Psicologia – Psicologa a Palermo Noemi Venturella https://www.psicologa-noemiventurella.it Psicologa a Palermo Thu, 15 Aug 2024 11:55:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.7.2 https://www.psicologa-noemiventurella.it/wp-content/uploads/2020/04/cropped-favicon-venturella-psicologa-palermo-3-32x32.png Psicologia – Psicologa a Palermo Noemi Venturella https://www.psicologa-noemiventurella.it 32 32 “Trauma”: capiamoci qualcosa! https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicopatologia/trauma-capiamoci-qualcosa/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicopatologia/trauma-capiamoci-qualcosa/#respond Thu, 15 Aug 2024 11:55:25 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1838 La parola “trauma” è oggi entrata nell’uso comune, se non abusata. La buona abitudine, in questi casi, è sempre quella di provare a interrogare le parole per capire cosa contengono e utilizzarle in buona coscienza! Il termine deriva dal greco trayma, letteralmente “trafittura, perforazione”, ma anche “ferita”. Le esperienze traumatizzanti creano in effetti un turbamento [...]

L'articolo “Trauma”: capiamoci qualcosa! proviene da Psicologa a Palermo Noemi Venturella.

]]>
La parola “trauma” è oggi entrata nell’uso comune, se non abusata. La buona abitudine, in questi casi, è sempre quella di provare a interrogare le parole per capire cosa contengono e utilizzarle in buona coscienza!

Il termine deriva dal greco trayma, letteralmente “trafittura, perforazione”, ma anche “ferita”. Le esperienze traumatizzanti creano in effetti un turbamento dell’omeostasi psichica cui la mente reagisce difensivamente con una frattura tra parti del sé o della personalità.
Per citare qualche definizione clinica, per
Laplance e Pontalis “trauma psichico” è “un evento della vita della persona che è caratterizzato dalla sua intensità, dall’incapacità del soggetto di rispondervi adeguatamente, dalla viva agitazione e dagli effetti patogeni durevoli che esso provoca nell’organizzazione psichica”. Similmente, Selye collega il trauma alla mancata capacità di un soggetto di adattarsi alle situazioni della vita; e Tagliavini aggiunge come le dinamiche di traumatizzazione si basino sul modo unico e individuale con cui un individuo esperisce un evento, una serie di eventi o un insieme di condizioni durature nelle quali è sopraffatta la sua capacità di integrare la propria esperienza.

Ma cosa rende un evento potenzialmente traumatizzante un trauma vero e proprio in grado di far questo alla psiche di un individuo?

Per comprendere la dinamica di traumatizzazione, è sicuramente necessario indagare l’evento-cardine che può aver generato tale destrutturazione; tuttavia, ciò non è sufficiente!
A fronte di un evento potenzialmente traumatico, bisogna prendere in esame anche la storia e le caratteristiche personologiche della persona.

Tutti gli eventi stressanti, infatti, sono potenzialmente traumatizzanti; è la presenza di una SOGGETTIVITA’ più resiliente o più vulnerabile ad influire sul generare la dinamica di traumatizzazione!

  • Se il paziente è “resiliente”, ovvero possiede una serie di solide risorse (biologiche, emotive, psicologiche, relazionali, affettive, sociali, massimizzate da uno stile di attaccamento sicuro) in grado di attivarsi in situazioni più o meno stressanti legate alla sua sopravvivenza e al suo benessere, egli sarà tendenzialmente capace di ripristinare la risposta fisiologica che il corpo mette in atto di fronte a condizioni che potrebbero soverchiare il suo funzionamento. Al contrario, in assenza di resilienza, sorgeranno più facilmente problemi di adattamento.
  • Una condizione pregressa di vulnerabilità renderà un evento stressante meno fronteggiabile e quindi più facilmente traumatico (e tendente a tradursi in sintomi); ciò è spesso esito di un attaccamento non responsivo e protettivo e o di una relazione precoce incoerente e contraddittoria con i caregivers.

In quest’ultimo caso, come scrive Herman, “la risposta ordinaria alle atrocità è di bandirle dalla coscienza”. Se infatti, come dicevamo, la potenza del trauma esonda rispetto alle risorse elaborative dell’individuo, egli percepisce un attacco al senso di sicurezza che genererà “una divisione del sé o della personalità del paziente in parti che hanno ognuna un proprio senso di sé e che sperimentano troppo o troppo poco” (G. Tagliavini). I pazienti traumatizzati tendono infatti a difendersi trovando una “fuga quando non c’è via di fuga” (Putnam, 1997) e portano nel corpo i segni degli eventi traumatici; si tratta di memorie emotive post-traumatiche che vengono però dissociate: emozioni intense e violente, traumatiche e corporeizzate, che Bromberg ha equiparato all’effetto di uno TSUMAMI poiché corrispondono a “un’inondazione di stati affettivi caotici tale che la mente non è in grado di elaborare attraverso i processi cognitivi” e tali da generare una profonda destabilizzazione del senso di Sé. Questa “ombra dello tsunami”/trauma si riattualizza continuamente nel presente e “tormenta la persona da quel momento in poi, ne depreda il presente e il futuro, soprattutto quando l’origine dello ‘tsunami’ si colloca nelle fasi precoci dello sviluppo individuale”.
Più grave è il trauma e più gravi saranno queste manifestazioni, le quali “possono potenzialmente colpire ogni area del funzionamento psicologico” (O. Van De Hart).

 

ATTENZIONE PERO’ A NON PATOLOGIZZARE TUTTO!

E’ sempre importante evitare diagnosi troppo facili e riduttivistiche. Le difese dissociative, infatti, non sono di per sé un fenomeno negativo, in quanto permettono di mantenere un equilibro psicosomatico in risposta a situazioni di stress (ad es., impediscono di essere travolti da emozioni particolarmente intense o dolorose).

Divengono patologiche quando si ricorre eccessivamente e in modo ricorrente ad esse, caso in cui è importante salvaguardare il proprio benessere chiedendo aiuto a dei professionisti qualificati!

L'articolo “Trauma”: capiamoci qualcosa! proviene da Psicologa a Palermo Noemi Venturella.

]]>
https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicopatologia/trauma-capiamoci-qualcosa/feed/ 0
Genitori: un “mestiere impossibile”? https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/psicologia-dello-sviluppo/genitori-un-mestiere-impossibile/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/psicologia-dello-sviluppo/genitori-un-mestiere-impossibile/#respond Sat, 27 Apr 2024 13:02:33 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1828 La Genitorialità può essere definita come un insieme di competenze complesse e in evoluzione che riguardano la capacità di prendersi cura e di proteggere un Altro al di fuori di sé. Un altro individuo che, per età, livello di sviluppo, condizioni fisiche e/o psichiche, necessiti di qualcuno in grado di leggere i suoi bisogni e [...]

L'articolo Genitori: un “mestiere impossibile”? proviene da Psicologa a Palermo Noemi Venturella.

]]>
La Genitorialità può essere definita come un insieme di competenze complesse e in evoluzione che riguardano la capacità di prendersi cura e di proteggere un Altro al di fuori di sé. Un altro individuo che, per età, livello di sviluppo, condizioni fisiche e/o psichiche, necessiti di qualcuno in grado di leggere i suoi bisogni e di rispondervi in modo adeguato (ovvero in base alle sue caratteristiche specifiche).
L’articolazione della genitorialità dipende dal funzionamento di ogni singolo individuo (es.: storia, storia familiare, esperienze e fantasie preponderanti aspettative, ideali, etc.) e del suo contesto di riferimento (es.: caratteristiche della coppia e del mondo sociale, lavorativo, culturale).

Un bel seminario con Massimo Recalcati mi ha aiutato a trovare le parole migliori per scrivere sull’argomento.

Innanzitutto bisogna sottolineare che la genitorialità è una funzione necessaria alla vita! Entro essa, l’esercizio della funzione paterna e materna sono alternate, non derivano da un genere o da un singolo individuo, ma sono fondamentali entrambe! “Madre” e “padre”, infatti, sono funzioni (e NON incarnazioni personali): c’è una fluidità, una complessità che trascende il piano della determinazione biologica.
Il modo analitico di guardare alla famiglia prescinde infatti dall’idea che esista una famiglia naturale derivante da stirpe, sesso, genealogia, biologia. Il legame familiare è una costruzione sociale, familiare, culturale. Non ha le sue radici nel biologico!

