Esempi clinici – Psicologa a Palermo Noemi Venturella https://www.psicologa-noemiventurella.it Psicologa a Palermo Sat, 05 Mar 2022 11:05:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.7.2 https://www.psicologa-noemiventurella.it/wp-content/uploads/2020/04/cropped-favicon-venturella-psicologa-palermo-3-32x32.png Esempi clinici – Psicologa a Palermo Noemi Venturella https://www.psicologa-noemiventurella.it 32 32 E se ti dicessi che il tuo Corpo parla? https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/e-se-ti-dicessi-che-il-tuo-corpo-parla-2/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/e-se-ti-dicessi-che-il-tuo-corpo-parla-2/#respond Sat, 05 Mar 2022 11:05:26 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1802 A cura della dott.ssa Dominga Gullì e della dott.ssa Noemi Venturella 1.3 L’Ansia Somatizzata L’ansia è tra i motivi più frequenti per cui è richiesto un aiuto psicoterapeutico; spesso, infatti, dopo averla rimandata per anni, l'ansia dice “BASTA!”. E’ questo il momento in cui i suoi sintomi si acuiscono e divengono sempre più forti e [...]

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A cura della dott.ssa Dominga Gullì e della dott.ssa Noemi Venturella

1.3 L’Ansia Somatizzata

L’ansia è tra i motivi più frequenti per cui è richiesto un aiuto psicoterapeutico; spesso, infatti, dopo averla rimandata per anni, l’ansia dice “BASTA!”. E’ questo il momento in cui i suoi sintomi si acuiscono e divengono sempre più forti e persistenti.

Per comprendere la potenza dei sintomi ansiosi, possiamo subito notare come lo stesso termine “Ansia” (che deriva dal greco “Anchein” e dal latino “Angere”, ovvero “stringere”, “soffocare”, “angosciare”) riporti a un concetto di sofferenza fisica, a un senso di oppressione, di soffocamento, di impossibilità a respirare. L’ansia infatti è tra i disturbi con i maggiori sintomi corporei, comportamentali ed emozionali: tremori, vertigini, difficoltà respiratorie, paure specifiche e/o generiche, preoccupazioni, palpitazioni, dolori al petto, sudorazione, nausea, addormentamento degli arti, confusione mentale, pensieri rimuginanti e ripetitivi, scarsa memoria dovuta alla difficoltà di concentrazione e simili.

L’Ansia è comune a molte situazioni di disagio psichico ed è soprattutto il sintomo fondamentale dei Disturbi d’Ansia (disturbo d’ansia da separazione, mutismo selettivo, agorafobia, ipocondria, fobie specifiche, disturbo d’ansia generalizzata, disturbo di panico, fobia sociale, disturbo d’ansia indotto da sostanze, disturbo d’ansia causato da altre situazioni mediche).

Può essere definita come un sentimento di tensione, apprensione e inquietudine che nasce dalla rappresentazione di un pericolo (reale o immaginario, oggettivo o soggettivo); esso è però anticipato e amplificato nei suoi effetti, che sono vissuti in modo minaccioso. Il soggetto ansioso, dunque, TEME ANTICIPATAMENTE qualcosa che non è ancora presente, ma che potrebbe forse accadere.

  • Per essere più precisi, l’ansia è comunque uno stato affettivo innato che ognuno sperimenta fisiologicamente nel corso della vita e che, entro certi limiti, svolge una FUNZIONE ADATTIVA, poiché favorisce la mobilizzazione delle risorse psichiche e fisiche più adeguate ad affrontare una situazione impegnativa.

  • Diviene espressiva di PATOLOGIA PSICHICA quando vi è un’elevata sproporzione tra reale pericolosità dello stimolo ansiogeno e intensità e durata della risposta ansiosa… Fino al grado  più elevato in cui l’ansia non è più in rapporto ad alcun evento esterno né a contenuti mentali coscienti. In questi casi la persona può convivere con due disagi importanti e imponenti:
    a) vive con un costante senso di allarmismo e prova una tensione di fondo, che si cronicizza nel tempo se non si cura;
    b) compie svariate rinunce per evitare di ritrovarsi in situazioni che scatenano sintomi e disagi.

Riportiamo di seguito due Casi Clinici a titolo di esempio:

1)  Giovanna

Giunge in terapia per un’ansia invalidante che la sta bloccando nelle relazioni sociali e soprattutto nel sostenere gli esami universitari. Sin da piccola ricorda una grande sofferenza nel fare verifiche a scuola, ansia che manifestava con rigurgiti fin dal giorno prima, insonnia e dolori gastrointestinali. G. è una giovane adulta intelligente, loquace e sensibile; tratti che ci consentono fin da subito di costruire una solida fiducia terapeuta-paziente. G. mi affida il suo blocco in varie aree esistenziali:

  • non ha un’ampia progettualità futura – se non superare gli esami e forse laurearsi – e fa dipendere tutto dalle scelte professionali del suo partner;

  • soffre di amenorrea (senza alcuna disfunzione organica);

  • c’è un’impossibilità comunicativa con i genitori;

  • ha difficoltà con gli esami universitari, che da tempo sono diventati un circolo vizioso: studia, poi due settimana prima dell’esame inizia la sintomatologia fisica che causa emicrania, disturbi intestinali e rigurgiti; arriva così senza energia al giorno dell’esame, tanto da non potersi reggere in piedi per recarsi all’università. Nei casi in cui riuscisse ad andare, ii momenti prima dell’esame sono caratterizzati da disturbi intestinali e attacchi di panico che la portano a scappare dall’edificio.

