ciò che lo orienterebbe fin dalle origini della vita. Secondo questo approccio, siamo fin dall’inizio organismi in interazione che hanno bisogno l’uno dell’altro: per sopravvivere e crescere in salute non si può fare a meno degli altri! I bambini crescono serenamente solo all’interno di relazioni funzionali!

attaccamento e sviluppo del bambinoPer spiegare questo concetto, ho raccontato ai miei alunni di bambino di nome Johann (lo vedete nell’immagine a fianco), trovato in mezzo ad un gruppo di scimmie dove ha probabilmente vissuto i primi 7 anni della sua vita; all’età di circa 8 anni Johann non aveva ancora detto una parola ed anche l’uso dei gesti e delle mani era poco sviluppato!

Infatti, le interazioni precoci giocano un ruolo importante nello sviluppo di ogni bambino:

  • influiscono sulla regolazione biologica e psicologica;
  • hanno implicazioni sul comportamento interpersonale;
  • orientano la personalità e lo sviluppo di funzioni cerebrali fondamentali.

Uno storico psicoanalista che amo molto, Donald Winnicott, diceva in merito che “il bambino da solo non esiste” (1965), ovvero che la sua regolazione biologica ed emotiva avviene innanzitutto attraverso la relazione.

In effetti, dalle ricerche delle neuroscienze emerge che lo sviluppo del Sistema Nervoso è un processo “esperienza-dipendente”: le relazioni significative delle prime fasi della vita plasmano direttamente lo sviluppo del cervello!

E insomma, ogni individuo è fin dalla nascita in rapporto con una struttura collettiva che, come afferma Diego Napolitani (in Lo Verso G., 1994), “lo fonda nei suoi piaceri, nei suoi saperi, nel suo linguaggio e nella sua coscienza”. Per questo anche la cura del disagio non può che essere una cura relazionale!

 

“I rapporti familiari sono il succo della vita, desideri, frustrazioni, legami fedeli. E’ da quei rapporti che ricaviamo la nostra forza, li godiamo anche se ci danno dolore. Naturalmente, anche i nostri problemi in parte vengono da lì, ma anche la capacità di sopravvivere a quei problemi ci viene dalla famiglia. […] Se alla famiglia si dedicasse altrettanta attenzione quanta ne abbiamo per le armi da fuoco o per il gioco del calcio, questo paese sarebbe infinitamente più sano e più felice” (U. Bronfenbrenner).

 

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BIBLIOGRAFIA

  Bowlby, J. (1988), Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Cortina, Milano
  Bronfenbrenner U., in S. Byrne (1978), Urie Bronfenbrenner – L’erosione della famiglia americana, Psicologia contemporanea, 1978, 2, pp. 31-37
  Lo Verso G. (1994), Le relazioni soggettuali, Bollati Boringhieri, Torino
  Winnicott D. (1965), Sviluppo affettivo e ambiente, Armando Editore, Roma.

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