Secondo Recalcati:

  • Il Materno è un’esperienza di decentramento finalizzata ad accogliere la cura del figlio. Esso prevede 3 funzioni principali:
     (1) Cura: il 1° atto di cura della madre è rispondere al grido del bambino; in questo, ella assume la funzione primaria del “soccorritore”, di colei che, col suo “eccomi!”, si mette a disposizione, offre la presenza di Sé per la cura dell’Altro.
    (2) Trasmissione del sentimento della vita: affinché la vita del figlio sia “vita viva”, accesa, soggettiva, è necessario che la madre desideri la differenza da sé del figlio e il futuro scioglimento del legame. Al tal fine, ella deve accettare di “partorire Dio”, ovvero un figlio che non è suo, sul quale non può esercitare padronanza; il sentimento del materno è infatti un’“ospitalità senza esercizio di proprietà”, una postura di donazione di sé che implica un decentramento e che non può essere dissociata dalla perdita. Quel famoso dare al figlio sia le radici che le ali per volar via verso la sua strada, insomma!
    (3) L’accoglienza verso il “figlio unico”: l’amore materno tutela l’unicità ed evita l’anonimità. ovvero rende la vita del figlio insostituibile e vede ogni figlio come “unico”; in questo senso, esso tutela il “segreto del nome” (Derrida), è “amore per il nome” (Lacan), e destina al figlio delle “cure particolarizzate”, specifiche, appunto uniche.
  • I principali compiti del Padre sono quelli di:
     (1) Separare: per Lacan, “il padre è un principio di separazione”, poiché la sua parola “sottrae il figlio dal servizio della madre”, evita che egli sia un oggetto consolatorio, di godimento, che completa l’essere della madre; con ciò, il padre restituisce al figlio, attraverso lo scioglimento del legame simbiotico, una potenziale indipendenza.
    (2) Trasmettere la sostanza, il senso della legge, ovvero che non tutto è possibile. Ciò esorbita le regole: il sentimento dell’impossibile non serve solo a disciplinare la vita del figlio, ma anche a inscrivere in lui la dimensione del desiderio; “compito della funzione paterna è unire (e non opporre) il desiderio alla legge” (Lacan). Difatti, testimoniando al figlio che la vita guidata dal desiderio unito al senso di realtà ha un senso e che può essere “ricca di vita”, il padre lo aiuterà a trovare la propria “vocazione”/scelta!

 

Facile? Affatto.
Spesso vedo genitori pervasi dai sensi di colpa e o di onnipotenza per i destini dei figli… E incontro figli schiacciati dalle aspettative o dall’assenza di presenza dei propri cari. Per ben cominciare a “curarsi” di tutto ciò, forse bisognerebbe accettare che, come diceva Freud, fare i genitori è un mestiere impossibile, nel senso che è impossibile non sbagliare! Per questo, quando in studio arrivano delle famiglie o dei singoli che parlano del loro essere figli o genitori, li invito sempre ad aprirsi alla tenerezza e ad un grosso lavoro di conoscenza della storia familiare. Ciò favorisce la comprensione del motivo per cui certe dinamiche si sono verificate e permette nel tempo di aprirsi all’Altro superando, con un po’ di ovvia fatica, le recriminazioni e i giudizi. Tuttavia, per farlo è necessario avere il coraggio di conoscere, ad esempio di riconoscere in sé e nella propria storia…

…le possibili criticità nell’esercizio della genitorialità.

 

Secondo Recalcati, ad esempio, per la maternità sono soprattutto 2:
 – Essa non si attiva o si disattiva laddove il padre non sia intervenuto a separare il bambino dalla madre o riveli una carenza di fondo nel creare questa separazione; può lì verificarsi straripamento “incestuale” del desiderio materno (che diventa cannibalico) e o dei desideri simbiotico-onnipotenti del figlio.
 – Derivano da una carenza della madre che non riesce a tenere insieme la funzione materna della cura e la funzione del proprio desiderio come donna. La relazione tra la madre e la donna può scompensarsi in una direzione o in un’altra: (a) Quando essere madre significa annientare e mortificare la donna, essa scompare in una madre che è “tutta madre” (per Lacan si tratta di un “coccodrillo cannibale che mangia la vita del figlio”). In questo caso, il bambino diventa prigioniero di quel mondo e perde il diritto alla separazione; al tempo stesso, anche il desiderio della donna è prigioniera di ciò e i due si divorano in definitiva a vicenda (Lacan). (b) Quando la donna fa fatica a contenere la madre: diventare madre è qui concepito come una perdita dell’essere donna che può generare un rifiuto inconscio del materno.

Le distorsioni del paterno si verificano soprattutto quando il padre non tiene insieme la legge e il desiderio e genera l’eclissi dell’uno o dell’altro, ad es. laddove cerchi di trasmettere la regola, la legge-dovere in assenza del desiderio e del senso della legge stessa.
Assistiamo oggi purtroppo ad un tempo del vuoto, dell’“evaporazione del padre” classicamente inteso (il padre del patriarcato). Si verificano così fenomeni attuali come eclissi del senso e del desiderio, trasgressioni, de-sostanzializzazione, interdizioni e perversioni della legge. L’angoscia oggi arriva spesso nel pensare il vuoto, la sua inconsistenza della legge, al pensiero che si può fare tutto, anche uccidere, e non succederà nulla. E’ allora necessario evitare il rifiuto dei padri e creare dei nuovi modi di incarnare il paterno che testimoni una nuova legge: quella frutto della consistenza e del senso della vita!

 

Buon lavoro!

L'articolo Genitori: un “mestiere impossibile”? proviene da Psicologa a Palermo Noemi Venturella.

]]>
https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/psicologia-dello-sviluppo/genitori-un-mestiere-impossibile/feed/ 0
“Diventare Psicologo” (con parole di 10 anni fa!) https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/diventare-psicologo-con-parole-di-10-anni-fa/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/diventare-psicologo-con-parole-di-10-anni-fa/#respond Sun, 26 Jun 2022 11:45:07 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1815 Oggi ho ritrovato questo file con un compito svolto durante la specialistica. Rileggendomi, ho pensato alle giovani che mi hanno recentemente chiesto di svolgere in studio il loro tirocinio formativo e soprattutto ai miei giovani pazienti sfiduciati per il loro futuro. Ho pensato a quanto è dura trovar-si, ma anche a come valga sempre la [...]

L'articolo “Diventare Psicologo” (con parole di 10 anni fa!) proviene da Psicologa a Palermo Noemi Venturella.

]]>
Oggi ho ritrovato questo file con un compito svolto durante la specialistica. Rileggendomi, ho pensato alle giovani che mi hanno recentemente chiesto di svolgere in studio il loro tirocinio formativo e soprattutto ai miei giovani pazienti sfiduciati per il loro futuro. Ho pensato a quanto è dura trovar-si, ma anche a come valga sempre la pena di incoraggiarli, di sperare e di lavorare su & con se stessi per riuscire!

E quindi ecco in dono un Pezzetto-Testimonianza della me lottatrice e determinata di 10 anni fa:

“A partire dallo stimolo “DIVENTARE PSICOLOGO”, ti chiediamo di scrivere un testo di 2-3 pagine: scrivi liberamente tutto quello che vuoi e che ti viene in mente, senza riflettere troppo su ciò che vuoi esprimere e senza preoccuparti degli aspetti formali del testo.”

“Credo avessi 13 anni, dovevo scegliere la scuola superiore e stavo attorno a un grande tavolo con la mia famiglia. Non so come fosse possibile, ma già allora dicevo convinta: “voglio andare al liceo classico perché mi apre la mente e poi voglio studiare psicologia!”. Mia madre non era convinta di questa mia impulsività pre-adolescenziale, ma non poté che assecondarmi.

Da quando ho memoria, ho sempre voluto diventare psicoterapeuta. Forse perché ho molto sofferto per un’infanzia un po’ tradita da genitori che i genitori non li hanno saputi molto fare. Non so, ero convinta in questo modo di poter capire cosa non era andato nella mia vita e di aiutare e di aiutami.