La vita di G. è immobile e angosciante. Tuttavia i nostri incontri sono estremamente piacevoli, autentici, intensi e ci consentono di entrare dentro il “blocco”. L’infanzia di G. è caratterizzata da una subdola e continua violenza psicologica, e talvolta anche brutalmente fisica, del suo caregiver, che la impaurisce perfino quando è assente! “Sei brutta, sei incapace, guarda quanto ti sei fatta grossa… Tuo cugino si è laureato! Guarda quel tuo compagno quant’è bravo all’università…”. G. è una figlia sbagliata e non meritevole di affetto e stima… come potrebbe concedersi di superare esami e interrompere questo circuito in cui ormai si identifica? Non può neanche scegliere i suoi vestiti quando insieme alla madre va a fare shopping perché “i vestiti li sceglie chi li paga”.

Durante le narrazioni emerse nello spazio di cura, G. scorge che la violenza rivolta a lei è consuetudine nel rapporto della sua coppia genitoriale e che la Madre presenta anomalie comportamentali con il cibo e con la cura del corpo. “Forse qualcosa che non va c’è… e non è solo in me… Ma come faccio?”. Così G. inizia a ribellarsi a quelle modalità genitoriali arrabbiandosi, raccontando la sua sofferenza e decidendo di andare a vivere insieme al compagno; inizia a desiderare di diventare un professionista competente nel proprio settore e a sperare che i suoi progetti possano incontrarsi con quelli del compagno. I primi passi verso l’autonomia! Pian piano G. riprenderà i contatti con gli amici e instaurerà una relazione più matura con i suoi genitori, riconoscendo i loro limiti e avvalorando la loro presenza. G. non teme più il confronto con l’Altro e inizia a costruire relazioni che la fanno star bene. Gli esami universitari non sono più vissuti come evento catastrofico ma come momento che si può affrontare… Il ciclo mestruale ritorna!
Il blocco e l’incastro in cui G. viveva non consentiva al suo corpo di esprimersi per ciò che era e conteneva. Oggi G. è una persona che è riuscita a liberarsi dall’abito che gli altri le avevano cucito addosso ed è riuscita a scegliere e a indossare l’abito che più desiderava!

 

2) Giusy

Arriva in terapia con sintomi ansiosi che raggiungono l’apice la notte: è insonne, il suo ritmo sonno-veglia è sfasato (soprattutto dall’inizio della pandemia) e la notte è preda di una fame vorace che la porta a mangiare anche cibi detestati. Racconta di una famiglia “nomade”, che ha seguito gli spostamenti lavorativi del papà trasferendosi altrove dopo la fine del liceo della sorella …ma a metà del suo. Sentirà questo transito come una sorta di  tradimento delle sue esigenze, che non riuscirà più a individuare. L’economia familiare è organizzata da una madre severa con l’idea ossessiva della dieta e della perfezione. G., in effetti, è a dieta fin da bambina e non ama le sbavature: puntuale, studentessa da 110elode, presenzialista, paziente da “mille grazie” e da pagamento in anticipo.

Nel corso della terapia, emerge chiaramente che G. è chiamata ad essere magra e perfetta in contrapposizione ad una sorella nata con difficoltà e cresciuta talmente protetta da sviluppare deficit socio-relazionali e un’obesità importante. G. deve compensare tutto questo, compiacere sua madre, non deluderla mai: si è mangiata le aspettative della mamma come si farebbe con un piatto di pasta. Qualsiasi spostamento da esse, genera disappunti aggressivi e ipercriticismo da parte della madre e forti sensi di colpa. L’Altro, insomma, la organizza, ma la consapevolezza su questo funzionamento è osteggiata da un forte meccanismo di negazione che la porta a reprimere ciò che pensa: “tutto bene, non ho nulla da dirle oggi”. Spesso, infatti, G. si difende ed è difficile farla lavorare analiticamente. Il suo corpo, però, si oppone a questa repressione e sviluppa una particolare dermatite che si esprime in corrispondenza di forti stress.

Dopo quasi 1 anno di terapia, G. compie finalmente una scelta in base a parametri personali: lavoriamo insieme sulla scelta della specialistica da frequentare, che sarà alla fine non quella più blasonata o dal lavoro sicuro (insegnante come la madre) o meno onerosa per i genitori… ma quella che più la entusiasma. Certo, è una scelta impegnativa e prestigiosa… Dopo la quale G. decide che ha raggiunto il massimo che poteva fare in questa fase della sua vita. Ora deve dedicarsi al 100% all’università o si sentirà in colpa per far spendere soldi inutili ai genitori e per non essere all’altezza dei colleghi e degli standard previsti dai docenti. Non può dedicare tempo alla terapia, non può piangere (non le piace), non può sostare sul dolore che prova per ciò che l’ha resa “Giusy”; non può più distrarsi! Bisogna interrompere la psicoterapia!

Come Curare i Disturbi d’Ansia?

L’ansia funziona come un campanello d’allarme che può portare la persona a rivalutare i propri conflitti interiori e se stessa. In questi casi, la psicoterapia è un valido strumento per giungere a un equilibrio migliore. 

Da ciò che abbiamo riportato negli esempi clinici, è possibile dedurre che la causa dei disturbi d’ansia è multifattoriale: fattori genetici, familiari-educativi e ambientali sono tutti equamente importanti e si rafforzano l’uno l’altro. Un percorso di psicoterapia aiuta a individuare la causa profonda dell’ansia e va poi a risignificarla e a rimodularla.