Non direi però che la proiezione sia stato l’unico motore di questa mia determinazione. C’è sempre stato dell’altro, una propensione al dialogo, all’ascolto, al giustizialismo etico, alla libera espressione ed alla conoscenza interpersonale, mentale, empatica. Da piccola soffrivo per chi subiva ed era solo.

Ora psicologa lo sono, “junior”, come dicono, e forse vale poco, ma al di là dei sogni caramellati di una bambina, credo di aver fatto la scelta giusta. Non mi sono mai pentita di aver imboccato questa strada, neanche quando ho smesso di studiare per qualche anno. In effetti è stato difficile, questo sì: 46 materie per una laurea triennale ed eventi di vita che ti scombussolano, che ti rendono per molti versi “altro da te” e dalle tue aspirazioni.

Ma alla fine ce l’ho fatta: sono regolarmente iscritta alla magistrale, dopo l’altra paura di perdere un altro anno non passando i test d’ingresso, dopo aver superato la paura di non riuscire a scambiare parole e pensieri con colleghi forse troppo piccoli rispetto a me. Dopo aver lavorato 2 anni a contatto con la sofferenza di ragazzi psichicamente “dis-abili” ed essere scesa a compromessi con un’istituzione (lo Stato) che non li garantisce; con una struttura comunale che perde continuamente le sue finalità a forza di avere a che fare con uno Stato che non li garantisce; con i naturali narcisismi dirigenziali frutto di questa epoca.

La tredicenne che voleva fare la psicologa è cresciuta: è diventata una ventinovenne sempre più convinta di diventare PSICOLOGA!

A volte ancora – pur essendo felice di studiare ciò che studio, di ascoltare ciò che ascolto e di lavorare a contatto con ciò che ho studiato e che continuo a studiare – mi chiedo: cosa vuol dire per me? Perché per me è così fondamentale? …Come se avessi ansia di illudermi, forse.

Non ho una risposta solo razionale. Credo davvero di essere partita da quella bambina sofferente, credo che lei sia dentro di me a spingermi ogni giorno ad avere chiare le idee, a pensare, a diventare una professionista ed una persona migliore.
Indubbiamente sono partita da quella bambina, sono lei, ma sono anche altro: quei vissuti, quelle consapevolezze, mi hanno portato ad emozionarmi e a ridestarmi ogni volta che mi rendo conto che posso migliorare una dinamica mia e altrui… ogni volta che sento che, se non facessi questo, sarei una persona meno utile e poco realizzata… ogni volta che imparo come funzioniamo, perché dimentichiamo certe cose, perché ne facciamo altre e come potremmo fare diversamente.

“Diventare psicologo” allora per me cosa è?

  • E’ tutto, nel senso che la mia persona si identifica con questo desiderio e con questa realtà, ed è felice all’idea di questo.
  • Ed è niente, perché credo che questa “identità di psicologo” sia da costruire ogni giorno. Ed è “niente” non in senso depauperativo, ma nel senso che è una sfida. Da affrontare quotidianamente, prima sui libri, poi con la ricerca e con i pazienti, se ne avrò. E inoltre sempre e comunque con la propria testa.

NON CREDO SIA FACILE, ma forse NON IMPORTA!
Mi sono sempre o quasi guadagnata ciò che ho, e questo mi è servito.

Ora il contesto ci fa credere (e magari è anche vero) che per noi sarà impossibile avere un lavoro, una pensione, esercitare la nostra professione; ci dice che non c’è spazio per noi, anche se i nostri libri.
I nostri professori ci dicono invece (e questo credo sia vero) che di spazio ce n’è tanto, ma sono lo Stato e la gente che non capiscono.

Io invece lo capisco: vedo che “l’ottusità” imperante produce gente afflitta, vuota, irrequieta, satura, bisognosa di parlare, di ritrovare o ricreare la propria reale interiorità, di risalire alla verità del proprio Sé.

Le resistenze sono tante. Ma sarebbe bello, quantomeno, far capire che un aiuto psicologico dà molto, aiuta quando sei perso, fa riscoprire risorse che forse neanche si credeva di avere.

Questa è una di quelle sfide che vale la pena combattere senza vergogna, perché non fa male a nessuno se io racconto che l’ho provato sulla mia pelle e che oggi sono qui (laureata ed in salute) probabilmente grazie ad un percorso di questo tipo. Non c’è vergogna a consigliarlo ed a farlo, ed essere/diventare psicologi oggi è anche questo:
– esplorarsi
– esplorare e spiegare
– superare certe censure morali/sociali che “uccidono”
– aiutare a capire quelli che per la gente sono vicoli…
– e trasformarli in possibilità
– guadagnarsi una fiducia non solo perché questo ci gratifica come singole persone, ma perché sai perfettamente che questo aiuterà anche chi te la dà, questa fiducia. Perché sai che con un semplice “atto” “emotivo” stai aiutando qualcuno e che questo qualcuno poi forse un giorno scoprirà che possiede quella chiave da “circolo virtuoso” per regalare questa stessa fiducia a qualcun altro
– …e così via.
[…]”

Dopo 10 anni, posso dire che SI PUO’! Posso dire con fierezza e com-mozione ai miei giovani pazienti che, pur soffrendo, si mettono in gioco per riuscire, che POSSONO!

 

Ad maiora semper, con fiducia realistica (:

L'articolo “Diventare Psicologo” (con parole di 10 anni fa!) proviene da Psicologa a Palermo Noemi Venturella.

]]>
https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/diventare-psicologo-con-parole-di-10-anni-fa/feed/ 0
Psiche E’ mondo Sociale https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicopatologia/psiche-e-mondo-sociale/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicopatologia/psiche-e-mondo-sociale/#respond Wed, 11 Aug 2021 14:47:02 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1784 “Il sociale […] penetra l’essenza più interna della personalità individuale” (S. Foulkes). Proprio ieri commentavo di come alcuni fatti “sociali” ci riguardino direttamente come psicoterapeuti. Sempre ieri, infatti, accadeva che l'ente preposto alla raccolta di rifiuti ingombranti del mio comune non abbia rispettato l'appuntamento di ritiro e che dei concittadini abbiano cercato di rendere una [...]

L'articolo Psiche E’ mondo Sociale proviene da Psicologa a Palermo Noemi Venturella.

]]>

Il sociale […] penetra l’essenza più interna della personalità individuale”
(S. Foulkes)
.

Proprio ieri commentavo di come alcuni fatti “sociali” ci riguardino direttamente come psicoterapeuti. Sempre ieri, infatti, accadeva che l’ente preposto alla raccolta di rifiuti ingombranti del mio comune non abbia rispettato l’appuntamento di ritiro e che dei concittadini abbiano cercato di rendere una discarica personale il punto di raccolta concordato, ché l’importante è che i rifiuti siano lontani dalle loro dimore (ma poco importa se vicino a quelle altrui). …Come ciò possa riguardare la psicoterapia è forse poco intuitivo, ad uno sguardo superficiale. In realtà, è per me fondamentale pensare come la natura della mente umana sia gruppale, sociale!

Il gruppo, diceva Foulkes, è la matrice della vita mentale dell’individuo!

Motivo per cui tali accadimenti mi riguardano come cittadina ed anche come professionista della cura. Ma come ciò entra nella stanza di terapia con me e i miei pazienti? Andiamo con ordine.

Partiamo dal dire col mio professore Girolamo Lo Verso che la “storia” e la personalità di ognuno sono co-costruite da tutti gli elementi del campo micro e macro-gruppale in cui egli “esiste”:

“La soggettività ha inizio ed evolve all’interno delle relazioni transpersonali individuo-famiglia-collettivo”.

Esiste infatti una sorta di matrice sovra-personale e sovra-ordinata rispetto al singolo che definisce il rapporto di ciascuno col mondo. In gruppoanalisi la chiamiamo “transpersonale” (S. Foulkes; letteralmente “oltre il personale”), proprio per sottolineare che essa va “oltre”, “oltrepassa” (dal latino “trans”) il livello del singolo individuo. Nello specifico, il termine indica come i processi gruppali e le esperienze collettive (passate e presenti) che essi contengono possiedano la qualità di “passare attraverso” gli individui, permeandone il mondo interno e le personalità.

Per dirla senza tecnicismi, il transpersonale è quella “storia” e “cultura” collettiva che fonda la nostra identità più intima senza che il nostro livello cognitivo riesca a concettualizzarla. Esso è infatti un fenomeno inconscio: l’individuo è inconsapevole della sua fondazione sociale! Al contrario, ritiene di essere un soggetto assolutamente singolare ed originale.

Per i nostri pazienti è in effetti difficile pensare che i loro problemi siano collegati alle dinamiche politiche, alle questioni climatiche, ai valori economici.

  • “Dice davvero dottoressa? Io sto male anche perché esiste Salvini che mostra che si può fare e dire tutto?” o “perché c’è un’etica della realizzazione perfezionistica e competitiva per cui o sono perfetto o sono fallito?”.
  • “E come influisce questo sistema politico nella mia incapacità di pensare a chi sono?”.
  • “Che c’entra il regime economico attuale con la mia inadeguatezza di madre?”.
  • Secondo lei sono così stressato perché non posso non pensare solo al lavoro e se dovessi pensare ad altro non ci sarebbe oramai più niente? Ma tutti quelli che conosco sono così…”.
  • “E mi scusi, ma se io a 46 anni ho sentito il desiderio di avere un figlio e oramai non ci riesco, perché dobbiamo chiederci da dove viene il problema? Non è tutto solo dentro di me?”.
  • “…Ah quindi somatizzo anche perché in questo sociale c’è uno spazio poco edificante per le emozioni negative? E il fatto che io non mi fidi più del mio prossimo potrebbe essere collegato all’idea di ‘distanziamento sociale salvifico’ indotta dalla pandemia?”.
  • “…Non ci credo proprio! …Cioè, la mia identità dipenderebbe dagli altri?!?”.

Frequenti sono frasi simili o stupite riflessioni vicine a questi esempi di fantasia.

Per molti di coloro che frequentano i nostri studi, i codici attuali, le appartenenze, i regimi economici e mediatici, le culture… non sono collegati ad es. agli attuali valori competitivi, alle nuove inadeguatezze sociali, ai desideri iperprestazionali, visuali, goderecci e di controllo totalitario. Una paziente, partecipando contemporaneamente a 7 o 8 concorsi, diceva: “sono in tranche agonistica, non posso essere stanca!”. Certo, la norma prevede che stiamo sempre sul pezzo, che la cultura e la formazione siano tra le nuove lobby da abbracciare (insieme alle aziende di tamponi), che non ci fermiamo mai, che stiamo sempre a macinare-macinare-macinare: cibi, abiti, soldi, sostanze varie, vacanze top, culture prêt-à-porter, tapis roulants, master, lavori e corpi da vetrina 7 su 7 e 18 ore su 24. Tutto “normale”, attuale, culturale. Non c’è possibilità che non lo si regga (“se non mi laureo in tempo, non importa il motivo, significa che non sono normale!”, dice F.)… Ed ecco che sorge il mal-essere!

Nel lavoro clinico assistiamo infatti alla dolorosa esplosione di solitudini, disturbi d’ansia, impossibilità a sentirsi adeguati, di neo-famiglie disequilibrate, di relazioni sfilacciate e o violente, di disturbi psicosomatici muti, di personalità fragili o, al contrario, borderline e narcisistiche alla ricerca dello sfruttamento dell’altro e del godimento… per dirne solo alcune. La patologia psichica, d’altronde, segue l’evolversi dei tempi.

Nostro compito di curanti è quindi anche interrogare il mondo che viviamo e chiederci con i nostri pazienti come non solo la famiglia d’origine, ma anche questi sistemi micro e macro-sociali interferiscano col benessere, con la salute psichica. Infatti, se il gruppo è la matrice della vita mentale, anche la salute e la malattia appartengono alla rete relazionale dell’individuo e non unicamente al singolo.

Nel cercare di alleviare il mal-essere dei nostri pazienti, è dunque fondamentale adottare uno “sguardo” circolare e non riduzionistico sui fenomeni umani. Importante comprendere da dove vengano certi modi di stare nel mondo, certi valori e certe sofferenze, e aiutare così i nostri pazienti stessi a comprendere ciò che esiste già ed a cambiarlo in funzione del ben-essere.

E’ vero infatti: “ὁ ἄνθρωπος φύσει πολιτικὸν ζῷον”: “L’uomo è per natura un animale sociale” (Aristotele). Esiste un solidissimo e continuo ponte tra individualità e collettività. L’una sta nell’altra e viceversa, perciò non curiamo nulla senza curare anche l’altra!

Per questo, occuparci dell’Altro, del mondo sociale, dei concittadini che inquinano e incendiano il mondo, significa per noi fare clinica e psicologia in modo complesso!

 

____

BIBLIOGRAFIA

Giannone F., Lo Verso G. (1999), “Il self e la polis, il sociale e il mondo interno”, Franco Angeli, Milano

Foulkes S. H. (1976), “La psicoterapia gruppoanalitica. Metodi e prinicipi”, Astrolabio, Roma

Lo Verso G., Di Blasi M. (2011), “Gruppoanalisi soggettuale”, Raffaello Cortina, Milano.

L'articolo Psiche E’ mondo Sociale proviene da Psicologa a Palermo Noemi Venturella.

]]>
https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicopatologia/psiche-e-mondo-sociale/feed/ 0
L’ardua impresa dell’Adolescenza https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/lardua-impresa-delladolescenza/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/lardua-impresa-delladolescenza/#respond Sun, 13 Jun 2021 15:29:26 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1767 Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia falsa, che sia vera Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia vinta, che sia persa (Tre allegri ragazzi morti). Il momento adolescenziale costituisce uno snodo verso la dimensione adulta. Come esprime l'origine della parola (da “adolescere”, crescere, e da “alĕre”, nutrire), l’adolescenza è un periodo di [...]

L'articolo L’ardua impresa dell’Adolescenza proviene da Psicologa a Palermo Noemi Venturella.

]]>

Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia falsa, che sia vera
Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia vinta, che sia persa

(Tre allegri ragazzi morti).

Il momento adolescenziale costituisce uno snodo verso la dimensione adulta. Come esprime l’origine della parola (da “adolescere”, crescere, e da “alĕre”, nutrire), l’adolescenza è un periodo di grande variabilità, mobilità, fluidità. E’ un momento in cui il confluire del biologico, dello psichico e del sociale impongono al giovane un transito maturativo dal paradiso degli amori infantili, dove non occorre scegliere e rinunciare alla megalomania, all’età adulta; su di esso graveranno la storia dei genitori e la loro cultura sociale.

In quest’ottica, l’adolescenza non è solo un’età della vita; essa è un’esperienza i cui effetti vanno al di là della prima giovinezza.

E’ infatti il punto da cui può strutturarsi la patologia, ma anche la possibilità che il soggetto si organizzi per approdare funzionalmente all’età adulta.

Negli anni dell’adolescenza, il cambiamento fisico è rapido, sconvolgente e appariscente: il giovane nota ogni giorno nuovi segnali del suo divenire un individuo adulto. Ma per divenire davvero adulto, l’adolescente deve assolvere a complessi compiti di sviluppo:

  • deve raggiungere gradualmente l’indipendenza dai genitori;

  • accettare i cambiamenti tumultuosi del proprio corpo e adattarsi alla maturazione sessuale;

  • stabilire buoni rapporti di collaborazione tra i coetanei;

  • elaborare una propria filosofia di vita e un senso di identità personale.

Pertanto, l’adolescenza è anche un periodo di lutto per l’infanzia ed una seconda fase di separazione-individuazione dai genitori, le cui metamorfosi possono anche essere traumatiche. La pubertà crea infatti uno sconvolgimento dei punti di riferimento e del modo di pensare e conoscere il mondo.

La strada che l’adolescente dovrà percorrere prevede un transito dall’area familiare agli spazi esterni. Il lavoro dell’adolescenza procede infatti attraverso continue articolazioni tra passato e presente, dentro e fuori, vecchie e nuove identificazioni, permanenza e cambiamento. Meltzer lo descrive come il partecipare dell’adolescente, al tempo stesso, a 4 diverse comunità separate:

  1. comunità dei pari;

  2. comunità degli adulti;

  3. famiglia e suo essere bambino;

  4. isolamento (megalomania e onnipotenza).