Poiché i disturbi d’ansia sono caratterizzati da risposte eccessive a situazioni che non costituiscono una reale minaccia, il lavoro terapeutico ha l’obiettivo generale di permettere alla persona di normalizzare e di gestire meglio le situazioni vissute con ansia, favorendo scelte di vita coerenti con il proprio benessere, riducendo il malessere e superando i limiti dati dai sintomi. Essa agisce sul funzionamento globale della persona, aumentando la conoscenza di sé (compreso il significato dei propri malesseri corporei!), la gestione delle emozioni e rendendola in definitiva più libera e forte. Mette così la persona in condizione di acquisire un maggiore livello di sicurezza in se stessa.

La conoscenza e consapevolezza dei propri meccanismi interni – sia psichici, che somatici – e la comprensione profonda dei motivi e dei momenti della storia di vita che hanno originato la sintomatologia ansiosa sono un risultato a lungo termine della psicoterapia che rappresenta un arricchimento in grado di migliorare la qualità di vita della persona.

Continueremo nei prossimi articoli ad approfondire queste forme di disagi.
Tali approfondimenti sono da considerarsi esemplificativi e, certamente, non esaustivi della complessità dell’espressione del disagio umano. Qualora ti sia ritrovato in una condizione simile a quelle qui descritte puoi scriverci o contattarci!

Dott.ssa Dominga Gullì e dott.ssa Noemi Venturella.

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Riferimenti Bibliografici:

 American Psychiatric Association (2014), Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali. DSM-5, Raffaello Cortina Ed., Milano;
 Barnhillhill J.W. (2014), Casi Clinici, Raffaello Cortina Ed., Milano;
 La Barbera D. (2003), Percorsi clinici nella psichiatria, Medical Book, Milano;
 Lingiardi V., McWilliam N. (2020), Manuale Diagnostico Psicodinamico PDM-2, Raffaello Cortina Ed., Milano.

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L’ardua impresa dell’Adolescenza https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/lardua-impresa-delladolescenza/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/lardua-impresa-delladolescenza/#respond Sun, 13 Jun 2021 15:29:26 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1767 Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia falsa, che sia vera Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia vinta, che sia persa (Tre allegri ragazzi morti). Il momento adolescenziale costituisce uno snodo verso la dimensione adulta. Come esprime l'origine della parola (da “adolescere”, crescere, e da “alĕre”, nutrire), l’adolescenza è un periodo di [...]

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Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia falsa, che sia vera
Ogni adolescenza coincide con la guerra che sia vinta, che sia persa

(Tre allegri ragazzi morti).

Il momento adolescenziale costituisce uno snodo verso la dimensione adulta. Come esprime l’origine della parola (da “adolescere”, crescere, e da “alĕre”, nutrire), l’adolescenza è un periodo di grande variabilità, mobilità, fluidità. E’ un momento in cui il confluire del biologico, dello psichico e del sociale impongono al giovane un transito maturativo dal paradiso degli amori infantili, dove non occorre scegliere e rinunciare alla megalomania, all’età adulta; su di esso graveranno la storia dei genitori e la loro cultura sociale.

In quest’ottica, l’adolescenza non è solo un’età della vita; essa è un’esperienza i cui effetti vanno al di là della prima giovinezza.

E’ infatti il punto da cui può strutturarsi la patologia, ma anche la possibilità che il soggetto si organizzi per approdare funzionalmente all’età adulta.

Negli anni dell’adolescenza, il cambiamento fisico è rapido, sconvolgente e appariscente: il giovane nota ogni giorno nuovi segnali del suo divenire un individuo adulto. Ma per divenire davvero adulto, l’adolescente deve assolvere a complessi compiti di sviluppo:

  • deve raggiungere gradualmente l’indipendenza dai genitori;

  • accettare i cambiamenti tumultuosi del proprio corpo e adattarsi alla maturazione sessuale;

  • stabilire buoni rapporti di collaborazione tra i coetanei;

  • elaborare una propria filosofia di vita e un senso di identità personale.

Pertanto, l’adolescenza è anche un periodo di lutto per l’infanzia ed una seconda fase di separazione-individuazione dai genitori, le cui metamorfosi possono anche essere traumatiche. La pubertà crea infatti uno sconvolgimento dei punti di riferimento e del modo di pensare e conoscere il mondo.

La strada che l’adolescente dovrà percorrere prevede un transito dall’area familiare agli spazi esterni. Il lavoro dell’adolescenza procede infatti attraverso continue articolazioni tra passato e presente, dentro e fuori, vecchie e nuove identificazioni, permanenza e cambiamento. Meltzer lo descrive come il partecipare dell’adolescente, al tempo stesso, a 4 diverse comunità separate:

  1. comunità dei pari;

  2. comunità degli adulti;

  3. famiglia e suo essere bambino;

  4. isolamento (megalomania e onnipotenza).

In quest’ottica, un adolescente non è realmente ancorato in nessun posto (Meltzer); è in continuo movimento tra le diverse comunità perché il processo di crescita gli procura tanto dolore che egli può tollerarlo solo per un po’.

In questo viaggio, l’adolescente ricerca il sostegno degli adulti, ha come compagno il piccolo gruppo e come equipaggiamento il suo corpo.

Attraverso il suo nuovo corpo, egli può visualizzare la misura del suo progressivo cambiamento e dimostrare ciò che è in grado di fare; ma deve imparare a gestire la propria trasformazione e le proprie fantasie aggressive e distruttive. Di fronte allo scompiglio interno ed esterno, alle regressioni, alla confusione, ha perciò bisogno di adulti competenti che lo aiutino a riorganizzare il proprio mondo interno. L’adolescente si rivolge così allo sguardo dei suoi caregivers per scorgere l’effetto dell’impresa che sta compiendo; inoltre, ha bisogno di essere ammirato mentre si allontana.