In quest’ottica, un adolescente non è realmente ancorato in nessun posto (Meltzer); è in continuo movimento tra le diverse comunità perché il processo di crescita gli procura tanto dolore che egli può tollerarlo solo per un po’.

In questo viaggio, l’adolescente ricerca il sostegno degli adulti, ha come compagno il piccolo gruppo e come equipaggiamento il suo corpo.

Attraverso il suo nuovo corpo, egli può visualizzare la misura del suo progressivo cambiamento e dimostrare ciò che è in grado di fare; ma deve imparare a gestire la propria trasformazione e le proprie fantasie aggressive e distruttive. Di fronte allo scompiglio interno ed esterno, alle regressioni, alla confusione, ha perciò bisogno di adulti competenti che lo aiutino a riorganizzare il proprio mondo interno. L’adolescente si rivolge così allo sguardo dei suoi caregivers per scorgere l’effetto dell’impresa che sta compiendo; inoltre, ha bisogno di essere ammirato mentre si allontana.

Se la distanza tra il familiare e l’estraneo è avvertita come incolmabile, egli può mettere a rischio la nascita della propria identità. Per questo e per molti altri motivi, l’adolescenza di un figlio è un passaggio evolutivo critico per tutta la famiglia.

OGGI

L’adolescente di oggi incontra maggiori difficoltà nel processo di identificazione poiché privato di punti di riferimento stabili e flessibili: rituali di iniziazione socio-culturali, credenze condivise dai gruppi di riferimento, stabilità familiare.

Non a caso, nei nostri studi arrivano sempre più spesso giovani pazienti con disturbi comportamentali e personologici profondi. In queste patologie, la strategia difensiva consiste nello spostare all’esterno e, quindi sul sintomo, le esigenze interne, stabilendo, quindi, relazioni con oggetti sostitutivi più controllabili e garantendosi così un equilibrio psichico. L’effetto finale sarà un sintomo, ad es.:

  • comportamenti difensivi che vanno verso la noia, l’indifferenza, l’anestesia emozionale;
  • il ritiro su di sé (si parla sempre più spesso oggi di Hikikomori) o su oggetti sostitutivi facilmente padroneggiabili (droghe, cibo, corpo, agiti e varie altre anomalie della condotta).

In questi casi, il sintomo acquista un potere organizzatore sulla personalità e diviene il condensato attorno al quale l’individuo crea le sue relazioni e la sua interiorità, impoverendole.

Il caso di Gaia

Gaia (nome di fantasia) arriva in studio coi genitori e con una lunga lista di sintomi. E’ esile eprorompente allo stesso tempo, con delle forme che dominano lo spazio e, dice, ingombrano la mente. Non ha mai accettato il suo corpo come non lo hanno accettato gli altri; in effetti, è bullizzata fin dalla prima pubertà per via di una sviluppo fisico stupefacente, cui si accompagnava invece una grande ingenuità. La sua insicurezza di base si è trasformata nel tempo in sintomi somatici (deperimento, depressione immunitaria, etc.) e in paura a causa di contesti scolastici iper(s)valutanti e aggressivi, accompagnati da relazioni intime a tratti abusanti. Mentre gli adulti di riferimento erano impegnati nelle loro vicende personali (malattie, lutti, workaholisme), Gaia si dimenava come poteva in mezzo a tutto questo, arrivando ai 20 anni con sintomi ansiosi, ritiro relazionale e necessità di controllo che permeano la sua vita. E’ estremamente intellettualizzante, iper-adultizzata, curante verso gli altri, con uno spiccato desiderio di giustizia e di etica che sfoga sui social. Ma è anche fragile, sola, atterrita da ogni cambiamento. Come potrebbe crescere e diventare la giovane donna dotata che intravedo in lei, se restasse prigioniera dei suoi malesseri?

Questi sintomi vanno ascoltati e ben attenzionati. Il desiderio di vivere che anima la parte sana di Gaia la porta in terapia e a spoilerare a poco a poco le proprie difficoltà. Insieme, possiamo lentamente vedere come i suoi sintomi siano preziose comunicazioni che nascondono ciò che lei non può accettare, i suoi conflitti interni, le sue debolezze, le sue paure, le difficoltà che ha con le sue figure fondamentali.

In questi casi, è necessario ripercorrere a ritroso la strada che collega i sintomi ai conflitti interiori con la guida di un adulto di riferimento; e ciò al fine di aiutare l’adolescente a sviluppare la capacità di gestire il suo nuovo Sé senza averne una paura schiacciante. Per farlo, egli ha bisogno di adulti in grado di sostenerlo e per aiutarlo a coltivare autonomamente la sua nascente soggettività!

Dobbiamo essere una base sicura da cui il paziente possa esplorare i diversi aspetti infelici e dolorosi della sua vita, molti dei quali trova impossibile riconsiderare senza un compagno di cui abbia fiducia e che gli fornisca sostegno, incoraggiamento, comprensione e che, nel caso, faccia da guida. (J. Bowlby).

L'articolo L’ardua impresa dell’Adolescenza proviene da Psicologa a Palermo Noemi Venturella.

]]>
https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/lardua-impresa-delladolescenza/feed/ 0
Gli effetti della Pandemia https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/gli-effetti-della-pandemia/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/gli-effetti-della-pandemia/#respond Sun, 16 May 2021 19:42:39 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1759 Non ci girerò intorno: l'attuale Pandemia da Covid-19 ci ha buttato fuori a calci dalla normalità e ha reso tutto più complesso. Per lunghi periodi, è stato difficile o impensabile uscire dalla propria abitazione, impossibile vedere qualcuno fuori dagli schermi, complicato recarsi a fare la spesa, in farmacia per le prime necessità, a fare una [...]

L'articolo Gli effetti della Pandemia proviene da Psicologa a Palermo Noemi Venturella.

]]>
Non ci girerò intorno: l’attuale Pandemia da Covid-19 ci ha buttato fuori a calci dalla normalità e ha reso tutto più complesso.

Per lunghi periodi, è stato difficile o impensabile uscire dalla propria abitazione, impossibile vedere qualcuno fuori dagli schermi, complicato recarsi a fare la spesa, in farmacia per le prime necessità, a fare una passeggiata. Impossibile abitare serenamente la propria città, scuola, quartiere e vivere con soddisfazione se stessi e il mondo. Impossibile sviluppare una coerenza interna ed esterna, entro l’incoerenza socio-politica.

Su tutto, la dolorosa impossibilità di sentirsi “insieme”, “in contatto”. Siamo feriti dalla paura ed insieme dalla solitudine, lacerati dal desiderio dell’incontro e insieme dal terrore di esso. Rischiamo di immunizzarci dai legami, di considerare l’Altro il vero virus. La “crisi della presenza” è sempre più crisi.

Cosa rimane allora dell’Altro? Cosa resta dei suoi odori, della sua tridimensionalità, della sua soggettività? Non il corpo, non l’incontro, non l’inter-corporeo. …Fuori o dentro lo schermo è diverso? Stare in classe o in Dad è lo stesso? In ufficio o in smart-working… uguale? Spesa on line o con i rider: idem?

Non abbiamo risposte assolute. Ma è chiaro come il mondo si sia rimodellato sul coronavirus; “Corona-matrix” ha chiamato qualcuno questa neo-realtà. Il virus, infatti, si è posto come un nuovo organizzatore della vita umana e delle relazioni. Come un nuovo garante di sopravvivenzialità.

Ma, dobbiamo qui chiederci, che tipo di Cultura contiene questa nuova organizzazione?

Sicuramente, prevede la messa in discussione del senso di sicurezza nello stare nel mondo. Prevede inoltre una sempre più lesionata fiducia nell’Altro; non già fulgida da tempo, in era pandemica essa infatti è stata ulteriormente minata. L’Altro è diventato in questo anno e mezzo il principale veicolo di contagio: potenzialmente, l’Altro è il mio omicida e io il suo. Ma, dice Clara Mucci, “noi siamo corpi, e un corpo per svilupparsi ha bisogno dell’altro!”.

Come fare allora? Se il mondo e l’altro sono divenuti pericolosi, claustrofobici o agorafobici a seconda dei punti di vista… O comunque luoghi “fobici” per eccellenza (non più luoghi per eccellenza dell’umano, case dell’uomo)… come fare? Come ci “sviluppiamo” in questo contesto traumatico? Come poter stare insieme?