Se la distanza tra il familiare e l’estraneo è avvertita come incolmabile, egli può mettere a rischio la nascita della propria identità. Per questo e per molti altri motivi, l’adolescenza di un figlio è un passaggio evolutivo critico per tutta la famiglia.

OGGI

L’adolescente di oggi incontra maggiori difficoltà nel processo di identificazione poiché privato di punti di riferimento stabili e flessibili: rituali di iniziazione socio-culturali, credenze condivise dai gruppi di riferimento, stabilità familiare.

Non a caso, nei nostri studi arrivano sempre più spesso giovani pazienti con disturbi comportamentali e personologici profondi. In queste patologie, la strategia difensiva consiste nello spostare all’esterno e, quindi sul sintomo, le esigenze interne, stabilendo, quindi, relazioni con oggetti sostitutivi più controllabili e garantendosi così un equilibrio psichico. L’effetto finale sarà un sintomo, ad es.:

  • comportamenti difensivi che vanno verso la noia, l’indifferenza, l’anestesia emozionale;
  • il ritiro su di sé (si parla sempre più spesso oggi di Hikikomori) o su oggetti sostitutivi facilmente padroneggiabili (droghe, cibo, corpo, agiti e varie altre anomalie della condotta).

In questi casi, il sintomo acquista un potere organizzatore sulla personalità e diviene il condensato attorno al quale l’individuo crea le sue relazioni e la sua interiorità, impoverendole.

Il caso di Gaia

Gaia (nome di fantasia) arriva in studio coi genitori e con una lunga lista di sintomi. E’ esile eprorompente allo stesso tempo, con delle forme che dominano lo spazio e, dice, ingombrano la mente. Non ha mai accettato il suo corpo come non lo hanno accettato gli altri; in effetti, è bullizzata fin dalla prima pubertà per via di una sviluppo fisico stupefacente, cui si accompagnava invece una grande ingenuità. La sua insicurezza di base si è trasformata nel tempo in sintomi somatici (deperimento, depressione immunitaria, etc.) e in paura a causa di contesti scolastici iper(s)valutanti e aggressivi, accompagnati da relazioni intime a tratti abusanti. Mentre gli adulti di riferimento erano impegnati nelle loro vicende personali (malattie, lutti, workaholisme), Gaia si dimenava come poteva in mezzo a tutto questo, arrivando ai 20 anni con sintomi ansiosi, ritiro relazionale e necessità di controllo che permeano la sua vita. E’ estremamente intellettualizzante, iper-adultizzata, curante verso gli altri, con uno spiccato desiderio di giustizia e di etica che sfoga sui social. Ma è anche fragile, sola, atterrita da ogni cambiamento. Come potrebbe crescere e diventare la giovane donna dotata che intravedo in lei, se restasse prigioniera dei suoi malesseri?

Questi sintomi vanno ascoltati e ben attenzionati. Il desiderio di vivere che anima la parte sana di Gaia la porta in terapia e a spoilerare a poco a poco le proprie difficoltà. Insieme, possiamo lentamente vedere come i suoi sintomi siano preziose comunicazioni che nascondono ciò che lei non può accettare, i suoi conflitti interni, le sue debolezze, le sue paure, le difficoltà che ha con le sue figure fondamentali.

In questi casi, è necessario ripercorrere a ritroso la strada che collega i sintomi ai conflitti interiori con la guida di un adulto di riferimento; e ciò al fine di aiutare l’adolescente a sviluppare la capacità di gestire il suo nuovo Sé senza averne una paura schiacciante. Per farlo, egli ha bisogno di adulti in grado di sostenerlo e per aiutarlo a coltivare autonomamente la sua nascente soggettività!

Dobbiamo essere una base sicura da cui il paziente possa esplorare i diversi aspetti infelici e dolorosi della sua vita, molti dei quali trova impossibile riconsiderare senza un compagno di cui abbia fiducia e che gli fornisca sostegno, incoraggiamento, comprensione e che, nel caso, faccia da guida. (J. Bowlby).

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Il gioco delle coppie https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/il-gioco-delle-coppie/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/psicologo-psicologa-e-psicologia/il-gioco-delle-coppie/#respond Sun, 07 Feb 2021 20:37:35 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1663 Una coppia "funzionale" condivide un legame dall’importante valore trasformativo, promosso all’intimità corporea e psicologica. Inoltre, è caratterizzata da momenti di fusione con l’altro e momenti di differenziazione. In genere, è importante che avvengano continue oscillazioni tra questi due momenti e che ognuno di essi sia transitorio. Solo in questo modo la coppia potrà adattarsi alle situazioni della vita e modificare il proprio assetto acquisendo giorno dopo giorno nuove abilità e competenze che la aiutano a crescere.

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Quello della relazione con la tanto desiderata “anima gemella” è tra i temi più presenti in terapia.

I miei pazienti sono spesso afflitti dalle difficoltà e dalle sofferenze che si incontrano nel cercare di far funzionare la propria coppia in modo sano. Spesso, come C., soffrono la solitudine e desiderano la relazione, ma non riescono a so-stare dentro essa. Oppure vivono l’amore come dipendenza in cui si dissolvono, come V. o come P. O ancora, come faceva S., tendono a nascondere dietro la coppia molti dei loro problemi esistenziali. In altri casi, in coppia litigano costantemente per non affrontare problemi più profondi e o le fasi di cambiamento che stanno attraversando, come per N. Fino alle situazione in cui rivivono pesantemente nella coppia i propri fantasmi e paure familiari, come capita a O. …Insomma, in psicoterapia si parla tanto di coppie e spesso con le coppie ci si lavora anche insieme! Motivo per cui mi sembra importante approfondire l’argomento.

 

Caratteristiche della Coppia:

La parola “Coppia” deriva dal latino cōpŭla, che significa non a caso «legame, congiunzione» tra due esseri uniti, considerati “insieme”, spesso perché legati da un rapporto amoroso. A sua volta, la parola “amore” risale al sanscrito kama, cioè «desiderio, passione, attrazione» (da dove anche kama-sutra); da qui il verbo (c)amare, cioè «desiderare in maniera viscerale, in modo integrale, totale». Queste potenti emozioni, però, definiscono solo una parte di cosa è una coppia.

La coppia è innanzitutto un sistema, ovvero un insieme di parti interagenti che costituiscono “un tutto organico” e funzionalmente “unitario”. Il sistema-coppia è…

  • “aperto”, ovvero sta in una relazione di continuo scambio e interazione col suo ambiente di riferimento (es.: contesto, città, famiglie allargate, parenti, etc.);
  • diverso dalla somma delle singole caratteristiche di ciascun partner. In esso, infatti, non si verifica la semplice unione tra due individui, ma “un incontro tra due storie”.

Esistono almeno due tipi di relazioni di coppia:

(1) In una l’altro è l’oggetto delle nostre proiezioni e la storia della coppia è l’espressione dell’esternalizzazione di una relazione interna (…si è quasi “copie”, non “coppie”!).

(2) L’altro tipo di relazione è rappresentata dal legame tra i partner. In quest’ottica, la coppia è una struttura solo apparentemente diadica; infatti, se, da una parte, essa si configura come un’unità integrata (tanto che si può parlare di un “Sé” della coppia), dall’altra il legame che unisce i membri va considerato come un 3° elemento significativo. In questo senso, si può dire che la coppia è composta da tre parti:

  • Io;
  • Tu;
  • Noi, ovvero il senso di identità e di legame della coppia, direttamente derivante dalla storia e dalle aspettative di ciascun partner. Tale legame è un elemento nuovo, creativo, co-creato nell’incontro e capace di estrarre dal singolo una versione del sé complementare all’altro e funzionale al legame stesso.

Una coppia “funzionale” condivide un legame dall’importante valore trasformativo, promosso all’intimità corporea e psicologica. Inoltre, è caratterizzata da momenti di fusione con l’altro e da momenti di differenziazione. In genere, è importante che avvengano continue oscillazioni tra questi due momenti e che ognuno di essi sia transitorio. Solo in questo modo la coppia potrà adattarsi alle situazioni della vita e modificare il proprio assetto acquisendo giorno dopo giorno nuove abilità e competenze che la aiutano a crescere.

 

Esistono però coppie in cui si ha paura di evolversi…

In questi casi, uno dei partner realizza, con la complicità dell’altro, un completo inglobamento fusionale che ha come obiettivo quello di evitare la presa di coscienza di aspetti dell’altro indesiderati. Il partner è allora trattato come una parte del Sé ed è negato in tutto ciò che si differenzia. Il legame perde in questi casi le caratteristiche creative e costruttive di cui abbiamo prima parlato e diviene più un “legaccio”. E’ questa la situazione tipica di coppie che si presentano con un’aria di armonia sospesa, immobile e quindi ben controllabile da entrambi i partner. Si tratta di coppie con un alto grado di prevedibilità e rigidità che spesso esclude il mondo esterno, considerato pericolosa fonte di differenziazione. In quest’ottica, il cambiamento è vissuto come minaccioso e determina ansie di perdita del senso di identità dei singoli e della coppia stessa.

 

Approfondiremo in seguito gli affascinanti processi che portano alla formazione della coppia e i rischi che essa corre nel suo farsi.

Intanto è però centrale puntualizzare che la cura della qualità della coppia è fondamentale!

Il Sé della coppia, il “noi”, non è infatti un involucro statico e sempre identico a se stesso; esso è una “membrana” deve sempre ristrutturarsi in funzione dei cambiamenti cui la coppia è soggetta. Significative sono la sua elasticità e permeabilità, elementi che parlano della salute della relazione. In particolare, la resistenza e la flessibilità della coppia e dei suoi confini garantiscono il buon funzionamento della possibile neo-famiglia, che va sempre attenzionato. La vita quotidiana prevede infatti continue micro-transizioni ed eventi critici che vanno ben affrontati per potersi evolvere al contempo con singoli, come coppia e come famiglia!

“E da allora sono perché tu sei,
e da allora sei, sono e siamo,
e per amore sarò, sarai, saremo”
(Pablo Neruda).

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Il lutto negli anni 2000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/il-lutto-negli-anni-2000/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/il-lutto-negli-anni-2000/#respond Sun, 24 Jan 2021 19:10:20 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1648 Come insegnano i miei pazienti, la morte è oggi un evento in-naturale: non si possono prendere in considerazione le vulnerabilità e le caducità (ad esempio di un corpo che invecchia, come quello dei nonni di G.). Inevitabile quindi è che nei nostri studi arrivino non solo pazienti traumatizzati da morti violente e inattese, ma anche persone che non riescono a gestire l’angoscia del tempo che passa, dei genitori che invecchiano e si ammalano o della prospettiva dell'ipotetica morte propria e altrui… Rispetto a questi scenari, si prova quasi sempre un doloroso senso di insufficienza e di inadeguatezza e un forte vissuto depressivo.