  • Si sono sicuramente inaugurate varie “Relazioni da pandemia”, caratterizzate da tratti incoerenti, strumentali, incostanti; in esse, l’altro è spesso utile solo all’occorrenza e difficile è condividere l’intimità e decentrarsi dai propri bisogni.

  • Resta inoltre un unico modo autorizzato per poter pensare l’incontro: quello “incorporeo” dell’on-line, in cui il sociale è sostituito dai social e il corpo dagli schermi. La “vecchia” realtà è stata sostituita da una neo-realtà che sa di irrealtà. E in questa neo-normalità siamo più “immagini” e “consumatori” che “abitanti dello spazio e del mondo”.

La clinica ci mostra come oggi le forme di ansia si moltiplichino e quanto sia più difficile in queste condizioni rasserenarsi e gestire le proprie preoccupazioni. Come mi raccontano i miei pazienti più giovani, spesso la paura, il vissuto di fragilità e di pericolo e la preoccupazione diventano depressione e o disperazione là dove non è possibile pensare alternative. Il futuro è tagliato, traumatico e depressivo. Siamo avvolti dal “cordoglio anticipatorio” della sua morte…

Quali ANTIDOTI dunque alla disconnessione totale da pandemia?

Quali al turbocapitalismo che, in assenza di altro, ci vuole distratti ad acquistare, a produrre, a consumare… e che per il resto ci rende anomici, stanchi, apatici?

Perché il Covid non è l’unica causa di ciò. Esso è piuttosto un amplificatore: Il virus è un’emergenza che rende visibili, emergenti, altri disagi già tipici di un’epoca in cui l’umano non è più al centro del mondo.

E tuttavia, io non voglio narrare “Cronache post-umane” in cui l’umano smette di esistere.

Voglio sollecitare l’idea che è vero: siamo stati buttati fuori a calci dalla normalità… Ma quale “normalità”? La rivogliamo, rivogliamo “LA normalità”, ciò che eravamo prima… Ma quella era davvero una “buona” normalità? Oppure ne possiamo costruire una nuova?

Io credo di sì. Voglio allora sollecitare la necessità di risignificare in un senso più generativo il reale, di ricordare che è possibile un altro mondo, un’altra dimensione ben più abitabile di quella attuale, che è possibile costruire alternative.

Facciamolo insieme (:

L'articolo Gli effetti della Pandemia proviene da Psicologa a Palermo Noemi Venturella.

]]>
https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/gli-effetti-della-pandemia/feed/ 0
VideoIntervista su Disturbo da Accumulo & Pet https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/videointervista-su-disturbo-di-accumulo-pet/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/videointervista-su-disturbo-di-accumulo-pet/#respond Sun, 11 Apr 2021 19:10:44 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1724 Questo articolo prende spunto da un'intervista realizzata lo scorso 25 febbraio, dal titolo „Accumulo. Quando salvare non salva“. Troverete quindi allegato un video in cui chiacchiero con Franco Lannino, responsabile del gattile di Palermo, e con Veronica Anastasio, volontaria animalista e curatrice della pagina Pillovet & friends, del Disturbo da Accumulo, e in particolare di [...]

L'articolo VideoIntervista su Disturbo da Accumulo & Pet proviene da Psicologa a Palermo Noemi Venturella.

]]>
Questo articolo prende spunto da un’intervista realizzata lo scorso 25 febbraio, dal titolo „Accumulo. Quando salvare non salva“.

Troverete quindi allegato un video in cui chiacchiero con Franco Lannino, responsabile del gattile di Palermo, e con Veronica Anastasio, volontaria animalista e curatrice della pagina Pillovet & friends, del Disturbo da Accumulo, e in particolare di quella sua sottocategoria in cui si accumulano NON sono oggetti, bensì animali. Si parla in questi casi di „Sindrome dell’Arca di Noé“.

Non accetto spesso queste proposte, ma in questo caso non ho potuto tirarmi indietro!

  • Innanzitutto poiché grazie a Ediga ho adottato i miei Gina e Telemaco.
  • Inoltre poiché si tratta di una chiacchierata informale, capace di raggiungere molti utenti e quindi di condividere e co-costruire – come amo fare – idee, riflessioni e saperi.
  • E infine perché, in effetti, nella stanza di terapia gli animali hanno un posto importantissimo:
    aiutano a esplorare vissuti troppo forti per i pazienti; a scoprire sentimenti che rivolti agli Altri esseri umani a volte sono spaventanti; esercitano al legame e alla responsabilità verso l’Altro; rappresentano supporti importanti, parti di noi stessi, figli o fratelli vicari… E tanto ancora.
    Spesso allora li ospito simbolicamente in studio con racconti, sogni e narrazioni e altre volte anche in zampe e ossa, sicura che ci aiuteranno nel faticoso e prezioso lavoro della terapia… Non hanno mai deluso!

Per tutte queste ragioni, ho ritenuto importante esserci e approfondire con Veronica, con Franco e con gli ascoltatori quelle situazioni in cui la funzione “curante” degenera nell’accumulo e o in disagi per il singolo, per i cuccioli stessi e per la collettività, magari inconsapevolmente.

Come vedrete, sono stata accolta dentro una bella esperienza di Rete: si è parlato dei nostri animali, compagni di vita, di gioie&coccole e a volte anche di mancanze, sofferenze, difficoltà.
E si è parlato insieme di temi come salute, cura, comunità, cittadinanza attiva e prevenzione.

…Tutte robe fondamentali oggi, che – se condite dall’ascolto, dalla condivisione e dal rispetto reciproco – possono guidarci verso il Benessere e la Bellezza!

 

Buona visione (clic sull’immagine per accedere al link dell’intervista):

 

L'articolo VideoIntervista su Disturbo da Accumulo & Pet proviene da Psicologa a Palermo Noemi Venturella.

]]>
https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/videointervista-su-disturbo-di-accumulo-pet/feed/ 0
Psiche + Soma: la Psicosomatica https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/psiche-soma-la-psicosomatica/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/psiche-soma-la-psicosomatica/#respond Thu, 01 Apr 2021 20:44:50 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1712 Come dice la stessa parola, la “Psicosomatica” (dal greco psiche, “anima”, + soma, “corpo”) è una scienza che si concentra sulle connessioni e sulle interazioni tra questi due mondi apparentemente distanti. "In un'accezione ristretta, con il termine 'psicosomatica' si intende quella branca della medicina che si occupa di disturbi organici che, non rivelando alla base [...]

L'articolo Psiche + Soma: la Psicosomatica proviene da Psicologa a Palermo Noemi Venturella.

]]>
Come dice la stessa parola, la “Psicosomatica” (dal greco psiche, “anima”, + soma, “corpo”) è una scienza che si concentra sulle connessioni e sulle interazioni tra questi due mondi apparentemente distanti.

“In un’accezione ristretta, con il termine ‘psicosomatica’ si intende quella branca della medicina che si occupa di disturbi organici che, non rivelando alla base una lesione anatomica ο un difetto funzionale, sono ricondotti ad un’origine psicologica.

In un’accezione più ampia si intende invece quella concezione che – oltrepassando il dualismo psicofisico che, secondo il modello cartesiano, separa il corpo dalla mente – guarda all’uomo come a un tutto unitario dove la malattia si manifesta a livello organico come sintomo e a livello psicologico come disagio (U. Galimberti, Dizionario di psicologia, UTET, 1992).

Parlare di “psicosomatica” significa in sintesi parlare contemporaneamente del corpo e della mente e della loro costante relazione!

In particolare…

  • La parola „PSICHE“, ovvero “anima”, ha il doppio significato di “principio o sostanza vitale” e di “carattere personale”.

  • Il concetto di „CORPO“ comprende maggiori sfaccettature:

  1. A livello “medico”, il termine “soma” (dal greco sàgma = peso, fardello) esprime la dimensione biologica, più fisica, del corpo: l’uomo “ha un corpo”, nel senso di qualcosa di concreto e tangibile, ed “è un corpo”, nel senso che esso è parte della sua identità.

  2. Il corpo è anche una costruzione mentale, una rappresentazione di sé che si forma nella prima infanzia e si modifica per tutta la vita.