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Conosco B. dopo la morte del suo fidanzato, vissuta come un crollo esistenziale nonostante i suoi giovani vent’anni. P. invece è alle prese con la grave malattia del padre, difficile anche solo da ricordare: meglio fare come se non ci fosse e pensare al Natale! N. arriva terrorizzata in studio per paura di morire di coronavirus. G. non riesce ad accettare la demenza senile dei nonni e non fa che piangere (tanto da non riuscire a parlarne), mentre S. si dà molto molto da fare per non sostare sul tumore della madre… così tanto da fare da perdersi in mezzo alle cose e da sviluppare un malessere generalizzato e senza nome.

 

Cosa hanno in comune questi casi?

  • Sicuramente riguardano tutti pazienti messi a dura prova da lutti presenti, prossimi o futuri e da piccole/grandi perdite anch’esse luttuose.
  • Inoltre, riguardano la morte e come essa è affrontata all’interno della cultura degli anni 2000: con grande disagio!

Il nostro attuale mondo è infatti animato da ideali “erotici”, apparentemente volti all’eros e alla continua ricerca della vitalità e del piacere. In questo tipo di mondo, tutto è performance, la vita può essere controllata e indirizzata e l’uomo stesso è fautore della sua stessa realizzazione. Si tratta di una cultura impastata di urgenza del fare. Una cultura fatta di continui agiti che mettono una distanza reale, siderale, tra l’uomo e il suo sentire-soffrire-morire. Un cultura, ancora, priva di pensiero critico e in generale priva di limite, ove il limite massimo resta comunque quello della morte, intesa come inaccettabile. Essa, piuttosto che naturale, è oggi vissuta come un attacco all’onnipotenza esistenziale e va esclusa dal pensiero, negata ed esorcizzata. La nostra è insomma una cultura “tanatofobica”!

Allora, di fronte alla paura della morte, che cosa accade nelle menti di B., di P., di G., di N. e di S.?

Ovviamente una detonazione degna del Big Bang! Come insegnano i miei pazienti, la morte è infatti oggi un evento in-naturale: non si possono prendere in considerazione le vulnerabilità e le caducità (ad esempio di un corpo che invecchia, come quello dei nonni di G.). Inevitabile quindi è che nei nostri studi arrivino non solo pazienti traumatizzati da morti violente e inattese, ma anche persone che non riescono a gestire l’angoscia del tempo che passa, dei genitori che invecchiano e si ammalano o della prospettiva dell’ipotetica morte propria e altrui… Rispetto a questi scenari, si prova quasi sempre un doloroso senso di insufficienza e di inadeguatezza e un forte vissuto depressivo.

Insomma, bisogna prenderne atto: non ci si può proprio stare! Al massimo, ci si relaziona con la morte in regime di “spettacolarizzazione”: oggi la morte è “pornografica”! E non nel senso che è “erotica” come una prostituta o un film hard, ma nel senso che è messa, come una meretrice, sulla scena e in modo osceno per intrattenere! Pensiamo ai plastici di “Porta a porta”, utili a esorcizzarne l’angoscia trasformandola in un oggetto ludico come tanti con cui appagare i piaceri del pubblico: la morte è una distrazione! E’ resa spettacolo, come a teatro! Un altro valido esempio è il caso di Noa Pothoven, giovanissima ragazza che ha scelto di cessare di vivere a causa della sua ormai intollerabile sofferenza. Anche in questa occasione, la morte diventa oggetto di un “cineforum” sui social…: gli “utenti”, seduti dietro una tastiera, parlano (ben schermati) delle morti altrui seguendo i principi del talk show.

Questo sfondo culturale permea e intenziona tutti gli esseri umani, come i genitori di B., che non accettano il suo lutto, la invitano a riprendere a vivere dopo appena un mese dalla morte del fidanzato, a ricominciare a studiare, a uscire, a lavorare; si preoccupano e la desiderano prestante come prima del lutto, proprio come se nulla fosse accaduto, e rifiutano i suoi mutamenti (minore iper-prestatività, pensiero sul senso dell’esistere, riconsiderazione della propria vita e dei suoi obiettivi, …), considerandoli negativi.

 

Come prendersi allora cura di tutto questo?

Innanzitutto, è necessario tornare a parlare di morte senza esorcismi e tabù. E farlo considerandola un atto naturalmente umano, insito nel vivere. Poiché infatti l’essere umano è limitato nel tempo e nello spazio, la morte fa parte di lui.

Ma possiamo oggi accettare di essere vulnerabili? Limitati? Moribili? Incontrollabili? Noi, come i nostri cari…

Queste sono le prime faccende fruttuosamente affrontate con B., P., G., N. e S. per aiutarli ad accogliere e affrontare il proprio indicibile dolore. La psicoterapia, infatti, parte dal malessere di un Sé che sta dentro un preciso mondo . E nel fare ciò va oltre lo spettacolo che intrattiene, permettendo al paziente di accedere a poco a poco – sostenuto e umanamente accompagnato dal terapeuta – alla difficile e sorprendente elaborazione dei propri lutti.

 

“La morte, naturalmente, provoca prurito, e lo provoca di continuo.
E’ sempre con noi, gratta a una qualche porta interiore,
fruscia con delicatezza, appena udibile,
appena al di sotto della membrana della coscienza. […]
Affrontare questo tema ci porta non ad aprire un qualche pernicioso
vaso di Pandora, ma a riprendere a vivere in una maniera più ricca e caritatevole”
(Yalom I., 2017).

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La Cura di A. e della sua Depressione https://www.psicologa-noemiventurella.it/cura/psicoterapia/la-cura-di-a-e-della-sua-depressione/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/cura/psicoterapia/la-cura-di-a-e-della-sua-depressione/#respond Sun, 22 Nov 2020 15:46:47 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1568 Un esempio senza età dell’importanza di trovare la forza per fare i conti con i nodi della propria esistenza!

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La terapia di A. (qui la sua storia) è stata molto fruttuosa.

 

Dopo un paio d’anni in cui ci siamo incontrate ogni settimana, i sintomi principali causati dalla sua depressione (insonnia con sonnolenza diurna, tristezza, trascuratezza, senso di colpa opprimente, perdita di interesse e piacere per la vita) si erano molto ridotti.
Questa non è stata tuttavia la parte più importante del lavoro psicoterapeutico fatto insieme, che si è concentrato soprattutto sull’elaborazione dei problemi familiari della paziente e delle loro antiche radici. A poco a poco, rassicurata e “pungolata” dalla mia “presenza”, questo ha permesso ad A. di comprendere il senso delle sue emozioni, ma anche di ciò che è accaduto nella sua vita e dei suoi sintomi, che grazie al percorso terapeutico sono quasi del tutto scomparsi.

Vi sono infatti state delle importanti modificazioni della struttura psichica di A.:

  • risoluzione del conflitto intrapsichico con l’antica eredità ricevuta dalla famiglia: “Devi sempre occuparti dei tuoi fratelli e della casa”;
  • netto miglioramento dell’umore;
  • migliori relazioni interpersonali, come risultato di una maggiore comprensione delle proprie relazioni interiorizzate (ad es. coi genitori e coi fratelli);
  • maggiore comprensione di se stessi e capacità di costruire il significato nella propria vita;
  • ricerca attiva del proprio desiderio vitale;
  • sviluppo della mentalizzazione, crescita psicologica e più soddisfacente equilibrio esistenziale.

 

La psicoterapia è stata per questa paziente un’Esperienza Trasformativa!

L’ha aiutata infatti a conquistare una vita migliore, di qualità e più serena.

 

Com’è stato possibile arrivare a questi risultati?

 

E’ vero ciò che scrivono alcuni utenti sul web:

 La depressione è un luogo oscuro, inevitabile. È come essere bloccati in una stanza senza luce, finestre o porte. È così buio che non riesci neanche a vedere le tue mani, figuriamoci una via d’uscita.

Per me la depressione è come avere la mente rimpiazzata da un’altra che ti fa sentire inutile e intorpidita verso la vita, anche verso mio marito e mio figlio. Mi strappa via la possibilità di sentire altro all’infuori di una tristezza costante, senza conoscerne la causa. La depressione mi ha rubato la sicurezza e ora non mi sento più degna dell’amore altrui. La depressione si prende gioco di me e mi fa venire pensieri orrendi. Ci sono state volte in cui ha vinto e sono andata in overdose.

La depressione è uno stato in cui nulla ha sapore, odore, nulla ti sembra giusto e tu sei incapace di pensare o di prendere decisioni. Eppure devi ancora andare avanti e fare tutto. E la maggior parte delle volte non ne hai l’energia o il desiderio, ma vai avanti lo stesso.

Ma, come diceva Jung, è anche vero che “La depressione è una signora vestita di nero che bisogna far sedere alla propria tavola ed ascoltare”.

In effetti, ciò che io ed A. abbiamo fatto insieme è stato innanzitutto creare un clima caldo e sereno ed una relazione terapeutica stabile e affidabile entro la quale raccontarsi con fiducia. In questo contesto “protetto”, fatto di uno spazio e di un tempo dedicato solo ad A., abbiamo con pazienza ricostruito il suo vissuto depressivo, lo abbiamo accolto e lo abbiamo a lungo ascoltato e analizzato. Come scrivevo qui, esso infatti ha molto da dirci di noi stessi, del nostro dolore, della nostra storia!

In questi casi, la psicoterapia (affiancata, se è il caso, da un’adeguata cura farmacologica a cura di un collega psichiatra) può accompagnare i pazienti lungo “un meraviglioso seppure doloroso viaggio nella propria interiorità alla scoperta del proprio valore e della propria forza” (V. Andreoli). Tuttavia, pare che in Italia solo il 29% dei soggetti depressi ricorra a un trattamento psicologico…

Quando mi pongono domande su cosa fare di fronte alla depressione, io racconto sempre la storia terapeutica di A.: è un esempio senza età dell’importanza di trovare la forza per fare i conti con i nodi della propria esistenza! Affrontare i propri fallimenti e sconfitte spesso permette una svolta importante che, nel tempo, consentirà di prendersi cura di sé e di liberare le proprie potenzialità; di avere sì anche a che fare con i propri limiti, ma in modo diverso, più consapevole, più saggio e soprattutto vitale!

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La storia di A. e della sua Depressione https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/la-storia-di-a-e-della-sua-depressione/ https://www.psicologa-noemiventurella.it/esempi-clinici/la-storia-di-a-e-della-sua-depressione/#respond Sat, 14 Nov 2020 19:40:50 +0000 https://www.psicologa-noemiventurella.it/?p=1559 L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che la depressione è la seconda malattia più diffusa al mondo dopo l’infarto (O.M.S., 1999). Conoscerla per curarla...

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A. è una donna di 60 anni che vive una deflessione dell’umore generata da varie “situazioni grilletto”: un linfoma e un corpo trasformato dalla radioterapia, diversi lutti, un’elevata conflittualità con la famiglia d’origine per  eredità mai risolte. A. sembra dolce e paziente. Si presenta in sovrappeso, poco curata, rime labiali e palpebrali in giù, tono di voce monocorde, mimica leggermente rallentata; si protende sulla scrivania appoggiandovisi di peso, quasi reificando col corpo la sua richiesta di aiuto.