  3. Il corpo svolge inoltre un’importante funzione relazionale. Esso è fin dall’inizio vissuto in comunicazione con l’altro; attraverso il linguaggio non verbale possiamo esprimere emozioni e sentimenti, manifestare l’idea che abbiamo di noi stessi e veicolare aspetti che riguardano il nostro rapporto con gli altri.

  4. In ambito psicologico, il corpo è inteso come luogo di espressione (o di ricaduta) dell’esperienza psichica. Indica, in tal senso, la dimensione corporea dell’esistenza psichica!

Come infatti vediamo nei nostri studi di psicoterapia (ci siamo recentemente confrontate su questo con la cara collega dott.ssa Gullì!), fenomeni psichici e corporei sono strettamente legati (pensiamo ad es. ai disturbi d’ansia e ai paralleli sintomi sia psichici, sia fisici che generano!) e questo fin dalle origini della vita.
La psicologia dello sviluppo ci spiega come in un primo momento i vissuti del bambino coincidano con l’esperienza che egli ha di sé come corpo. Inoltre, inizialmente il neonato non percepisce distinzione tra sé e il corpo materno: egli attribuisce all’altro ciò che prova e, nello stesso tempo, riceve dall’altro una prima immagine di se stesso.
Con il tempo e all’interno di una relazione calda e sintonica con la madre, il piccolo sviluppa gradualmente la capacità di elaborare le proprie sensazioni sotto forma di pensieri, fantasie e sogni, differenziandole dai processi biologici e attribuendo loro un significato psicologico. Contemporaneamente, si formerà nel bambino un’idea di se stesso da un punto di vista corporeo (es. dello “schema corporeo” o “immagine del corpo”, della coscienza del proprio corpo, etc.).

Nonostante questi evidenti intrecci, entro lo studio dei fenomeni umani si è strutturata nel tempo una „scissione“ tra tra corporeo e psichico, per cui…

  • la medicina si è interessata soprattutto allo studio del corpo;

  • la psicologia ha trascurato gli aspetti biologici, occupandosi prevalentemente della vita mentale.

Ciò ha fatto perdere di vista l’unicità degli esseri umani, comportando importanti incomprensioni e gravi atteggiamenti riduzionistici nella lettura e nella cura della sofferenza umana.

Per fortuna, tuttavia, oggi è frequente sentire parlare di disturbi psicosomatici e degli effetti dello stress, delle emozioni non elaborate e dei disagi psicologici sulla salute fisica e sul benessere. Per questo motivo ho voluto scrivere di psicosomatica, ambito di studi incontrato all’università e che approfondirò prossimamente. Essa mi ha avvicinato alla fondamentale idea di pensare i miei pazienti come Esseri Complessi, fatti insieme di corpo & di mente; il corpo e la mente sono due facce della stessa medaglia: la loro articolata umanità!

La gruppoanalisi mi ha poi condotto ad approfondimenti ancor più specifici, e in particolare all’idea che la vita umana, come mostrano anche le neuroscienze, sia insieme mente, corpo & relazione! Essi vanno intesi come una Triade scindibile solo per comodità; sono infatti tre aspetti basici, ontologici, senza i quali non si dà esistenza!

Forse a sorpresa, direi in conclusione che la matrice originaria nel e dalla quale si nasce come “individui” non sta né nello psichico, né nel somatico.
“L’origine” sta nella relazione: senza essa, l’individuo non può essere concepito (né fisicamente, né psichicamente!) e non diventa “uomo”, né nel corpo, né nella mente.

Da relazioni si nasce. Di relazioni ci si ammala. Di relazioni, soprattutto, si guarisce ❤

L'articolo Psiche + Soma: la Psicosomatica proviene da Psicologa a Palermo Noemi Venturella.

]]>
https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/psiche-soma-la-psicosomatica/feed/ 0
La Personalità Narcisistica https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/la-personalita-narcisistica/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/la-personalita-narcisistica/#respond Sat, 20 Mar 2021 19:43:45 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1699 A chi non è capitato di avere a che fare con persone che si definiscono “il più grande esperto di una roba ics”? Che si auto-elogiano continuamente, che dimenticano di chiederti come stai e che parlano instancabilmente solo di se stessi? O che si descrivono come eroi e che si comportano come se tutto il [...]

L'articolo La Personalità Narcisistica proviene da Psicologa a Palermo Noemi Venturella.

]]>

A chi non è capitato di avere a che fare con persone che si definiscono “il più grande esperto di una roba ics”? Che si auto-elogiano continuamente, che dimenticano di chiederti come stai e che parlano instancabilmente solo di se stessi? O che si descrivono come eroi e che si comportano come se tutto il mondo girasse intorno a loro? E ancora, che hanno continue pretese e giustificano ogni loro sbaglio? O che puniscono sottilmente ogni volta in cui non vengono accontentati?

Non si tratta di mostri, no. Sono semmai comportamenti oggi molto diffusi!

Molti Autori parlano non a caso di “era del narcisismo” riferendosi all’attuale società occidentale, in cui le personalità e i comportamenti narcisistici sono in crescente espansione (pensiamo ai selfie, alla vanità, alla competizione, all’individualismo, all’egoismo imperante,…).

Ma di preciso, quando usiamo la parola “narcisismo” di cosa stiamo parlando?

Come dice il mito greco, la storia di (ogni) Narciso è quella di chi nutre un amore smisurato per se stesso. I narcisisti sono infatti soggetti con una sproporzionata preoccupazione per sé e per la propria immagine, ovvero per quella che Jung definiva la “persona” (l’apparenza inautentica che si mostra al mondo), che prende qui il posto dell’“eidos”, dell’essenza più autentica dell’essere umano. Quando i tratti narcisistici diventano estremi, si parla di “Disturbo narcisistico di personalità”, caratterizzato, secondo il D.S.M., da un persistente complesso di superiorità, organizzato intorno al mantenimento dell’autostima tramite conferme provenienti dall’esterno. Esso presenta almeno tre elementi tipici:

  • grandiosità irrealistica;
  • desiderio di essere ammirati;
  • mancanza di empatia.

Secondo la letteratura clinica, questo tipo di personalità si sviluppa un clima familiare di continua valutazione (di per sé nociva per lo sviluppo di un’autostima realistica) nei confronti di un bambino costituzionalmente più sensibile di altri ai messaggi subliminali: questo piccolo percepirebbe qualsivoglia affetto, atteggiamento, aspettativa e giudizio, anche quelli non dichiarati.

Inoltre, questi bambini sarebbero spesso vissuti dai genitori come individui-funzione necessari a sostenere l’autostima degli adulti; questo significa che avrebbero un’importanza centrale per i loro caregiver per la funzione che svolgono per loro, piuttosto che per ciò che realmente sono! Ne consegue che il bambino è amato e apprezzato solo in relazione al ruolo che svolge e al suo grado di cooperazione con gli obiettivi del genitore. Come dice Nancy McWilliams, ciò porta allo sviluppo NON di un Sé autentico, ma di un “Falso Sé”, di una identità basata su aspetti socialmente desiderabili.

In realtà, come esprime il quadro di Dalì “La metamorfosi di Narciso”, in ogni narcisista vive un doppio:

  • Da un un lato, il loro Vero Sé, insicuro e vulnerabile, il loro mondo interno è povero, abitato da un senso di vuoto e da una costante paura di perdere l’autostima. Nella relazione più “intima” con se stessi, queste persone provano sentimenti di incompletezza, vergogna, terrore dell’inadeguatezza, invidia, debolezza, inferiorità e scarsa autostima. Si percepiscono inconsciamente deboli, brutti, impotenti ed hanno timore di essere scoperti nelle proprie mancanze e di essere svergognati e ridicolizzati.
  • Dall’altro lato, un Falso Sé usato inconsciamente per difendersi dai suddetti vissuti con atteggiamenti opposti: ipocrisia, orgoglio, disprezzo, vanità e superiorità, svalutazione verso i soggetti invidiati e idealizzazione verso quelli che li soddisfano. Il narcisista mostra al mondo un Sé perfetto, che Kohut ha definito “grandioso” per sottolineare il senso di ingigantimento e superiorità che li caratterizza. Otto Kernberg condusse un noto studio su narcisisti ricoverati e dedusse che hanno un Sé avido, pretenzioso e patologico, caratterizzato da esibizionismo, distacco, inaccessibilità emotiva, fantasie di onnipotenza e tendenza a giudicare aggressivamente gli altri. Jones parla addirittura di “Complesso di Dio”.