Racconta di soffrire d’insonnia, ma di dormire spesso di giorno e di indossare anche per due/tre giorni di fila il pigiama, di non si sentirsi gratificata dalla sua vita presente e passata, di avere molti rimpianti ed una sensazione di anormalità, di irregolarità: il figlio che lavora fuori, le liti continue coi fratelli, i genitori morti precocemente,…

Ma questo non ci dice ancora tutto di lei. A., infatti, è la maggiore di una famiglia numerosa, rigida (seppur affettiva) e di sani principi. I genitori, gran lavoratori, la responsabilizzano fin dalla più tenera età: lei è la più grande, ha il dovere di badare ai fratellini, non sempre si può giocare! A. sa che è giusto così, che deve essere obbediente e buona e pensare innanzitutto alla famiglia. Così, cresce aiutando la mamma con i fratelli e le sorelle, lava, cucina, rinuncia alla privacy: occuparsi di altro è pensato come “sbagliato”. Poi si sposa e lascia l’università per metter su una famiglia tutta sua.

Nel tempo, la sua famiglia d’origine va incontro a tanti lutti, a delusioni reciproche e a molte liti. Di fronte a ciò, A. si sente responsabile, ma anche impotente e sconfortata e vive nel doloroso ricordo della sua famiglia idilliaca. Per questo si è molto trascurata ed oggi è infelice… Il cancro le ha insegnato cosa è veramente importante; ciò nonostante, è stanca, disillusa e non sa proprio come recuperare il tempo perduto.

 

Cosa affligge A.?

La sua diagnosi è di “depressione”, “[…] una condizione dell’anima che si registra quando il mondo circostante non ci dice più nulla e il mondo immaginifico, quello dei nostri sogni e dei nostri progetti, tace avvolto da un silenzio così cupo e impenetrabile da impedire anche il più timido degli sguardi che osi proiettarsi nel futuro” (U. Galimberti).

La depressione, diceva Indro Montanelli, “è una malattia democratica”, nel senso che colpisce tutti, senza distinzioni geografiche, antropologiche, di età o di ceto sociale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che è la seconda malattia più diffusa al mondo dopo l’infarto. Inoltre, è il più diffuso tra i disturbi mentali: si stima che ogni anno si ammalino di depressione circa 100 milioni di persone (O.M.S., 1999; qui altri dati).

Secondo i manuali diagnostici, essa si caratterizza:

  • per uno stato di tristezza profonda (diversa da quella “normale” poiché non è proporzionale agli eventi di vita reali);
  • per la riduzione o perdita dei propri interessi, affiancata da intensa sofferenza e dalla diminuzione dell’iniziativa e della partecipazione sociale.

Questo disturbo coinvolge quattro aspetti fondamentali del funzionamento di ogni individuo:

  1. Affettività: il depresso si trova in una condizione di tristezza, pessimismo e scoraggiamento; non c’è più capacità di desiderare, di sperare, ma anche di provare emozioni: “Il depresso è incapace di provare gioia, così come è incapace di provare dolore. La depressione è l’assenza di ogni tipo di emozione […]” (E. Fromm). Il paziente è apatico e non prova nessun piacere; anche la vita relazionale è compromessa: l’affettività si scolorisce sempre più e si esperisce un vissuto di desertificazione interiore.
  2. Cognizione: la maggior parte delle funzioni cognitive subisce un rallentamento; l’eloquio è povero e stentato e c’è un forte senso di confusione mentale, con difficoltà a formulare i pensieri e ad esercitare attenzione, concentrazione e memoria. L’individuo non è abitato da pensieri speranzosi, ma di auto-svalutazione, di colpa e di perdita, di disastri e a volte anche di morte.
  3. Psicomotricità: la persona depressa si presenta stanca, sofferente e con un rallentamento generale, ad esempio nella gestualità e nella mimica.
  4. Funzionamento somato-vegetativo: anche il corpo è molto implicato nei disturbi depressivi; sono spesso presenti astenia (mancanza di forza), diffusa sensazione di malessere fisico, cefalea, disturbi digestivi e alterazione dell’appetito (inappetenza o iperfagia), disturbi del sonno (insonnia, risveglio precoce o ipersonnia), perdita del desiderio sessuale e simili. Il disturbo depressivo fiacca anche la funzione immunitaria, diminuendone l’efficacia!

 

Ma cosa trasforma una persona vitale in un individuo depresso?

Come nel caso di A., spesso il disturbo dipende dal combinarsi di diversi fattori, tra cui principalmente un Sé fragile, eventi di vita difficili (ad es. lutti e perdite) ed un ambiente infantile insicuro; questi elementi possono aumentare la vulnerabilità della persona nei confronti di situazioni stressanti, difficoltà ed esperienze dolorose. Può così svilupparsi un disturbo che si articolerà, col passare degli anni, attorno ad un Sé mancante e difettuale, meritevole di rifiuti e di fallimenti. Queste persone sono costantemente ed “inspiegabilmente” infelici, hanno una bassa autostima e grossi sentimenti di colpa e di inferiorità: “mi succedono brutte cose perché me le merito”; o, come racconta A., “perché non sono stata capace di risolvere le cose!”. Sono tuttavia molto sensibili e donative: empatizzano con la tristezza, comprendono le ferite altrui, tendono ad aiutare gli altri, cercano la vicinanza e si oppongono alla perdita.

Quella che definiamo “depressione” è dunque una modalità di esistenza pregna di sofferenza che spesso affligge persone piene di risorse nascoste, attente più all’Altro che a sé, affettive e donative che meriterebbero un sano ed “egoistico” “risveglio”.

 

(La storia di A. e della sua cura continua QUI!)

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