Tuttavia, per mantenere un senso di validità, i narcisisti hanno bisogno di continue conferme esterne!

Il loro bisogno dell’altro è quindi profondissimo, ma superficiale: c’è un’estrema necessità di usare gli altri come oggetti da manipolare per i propri scopi, e principalmente per ottenere ammirazione e approvazione. Per questo, si legano a soggetti fragili e dipendenti che tendono a controllare e su cui esercitano il proprio potere (spesso anche sadico). A ciò si accompagna una scarsa capacità empatica, che li rende refrattari ad identificarsi con il prossimo e ad avvertirne i bisogni. Ogni rapporto interpersonale risulta pertanto deformato dalle esigenze del Sé narcisistico, cosicché la fisiologica funzione di creare legami è assente; scrive infatti la McWilliams:

“Il costo più pesante di un orientamento narcisistico è l’arresto dello sviluppo della capacità di amare”.

Infelice e bisognoso di aiuto è spesso chi si lega a un narcisista. Ma, per tornare al mito, infelice è anche il destino di (ogni) Narciso, che perde la vita perché ama perdutamente solo il proprio riflesso.

L'articolo La Personalità Narcisistica proviene da Psicologa a Palermo Noemi Venturella.

]]>
https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/la-personalita-narcisistica/feed/ 0
Dalla coppia alla neo-famiglia https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/dalla-coppia-alla-neo-famiglia/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/dalla-coppia-alla-neo-famiglia/#respond Thu, 11 Mar 2021 22:42:49 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1689 Una coppia matura, una di quelle che guarda insieme nella stessa direzione, deve svolgere dei compiti di sviluppo funzionali alla sua crescita. Possiamo individuarne principalmente di 3 tipi: 1) Compiti di sviluppo nei confronti dell’Ambiente Esterno: - Condividere le relazioni amicali; - Trovare uno spazio per le amicizie individuali; - Supportare e valorizzare l’impegno sociale [...]

L'articolo Dalla coppia alla neo-famiglia proviene da Psicologa a Palermo Noemi Venturella.

]]>
Una coppia matura, una di quelle che guarda insieme nella stessa direzione, deve svolgere dei compiti di sviluppo funzionali alla sua crescita.

Possiamo individuarne principalmente di 3 tipi:

1) Compiti di sviluppo nei confronti dell’Ambiente Esterno:

– Condividere le relazioni amicali;
– Trovare uno spazio per le amicizie individuali;
– Supportare e valorizzare l’impegno sociale del partner.

2) Compiti di sviluppo come Figli:

Il matrimonio coinvolge non soltanto i coniugi, ma anche le famiglie d’origine. E’ infatti necessario che la coppia si impegni per trasformare le relazioni e per rimodulare le distanze con le rispettive famiglie. In particolare, la coppia dovrà:
– Realizzare un equilibrio tra lealtà verso i genitori e lealtà verso il partner;
– Operare la differenziazione e il distacco dalle famiglia d’origine, pur restando consapevole di quali aspetti delle rispettive famiglie è importante conservare;
– Definire confini di coppia chiari e permeabili; è questo un requisito indispensabile affinché la coppia trovi una propria unità e intimità. Infatti, sia l’interruzione dei rapporti con le rispettive famiglie sia l’invischiamento con esse rimandano a problemi irrisolti coi propri genitori che si ripercuoteranno sulla neo-famiglia. Solo chi ha raggiunto una buona individuazione e separazione dalla propria famiglia d’origine è in grado di aprirsi a una nuova relazione, conservando allo stesso tempo un legame positivo (che sia non un vincolo, ma una risorsa!) con i genitori.
Bisogna qui sottolineare che non è soltanto la nuova coppia che deve regolare la distanza-vicinanza con la famiglia d’origine; anche queste devono operare dei cambiamenti nei loro modelli relazionali, elaborare il movimento di uscita del proprio figlio e accettare l’esclusività del rapporto tra i giovani coniugi.

3) Compiti di sviluppo come Coniugi:

– Costruire una nuova identità di coppia;
– Creare un rapporto di reciprocità e mutuo rispetto;
– Prefigurare un progetto generativo, contribuendo così a dare continuità alla storia familiare;
– Negoziare sui vari aspetti della vita, imparando a gestire insieme eventuali problemi di adattamento e di organizzazione quotidiana (es.: gerarchie, ruoli, compiti, regole, spazi, regolazione delle distanze), la Comunicazione, l’ascolto, i conflitti e la loro stessa relazione.

La relazione di coppia è infatti al contempo:

  • complementare (ci sono 2 ruoli diversi, ma su piani paritari);

  • simmetrica (relazione tra 2 partner sullo stesso piano).

Attualmente, in una coppia sana i primi 2 tipi di relazione si alternano, con diritti e doveri, ruoli e funzioni definiti in modo sempre più paritario e flessibile in base alla fase del ciclo di vita della coppia. Al contrario, in una coppia disfunzionale non c’è flessibilità e ci si cristallizza su una delle 2 polarità o su modalità asimmetriche (relazione tra persone poste su piani diversi).

Uno spazio particolare merita qui la gestione dei Conflitti, poiché essa è dei compiti più difficili per la giovane coppia. Cigoli parla del matrimonio come di uno specifico “contesto conflittuale”; bisogna, però, sottolineare che il conflitto può essere:
Costruttivo, se avviene in un contesto relazionale cooperativo e aperto al nuovo;
Distruttivo, se avviene in un contesto competitivo e tende a mettere in discussione aspetti vitali come l’autostima o la definizione del potere nella relazione.

Spesso, soprattutto nelle prime fasi del matrimonio, possono essere messe in atto strategie di evitamento del conflitto per cercare di preservare un clima idilliaco. Tuttavia, a lungo andare ciò si rivela disfunzionale, in quanto si creano argomenti non elaborati e tabù di cui non si può parlare. Il risentimento ed il disaccordo che ne derivano possono essere espressi solo indirettamente, attraverso manifestazioni di disagio; ciò conduce alcune coppie a scontri aperti ed a sentimenti negativi anche su questioni di scarsa importanza.

I conflitti distruttivi possono scatenare delle vere e proprie escalation, ovvero delle interazioni prive di una conclusione costruttiva, che non portano alla soluzione del problemi, ma che finiscono per sfinimento. Per altro, alla prima occasione in cui la questione si ripresenta, la coppia mette nuovamente in atto le medesime dinamiche, ancora una volta senza arrivare a una soluzione positiva; la discussione si trasforma in una vera e propria lotta, in cui il contenuto cessa di avere importanza: ciò che conta è solo prevalere sull’altro.

Anche entro coppie funzionali che però nel tempo si irrigidiscono, ad es. con ruoli immutabili pur non più adeguati alla situazione presente, il conflitto aperto è impossibile, bloccato sul nascere per via delle premesse fondative della relazione (= mito dell’unione familiare). In questi casi, si struttura un crescente senso di frustrazione che può dare vita anche a accadimenti improvvisi e violenti o a sensi di estraniazione.

Questi 3 modelli disfunzionali tendono ad auto-perpetuarsi. Per uscire da questo circolo vizioso è allora necessario che i partner imparino a comunicare anche in merito alle loro disfunzioni relazionali, cercando di accettare e comprendere il punto di vista dell’Altro.

Se la coppia riesce ad assolvere a questi compiti, possiamo affermare che essa creerà quella felice condizione in cui 1+1 non fa 2, ma “una famiglia”!

In caso contrario, nel tempo la coppia diventerà sempre più disfunzionale, fino allo “scoppio” di un sintomo. Quel membro della famiglia che esprime il disagio di tutto il nucleo è detto “Paziente Designato”, in quanto è appunto colui che è “designato” dal gruppo a mettere in luce una qualche problematica ed a manifestare l’andamento negativo della situazione familiare, su cui si rende a quel punto necessario intervenire.

Amare non è guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione”
(Antoine de Saint-Exupéry).

L'articolo Dalla coppia alla neo-famiglia proviene da Psicologa a Palermo Noemi Venturella.

]]>
https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/dalla-coppia-alla-neo-famiglia/feed/ 0